<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450</id><updated>2011-04-22T03:02:03.822+02:00</updated><title type='text'>spogli d'agosto 2006</title><subtitle type='html'>supplemento di "segnalazioni"&lt;br&gt;
hanno collaborato Dina Battioni, Barbara De Luca, Annalina Ferrante, Noemi Ghetti, Sandra Mallone, Giulia Mari, Loredana Riccio, Marco Carnevali, Marcelo E. Conti, Sergio Grom, Franco Pantalei, Marco Pizzarelli, Tonino Scrimenti, Francesco Troccoli</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://agosto06.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>30</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115701813339794261</id><published>2006-08-31T11:52:00.000+02:00</published><updated>2006-09-01T08:01:52.303+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a name="20060831Titolo1"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 0, 0); font-weight: bold;"&gt;Repubblica 31.8.06 Prima pagina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;LA DISCUSSIONE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;Socialismo? Parliamo invece di capitalismo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;di ALAIN TOURAINE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;I TEORICI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;TRA SOCIALISMO E CAPITALISMO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Dopo 30 anni di neoliberismo, adesso una "sterzata" a sinistra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il successo del capitalismo è stato amplificato dalla globalizzazione, oggi l'opinione pubblica vuole che i dirigenti limitino l'onnipotenza di mercati e imprese&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Chi può dirigere la lotta per un sistema di protezione sociale contro nuove diseguaglianze? Nel caso italiano è al governo che bisogna guardare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SOCIALISMO è una parola confusa, usata dalle persone più diverse per esprimere le opinioni più varie. Lasciamolo dunque da parte. In compenso, parlare contro il capitalismo non soltanto è più che sensato, ma è anche molto più di attualità di quanto la maggior parte delle persone non creda.&lt;br /&gt;Ciò che definisce il capitalismo è l´eliminazione dei controlli sociali, politici o di altro genere che limitano gli attori economici. Quando sono liberi, vale a dire non controllati, questi attori esercitano un autentico potere sulle altre istituzioni, che devono sempre, per parte loro, tener conto degli interessi dei dirigenti dell´economia. Il riferimento a questo potere fa parte del concetto stesso di capitalismo. Questa libertà, questa stessa onnipotenza dei dirigenti dell´economia è una componente necessaria della modernizzazione. Non ci sono mai stati grandi sviluppi economici senza una fase di capitalismo che possiamo addirittura definire "selvaggio". La Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti ne sono stati i grandi esempi. Oggi è la Cina a essere il Paese più capitalistico del mondo.&lt;br /&gt;Ma la modernizzazione esige anche che dopo una fase di libertà estrema delle forze economiche dominanti arrivi una fase opposta dove compaiono nuovi interventi pubblici promossi da sindacati e partiti che vogliono soprattutto una redistribuzione del reddito. Questa alternanza rappresenta la formula di base dello sviluppo economico. Non c´è sviluppo senza capitalismo e senza anticapitalismo. Ma molti preferiscono, alla successione di queste due fasi, un sistema misto permanente che combini accumulazione e redistribuzione. È questo sovente il caso degli europei e, in particolare, dei tedeschi, che hanno appena votato per un´economia aperta e competitiva, ma anche per il mantenimento della Sozialmarktwirtschaft (economia sociale di mercato), che è una delle forme principali di quello che Delors ha definito "il modello sociale europeo".&lt;br /&gt;Il problema reale di fronte a cui ci troviamo è di scegliere, non tra capitalismo e socialismo, ma tra il sistema dell´alternanza e quello della combinazione permanente di un´economia aperta e di una forte azione di redistribuzione. Gli avversari dell´alternanza temono che questo sistema rafforzi le tensioni e i conflitti sociali. I nemici dei sistemi misti temono che la redistribuzione non vada a beneficio dei poveri ma di determinati settori delle classi medie, in particolare nel settore pubblico. I sostenitori del capitalismo, da parte loro, accusano i loro avversari di entrambi i campi di spingere talmente in là il Welfare State da strozzare la crescita e creare un deficit di bilancio che può essere colmato solo facendo crescere il debito pubblico, quindi attraverso un prelievo anticipato sul reddito della generazione successiva.&lt;br /&gt;Quale posizione bisogna adottare oggi? La risposta deve tener conto della nostra situazione storica. Noi viviamo, dall´inizio degli anni 70, in una fase che viene definita neoliberista, e che ha preso il posto dell´economia "amministrata" che dominava la maggior parte del mondo all´indomani della Seconda guerra mondiale. Questo successo del capitalismo è stato amplificato dalla globalizzazione che ha accresciuto la libertà delle imprese, soprattutto di quelle finanziarie, rispetto agli Stati e soprattutto ai sindacati, che in molti Paesi stanno perdendo di importanza.&lt;br /&gt;Oggi, l´opinione pubblica tende a chiedere un riequilibrio in favore dei salariati e delle spese sociali. È sbigottita dalle notizie degli scandali che sono avvenuti nelle grandi imprese, e dalla pioggia d´oro che ricevono molti manager. I lavoratori si indignano per il fatto che le loro imprese vengano delocalizzate anche quando sono in attivo e realizzano profitti. I movimenti no global, meglio definibili come altermondialisti, organizzano forum e grandi raduni in tutte le parti del mondo. Ad attenuare questa pressione gioca il fatto che gli eventi che dominano l´attualità non sono di natura economica, ma religiosa e militare.&lt;br /&gt;Malgrado questi ostacoli esiste, in particolare in Europa, un´evoluzione dell´opinione pubblica a favore di nuovi interventi dello Stato, e soprattutto contro la creazione di un´Europa alla Thatcher. L´opinione pubblica non vuole che la riforma necessaria del servizio sanitario e delle pensioni si traduca in una limitazione delle prestazioni.&lt;br /&gt;Formulata in questi termini, la risposta alla domanda che abbiamo posto appare evidente: l´opinione pubblica si aspetta dai dirigenti che mettano dei limiti all´onnipotenza dei mercati e delle imprese. Chiede una "sterzata" a sinistra.&lt;br /&gt;Ma una simile risposta non può bastare, perché non dice come, sotto la pressione di quali forze, si possa ottenere un cambiamento di direzione. I sistemi di previdenza sociale, creati all´indomani dell´ultima guerra, sono stati introdotti su iniziativa dei sindacati, e per proteggere soprattutto i lavoratori contro i rischi che li minacciano: incidenti, disoccupazione, malattia, vecchiaia. Chi può interpretare oggi quel ruolo motore che svolsero i sindacati mezzo secolo fa? Chi può dirigere una lotta per un nuovo sistema di protezione sociale che non riguardi soltanto i lavoratori, che protegga tutti contro nuovi rischi e nuove disuguaglianze: dipendenza senile, malattie mentali, conflitti tra minoranze, conseguenze della delocalizzazione, disuguaglianza di possibilità alla scuola, ecc.&lt;br /&gt;Una simile pressione, che i partiti e i sindacati sono incapaci di esercitare, può essere esercitata da movimenti di base, associazioni, ong, in parole povere da quella che viene definita la società civile. Ma oggi non assistiamo a un rafforzamento di questo tipo di azioni di base. Stanno anzi perdendo forza in certi settori. Quantomeno nel caso italiano, è al governo che bisogna guardare. Malgrado la sua risicata vittoria elettorale, gode già di una forte riserva di sostegno nell´opinione pubblica, e questo sostegno aumenta. È probabilmente una tendenza generale nel mondo attuale, questa di limitare il sistema neoliberista e di incaricare il potere politico di difendere meglio la popolazione non privilegiata.&lt;br /&gt;Dopo trent´anni di supremazia nel dopoguerra, l´economia amministrata è stata sostituita dal neoliberismo. Trent´anni sono passati. Ma non è il momento di far pendere la bilancia nell´altra direzione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Traduzione di Fabio Galimberti)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;il manifesto 31.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L'Ungheria in Italia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Valentino Parlato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'altroieri &lt;span style="font-style: italic;"&gt;l'Unità&lt;/span&gt; pubblicava in prima pagina un articolo di Roberto Roscani, che aveva in apertura il testo di un breve messaggio di Giorgio Napolitano a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. Napolitano dava atto a Pietro Nenni di aver avuto ragione, quando condannò l'intervento sovietico del 1956 in Ungheria. In effetti non si trattava di cosa nuova poiché Napolitano questa critica e autocritica l'aveva già resa pubblica da tempo e anche nel suo interessante volume autobiografico Dal Pci al socialismo europeo. Tutto normale, direi.&lt;br /&gt;Ieri però &lt;span style="font-style: italic;"&gt;la Repubblica&lt;/span&gt; si è scatenata con un editoriale di Miriam Mafai e due intere pagine con un articolo di Simonetta Fiori e interviste a Pietro Ingrao e Antonio Giolitti di condanna dell'invasione sovietica. A questo punto è inevitabile chiedersi perché tanta enfasi ora, su un fatto condannato da molto tempo. Certo che a leggere l'altroieri Giddens che dà per morto il socialismo e ieri quest'altro carico di accuse al vecchio Pci, viene il dubbio che non si tratti solo della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;damnatio memoriae&lt;/span&gt; di un partito che pure qualcosa di buono ha fatto, ma addirittura di affermare che tutti gli ideali di cambiamento dello stato di cose esistente vanno liquidati per sempre. Forse penso male - e contrariamente al detto di Andreotti - sbaglio anche. Ma la penso così.&lt;br /&gt;Un discorso a parte sui «fatti d'Ungheria» del 1956 e, aggiungo, che le autocritiche (oggi assai più facili) dovrebbero essere contestualizzate con i fatti di allora. Certo, quella del Pci, fu una scelta grave, ma in che misura e come questa scelta fu condizionata dallo stato delle cose?&lt;br /&gt;Nel 1956 ero nel Pci e i fatti d'Ungheria furono per me e per molti compagni, una mazzata, una vergogna tremenda. L'esecuzione, qualche mese dopo, di Nagy fu ignobile. Nel Pci l'agitazione non fu di superficie. Ci fu la presa di posizione di Giuseppe Di Vittorio, ci fu l'appello dei 101 intellettuali, anche nelle sezioni (ricordo la sezione Italia) la discussione fu aspra e appassionata. Non accettammo la linea del partito come disciplinati soldatini. Anche la dichiarazione di consenso che allora Napolitano fece (e che molto correttamente riproduce) certamente non fu serena e tranquilla. Tuttavia la maggioranza di noi (pur senza entusiasmi) rimase nel Pci. La domanda è perché ci siamo rimasti, perché nonostante, amarezza e vergogna, siamo rimasti «da questa parte della barricata»? Perché la maggioranza di noi non si è messa al seguito di Pietro Nenni?&lt;br /&gt;Non intendo affatto giustificare, le conseguenze dell'invasione sovietica furono gravissime e sanguinose, ma cercare di ricordare - sul filo di una memoria un po' sconnessa - come stavano allora le cose.&lt;br /&gt;In quei giorni Inghilterra e Francia con l'aiuto di Israele tentarono di occupare Suez, poi furono dissuasi dagli Usa, che per l'Ungheria non mossero un dito. C'era stato il XX Congresso del Pcus, che apriva alla destalinizzazione. L'Urss sembrava in rilancio di crescita con l'uomo nello spazio (nel 1957) e le altre iniziative con i paesi ex coloniali (conferenza di Bandung); si apriva l'epoca della «coesistenza pacifica». Insomma c'era ancora «la forza propulsiva» dell'Urss.&lt;br /&gt;In Italia c'era stata la sconfitta alla Fiat e una violenta offensiva antioperaia, con minacce di mettere il Pci fuorilegge. E poi c'era il Pci.&lt;br /&gt;Un Pci che per un verso subiva ancora un'influenza secchiana, tale che una rottura con l'Urss avrebbe provocato una sua grave spaccatura. E insieme un Pci che con l'intervista di Togliatti a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nuovi Argomenti&lt;/span&gt; e con l'VIII congresso del 1956, a ridosso dell'Ungheria, rimetteva in campo la svolta di Salerno e la via italiana al socialismo. C'era da sperare e da lavorare. C'erano ragioni per restare.&lt;br /&gt;Tutto questo non vuole negare l'errore dei sovietici, ci fu e grave. Vale ricordare che quando movimenti di protesta ci furono in Polonia i sovietici non mandarono i carri armati, ma rimisero Gomulka al potere. L'errore è indiscutibile e pesa ancora, ma aprire una discussione meno strumentale sui fatti di 50 anni fa forse potrebbe essere ancora utile. Del tutto diversi - nella sostanza e nel contesto - i fatti di Cecoslovacchia del 1968.&lt;br /&gt;È un altro discorso, anche dentro il Pci, come a qualcuno l'esistenza di questo giornale dovrebbe ricordare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Corriere della Sera 31.8.06 Prima pagina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;SINISTRA E STORIA&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ungheria: i Bis di una Svolta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Gian Antonio Stella&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scrisse un giorno Marcello Veneziani, intellettuale di destra sconcertato per la rapidità di una svolta «senza alcun travaglio culturale» che gli puzzava un po' di scorciatoia: «Fini ha eliminato il fascismo come fosse un calcolo renale». Ecco: una battuta così su Giorgio Napolitano e il comunismo non la potrà fare mai nessuno.&lt;br /&gt;Gli ultimi dubbi sono stati spazzati via dal modo in cui in queste ore è stata accolta l’ennesima fitta del cinquantennale travaglio dell’anziano leader migliorista. Il riconoscimento che Pietro Nenni e i socialisti, allora, avevano ragione.&lt;br /&gt;«Parole come pietre», ha scritto Roberto Roscani, autore dello scoop sull’ Unità in cui si rivelava il contenuto nella lettera inviata dal capo dello Stato a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. Parole che dovrebbero mettere in riga gli scontenti cronici: «In Italia, dove spesso le polemiche storiche sono pretesto per risse e linciaggi da parte della destra, qualcuno ha fatto finta che questa strada non fosse stata compiuta. Già venti anni fa, come rivendica nei suoi scritti, Napolitano riconobbe che "Giolitti aveva ragione". Oggi allarga il discorso alla sinistra italiana e ai meriti di Nenni».&lt;br /&gt;Tamburrano concorda: «Per me quelle parole hanno un enorme valore. So bene che il Pci nel 1956 non avrebbe potuto rompere con Mosca; non ce n'erano le condizioni. Il partito si sarebbe lacerato». Anche se «guardando indietro con gli occhi di oggi...». Di più, spiega a Repubblica : «È implicito, in questo riconoscimento al Psi, un ripensamento del rapporto tra i due partiti. Evidente l’attribuzione al Pci della responsabilità della rottura a sinistra».&lt;br /&gt;Giorgio Ruffolo, un altro socialista ammaccato per anni dall'ostilità tra compagni, rilancia: «È difficile che in Italia un esponente di primo piano della politica dichiari di avere sbagliato su una questione cruciale. Napolitano ha il coraggio, l'onestà e la statura per farlo».&lt;br /&gt;Il Riformista , che pure vorrebbe sempre un passo in più da una sinistra moderna, si associa: il messaggio quirinalizio «ha un grande valore politico». Tesi sposata anche da Valdo Spini («non è solo qualcosa che appaga l'orgoglio socialista») e perfino, sia pure con un filo di ironia, da un socialista fino a tre mesi fa sottosegretario di Berlusconi come Mauro Del Bue. Secondo il quale le parole di Napolitano sono «musica per le orecchie di chi ha direttamente vissuto gli anni delle odiose polemiche del Pci contro i socialisti autonomisti»".&lt;br /&gt;Evviva. Anche i più affezionati sostenitori della lunghissima marcia di «Lord Carrington», anche i più fieri teorici della prudenza e della «gradualità» della politica, anche i più strenui avversari di chi come Libero raffigura il Capo dello Stato nei panni di un commissario dei soviet col pugno chiuso da cui scorre il sangue, dovrebbero tuttavia ammettere che tanto compita e ammirata commozione per la lettera a Giuseppe Tamburrano suona, diciamo così, un tantino esagerata. E torna a segnalare uno dei grandi problemi di questo Paese: lo strascico di errori, ricordi, rancori, silenzi, odiii e rimozioni del passato che troppo spesso intralciano quel confronto tra la destra e la sinistra che è la linfa vitale di ogni democrazia.&lt;br /&gt;Certo, Napolitano può ben sentirsi offeso dall'ennesimo esame del sangue 38 anni dopo il suo comunicato che condannava (sia pure prendendosela anche con le «forze reazionarie» tese a oscurare «il patrimonio storico delle conquiste dell'Unione Sovietica») i carri armati a Praga e 28 anni dopo il viaggio negli Usa e l'articolo su Rinascita in cui liquidava l'idea che i brigatisti fossero «marionette opportunamente travestite della reazione» per «fare invece i conti con le degenerazioni, fino al delirio ideologico e al crimine più barbaro, dell'ispirazione rivoluzionaria del marxismo e del movimento comunista». Fini nel '94 diceva ancora che Mussolini era stato «il più grande statista del secolo» e una manciata di anni dopo era, senza strilli di prefiche, a Palazzo Chigi. Né si può chiedere a un uomo che ha fatto della sobrietà e delle parole posate una ragion di vita (il laburista Denis Healy lo descriveva ridendo come «la migliore imitazione che conosca di un banchiere della City») liquidi il suo passato come il presidente di An liquidò il proprio, prima del fondamentale viaggio a Gerusalemme, in una intervista alle «Jene».&lt;br /&gt;Tra la resa incondizionata tratta da «Un pesce di nome Wanda» che Albertini chiese un giorno a Bossi («Sono molto spiacente e mi scuso senza riserve! Offro completa e assoluta ritrattazione...») e l'interminabile sgocciolìo di parole distillate di decennio in decennio, però, c'è forse una via di mezzo. E se è vero che lui stesso sentì il bisogno qualche mese fa di chiedere a Fassino e D' Alema di «ammettere di avere fatto valutazioni sbagliate, di avere commesso errori nei giudizi su Consorte», il capo dello Stato ammetterà che fa un certo effetto leggere sull' Unità oggi, che «già venti anni fa», nel 1986, lui riconobbe che «Giolitti aveva ragione». Tesi, del resto, sostenuta dieci anni fa in un articolo scritto di suo pugno: «Non è da oggi che la "scelta di campo", ideologica e politica, contro la rivoluzione ungherese e a favore dell’intervento sovietico viene considerata indifendibile anche da non pochi di coloro che la condivisero e la sostennero: compresi i giovani dirigenti di quel tempo, come me, che già nel trentesimo anniversario dei "fatti d'Ungheria" hanno riconosciuto pubblicamente le ragioni dei "dissenzienti" di allora, le ragioni di Antonio Giolitti».&lt;br /&gt;È tutto lì, in quelle quattro parole: «già nel trentesimo anniversario...». Rispettosamente: vorremmo ci venisse risparmiato, nel 2016, di leggere che «già nel cinquantesimo anniversario» dei fatti d'Ungheria fu riconosciuto che Piero Nenni aveva ragione. O almeno ci fosse condonato l'aggettivo «storico».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 31.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il socialismo liberale e l’economia di stato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Franco Debenedetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"IL socialismo riformista ha creduto in un'economia mista", scrive Anthony Giddens (Il secolo Postsocialista, la “Repubblica”, 29 Agosto), un compromesso in cui i settori chiave dell'economia restavano sotto il controllo dello Stato, e che "era sembrato in grado di funzionare grazie ai meriti (…) della teoria economica formulata da un liberale, John Maynard Keynes”. "Oggi”, continua Giddens, “la domanda chiave è se anche questo tipo di socialismo sia morto". Oggi? Nel 2006? Singolare domanda: è dal 1919 che prima von Mises in "Gemeinwirtschaft" e "Kritik des Interventismus" per citare solo i principali e poi Hayek negli anni 30, hanno dimostrato in modo logicamente inconfutabile che quel "compromesso" non poteva funzionare: ben prima cioé che si manifestassero le conseguenze distorsive, diseguali e dispersive di risorse" a cui ha portato, secondo Giuliano Amato, la sua traduzione anche nei contesti socialdemocratici. Singolarissima porsela, quella domanda, in un articolo che segue quello di Amato. Fu infatti lui a smantellare, quattordici anni fa, in pochi giorni, a volte in poche ore, la struttura con cui lo Stato controllava settori chiave dell'economia e della finanza, e ad iniziare a mettere sotto controllo i costi diventati insostenibili del welfare. Amato è "fiero di essere socialista" (la “Repubblica”, 28 Agosto) consapevole che i termini "eguaglianza e libertà hanno finito per contrapporsi", e che liberal-socialista è diventato un ossimoro. Nella tensione che ne deriva, e nella capacità di trarne la forza per convincere chi, da sinistra, vi si oppone, sta la sola speranza per la sinistra di essere lei a realizzare l'agenda delle riforme che Giddens ci elenca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Riformista 31.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Così Napolitano ha smontato l’ultimo alibi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Paolo Franchi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' stato un bene che Giorgio Napolitano le abbia scritte, queste poche righe a Giuseppe Tamburrano, per rendere pubblica testimonianza che nel 1956 ebbe ragione Pietro Nenni e torto chi, come lui, di fronte alla tragedia ungherese, condivise la scelta togliattiana di tenere senza troppi tentennamenti il Pci «da una parte della barricata». Per rintuzzare una campagna di stampa di destra, certo, e pure per togliere di mezzo ambiguità ed equivoci in vista della sua imminente visita a Budapest. Ma anche, e soprattutto, per rendere omaggio alla verità. E, aggiungerei, per togliere ogni residuo alibi, a cinquant’anni dalla rivoluzione d’Ungheria, a quella parte della sinistra italiana, più vasta di quanto comunemente si creda, che questa verità tuttora preferisce non guardarla in faccia.&lt;br /&gt;Ebbe ragione Nenni, il socialista che aveva pagato il prezzo amaro della rottura del socialismo italiano in nome del fronte popolare, il premio Stalin per la pace che dopo la morte di Stalin si era chiesto più commosso e atterrito ancora dei comunisti cosa ne sarebbe mai stato del proletariato mondiale; e che però alla vista di quell’insurrezione nazionale, democratica e operaia repressa nel sangue dai carri armati sovietici aveva lucidamente colto, anche oltre il dolore e l’indignazione, come si stesse ormai aprendo una crisi forse assai lunga ma irreversibile del sistema comunista. Ed ebbe torto Palmiro Togliatti, e con lui non solo la generazione forgiata nel tempo del legame di ferro con l’Unione sovietica, ma anche e soprattutto la leva degli allora trentenni, i rinnovatori nella continuità proprio in quel frangente promossi a responsabilità di comando. Ed ebbero torto non perché non vissero con angoscia quel dramma, ma perché con tutte le loro angosce vollero credere, all’opposto del socialista Nenni, di avere a che fare con una crisi terribile si, ma nel sistema. Dunque, con un sistema che prima o poi, purché non si smarrisse la bussola, purché si riuscisse a trovare l’equilibrio possibile tra le resistenze dei conservatori e le impazienze degli innovatori, si sarebbe potuto riformare.&lt;br /&gt;Tutto già chiaro, tutto già ovvio, tutto già scontato? Può darsi. Ma resta il fatto che a quell’errore figlio del loro peccato originale i comunisti italiani, lungo tutto il faticoso cammino in cerca dell’indipendenza da Mosca, restarono in ultima analisi impiccati, nonostante il dissenso per l’invasione della Cecoslovacchia, nonostante lo strappo di Enrico Berlinguer, fino al tracollo dell’Unione sovietica. E che salvo poche eccezioni neanche quando smisero di chiamarsi e di considerarsi comunisti vollero riconoscere, con l’errore loro, la ragione storica di Nenni e di quella parte del socialismo italiano che cinquant’anni fa iniziava la sua lunga marcia autonomista. Tra tutti i dirigenti del Pci, Napolitano è stato senza ombra di dubbio il più rigoroso e il più coerente nel prospettare al suo partito, in Italia e in Europa, un destino socialdemocratico. E ne ha pagato, a suo tempo, anche il prezzo. Se la sinistra italiana si è dissanguata in una estenuante guerra civile, e un simile destino non si è pienamente compiuto e forse non si compirà mai, consegnandoci a vacui, ricorrenti dibattiti sulla crisi dell’idea stessa di socialismo pur di evitare di chiederci perché mai solo qui non ci sia un grande partito socialista, è anche per via di quell’antico torto mai riparato e di quell’antica ragione mai riconosciuta. Con le sue parole, Giorgio Napolitano ha contribuito anche a restituire spessore e attualità politica alla riflessione già aperta sull’indimenticabile cinquantasei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 31.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;GALILEO, POETA DELLA LUNA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;Il grande scienziato fu anche grande scrittore. Se ne parlerà al Festival della Mente di Sarzana&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;di PIERGIORGIO ODIFREDDI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Secondo Italo Calvino fu il massimo autore della letteratura italiana. E sarebbe ora di affiancarlo a Dante nelle letture in pubblico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Leopardi scriveva senza tenere conto delle scoperte di Newton&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Prima di lui il viaggio sul nostro satellite era genere "fantasy"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Galileo è il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo. Affermazione perentoria, questa, che certamente farà sorridere di sufficienza il lettore umanista, pronto a consigliare al matematico di preoccuparsi degli argomenti di sua competenza.&lt;br /&gt;Peccato però che l´affermazione sia di uno dei nostri maggiori letterati: la fece infatti Italo Calvino sul Corriere della Sera il 24 dicembre 1967, non mancando di suscitare reazioni e proteste. Carlo Cassola, ad esempio, saltò su a dire: «Ma come, credevo che fosse Dante! E poi, Galileo era scienziato e non scrittore».&lt;br /&gt;Senza desistere, Calvino rispose precisando il suo pensiero su due piani. Il primo, interno, rilevava che «Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva, immaginativa, addirittura lirica». Il secondo, esterno, notava che «Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariosto», e che «Leopardi nello Zibaldone ammira la prosa di Galileo per la precisione e l´eleganza congiunte».&lt;br /&gt;In altre parole, Galileo sarebbe il medio proporzionale fra l´Ariosto e il Leopardi, e i tre identificherebbero un´ideale linea di forza della nostra letteratura. Inutile dire che Calvino stesso si considerava un punto di questa linea, caratterizzata da una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile, e da uno stile intermedio fra il fiabesco realista e il realismo fiabesco. E niente forse esibisce questa comunanza di stili, più delle parallele e quasi identiche metafore che Galileo e Calvino fanno della scrittura stessa, come di un´interminabile e ininterrotta linea creata dal movimento della penna.&lt;br /&gt;Leggiamo, infatti, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo: «Quei tratti tirati per tanti versi, di qua, di là, in su, in giù, innanzi, indietro, e ´ntrecciati con centomila ritortole, non sono, in essenza e realissimamente, altro che pezzuoli di una linea sola tirata tutta per un verso medesimo, senza verun´altra alterazione che il declinar del tratto dirittissimo talvolta un pochettino a destra e a sinistra e il muoversi la punta della penna or più veloce ed or più tarda, ma con minima inegualità».&lt;br /&gt;E, nelle ultime righe del Barone rampante: «Questo filo d´inchiostro, come l´ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s´intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito».&lt;br /&gt;E allora, perché avviciniamo Calvino e gli scrittori per il puro piacere di leggere, e Galileo e gli scienziati soltanto per il dovere di conoscere? Non avrebbe senso portare le pagine del Dialogo sulle pubbliche piazze, allo stesso modo in cui Sermonti e Benigni declamano i versi della Commedia? Col vantaggio, fra l´altro, di non essere costretti a sorbirci gli anacronismi del povero padre Dante, che con i suoi angeli e demoni oggi ci appare più un precursore dei fumettoni alla Dan Brown, che il cantore di una moderna visione del mondo?&lt;br /&gt;In fondo, a voler dir lo vero, sono proprio le bassezze cosmologiche, teologiche, filosofiche e politiche di un´opera che già il Petrarca accusava di esser diretta a «cercare l´applauso della gente d´osteria», a renderla così adatta agli altissimi spettacoli del nostro maggior comico. Ma non sempre e non tutti abbiamo voglia di ridere, e a volte qualcuno potrebbe desiderare la seria lettura di pagine che fossero nobili e alte anche per il pieno contenuto, e non soltanto per la vuota forma. E che quelle di Galileo lo siano, lo dimostra già la breve citazione precedente sulla scrittura: lungi dall´essere una gratuita metafora letteraria, essa gli serve infatti come esperimento di pensiero per mostrare la relatività del moto del pennino rispetto a una nave in moto su cui si trovasse lo scrittore.&lt;br /&gt;Più in generale, la nave su cui Galileo naviga letterariamente costituisce uno dei laboratori in cui si eseguono gli ideali esperimenti scientifici del Dialogo, e il fatto che su di essa la vita si svolga nella stessa identica maniera che sulla Terra, ad esempio per quanto riguarda la caduta di una palla di piombo o il volo di un insetto, dimostra la relatività galileiana: il fatto, cioè, che le leggi della meccanica sono invarianti rispetto a sistemi in moto uniforme, che risultano dunque indistinguibili fra loro da questo punto di vista. Tre secoli dopo Albert Einstein userà analogamente treni e ascensori per argomentare a favore, rispettivamente, delle relatività speciale e generale: il fatto, cioè, che anche le leggi dell´elettromagnetismo sono invarianti rispetto a sistemi in moto uniforme, e che gravitazione e accelerazione producono effetti indistinguibili fra loro.&lt;br /&gt;Ma niente dimostra meglio la differenza tra le metafore fini a se stesse della letteratura d´evasione, e quelle mirate a uno scopo della letteratura di divulgazione, dell´uso che Galileo fa della Luna nel suo Dialogo. Prima di lui, e fino all´Ariosto, il viaggio sul nostro satellite e la sua geografia appartenevano infatti al genere fantasy, e i viaggi spaziali erano sorretti da inverosimili propulsioni: dalle trombe d´acqua della Storia vera di Luciano di Samosata all´ippogrifo dell´Orlando Furioso.&lt;br /&gt;Con la prima giornata del Dialogo la Luna invece cambia faccia. O meglio, mostra per la prima volta il suo vero volto, con i monti e le valli che il cannocchiale ha permesso di scoprire, e appare come la conosciamo oggi grazie alle foto dei telescopi, dei satelliti e degli astronauti. E anche meglio, perché né Galileo, né il più o meno contemporaneo Keplero, autore di quel primo romanzo di fantascienza che è il Somnium, hanno avuto bisogno di recarvicisi di persona per capire come si sarebbe vista la Luna dalla Terra, con variopinti risultati che superano ogni sbiadita invenzione poetica.&lt;br /&gt;Da un lato, infatti, la Terra ha nel cielo della Luna fasi uguali e contrarie a quelle che la Luna ha nel cielo della Terra. Dall´altro lato, poiché la Luna mostra sempre la stessa faccia alla Terra, quest´ultima si può vedere soltanto dalla faccia visibile della Luna; e dove si vede, appare fissa nel cielo. Il che significa che chi si trovi sulla faccia visibile della Luna in un periodo di Terra piena, può osservare «questo globo fatal», immobile nel cielo lunare, ruotare su se stesso nel corso di 24 ore: una meravigliosa dimostrazione visiva del moto di rotazione terrestre, che potrebbe far esclamare a un autocosciente poeta: «Che fai, tu, Terra, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa Terra?»&lt;br /&gt;I poeti dell´inconscio, invece, della Luna sanno soltanto una cosa: che c´è. Ma anche quelli dilettanti di astronomia non sanno molto di più, visto che persino il Leopardi amante di Galileo e amato da Calvino continuava a scrivere ignaro nel 1819 che la Luna «da nessuno cader fu vista mai se non in sogno», benché fin dal 1687 Isaac Newton avesse non solo composto il verso che «la Luna cade continuamente verso la Terra», ma aveva anche calcolato esattamente di quanto essa cade: fatte le debite proporzioni, esattamente della stessa quantità di cui cade una mela nello stesso tempo qui da noi. Dunque, di conseguenza, «la forza con cui la Luna è trattenuta nella sua orbita è quella stessa forza che chiamiamo comunemente gravità».&lt;br /&gt;E allora, che si leggano pure nelle aule e nelle piazze i versi di Dante e Leopardi, per il piacere che l´aria smossa dalla voce di chi li declama dà all´orecchio di chi li ascolta. Ma che si aggiungano ai programmi di scuola e di teatro anche e soprattutto le prose di Galileo e di Newton, per far gioire la mente con quella che già Pitagora chiamava la Poesia dell´Universo: una poesia che «intender non la può chi non la prova», e che «non si può intendere se prima non s´impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne´ quali è scritta».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115701813339794261?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115701813339794261'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115701813339794261'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_31_archive.html#115701813339794261' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115692935175857004</id><published>2006-08-30T11:15:00.000+02:00</published><updated>2006-08-31T15:41:51.213+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;DOCUMENTI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La prima condanna venne dalla Cgil guidata da Di Vittorio, su «La Rinascita». Il segretario del partito ne ottenne però il ritiro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Togliatti scrisse: «Controrivoluzione in Ungheria»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Massimo Franchi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’intervento di Giolitti all’VIII congresso del Pci non fu l’unica voce contraria all’interno del movimento comunista in Italia sui carri armati sovietici in Ungheria. In un comunicato, pubblicato integralmente sul numero di novembre del mensile “Rinascita”, la Cgil guidata da Di Vittorio «ravvisa nei luttuosi avvenimenti d’Ungheria la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica ed economica che determinano il distacco fra dirigenti e masse popolari e deplora l’intervento di truppe straniere». Togliatti riesce però ad ottenere un “dietrofront” del leader della Cgil in Direzione, non rispondendo direttamente a Giolitti fino all’espulsione per frazionismo che arriverà nel 1957 a cui seguirà la diaspora dal Pci degli intellettuali (Calvino, Sapegno, Trombadori, Crisafulli) annunciata dalla famosa “lettera dei 101”.&lt;br /&gt;Il primo commento ufficiale di Togliatti ai fatti d’Ungheria viene pubblicato sul numero di ottobre sul mensile “La Rinascita”. Nell’editoriale dal titolo “Sui fatti d’Ungheria” il segretario del Pci definisce «estremamente gravi i fatti di questi giorni». Ben conscio delle conseguenze sulla base dell’intervento sovietico contro un governo amico percepisce «la necessità (...) che il militante del nostro movimento (...) non si lasci né sorprendere, né ingannare e sopraffare dall’ondata reazionaria, anticomunista, antisocialista, antisovietica che cerca, nella confusione degli avvenimenti, di trascinare l’opinione pubblica dietro di sè». A differenza della divulgazione del rapporto Chruscev sui crimini di Stalin, quando dopo mesi di attesa attaccò pesantemente il sistema sovietico nel famoso intervento alla rivista culturale “Nuovi argomenti”, Togliatti appoggia subito l’invio dei carri armati sovietici per fermare la «controrivoluzione». Il segretario del Pci addossa la colpa dell’accaduto «all’incomprensibile ritardo dei dirigenti del partito e del Paese nel comprendere la necessità di attuare quei mutamenti (...) che investono la linea seguita nella marcia verso il socialismo» partendo da un’analisi critica del XX congresso del Pcus. Per lui la sommossa di popolo è «organizzata, ha una sua ben elaborata tattica, obiettivi precisi, e non finisce quando, nell’ambito del regime esistente, sono attuate misure tali (il temporaneo ritorno al potere di Nagy, ndr) che garantiscono nel modo più ampio un indirizzo politico del tutto nuovo. Alla sommossa armata, che mette a ferro e fuoco la città, non si può rispondere se non con le armi». Riguardo alle pressioni imperialistiche scrive: «A noi spetta soltanto non perdere il senso della realtà politica e di classe. Sappiamo che l’Ungheria (...) è oggetto da anni di un continuo, martellante intervento. La parola d’ordine e la promessa della liberazione del socialismo sono state strombazzate dai governi imperialistici come uno dei cardini della loro politica. E le ha accompagnate una agitazione incessante, condotta con tutti i mezzi possibili, verso un paese dove le vecchie classi reazionarie conservano le loro radici e le loro speranze». Togliatti conclude poi richiamandosi ai dettami marxisti-leninisti. «Questa è la nostra posizione, che non concede nulla ai nemici del socialismo, che non deve mai attenuare la vigilanza contro i nemici di classe, e quando sono in corso avvenimenti drammatici come quelli d’Ungheria, ci consiglia di non perdere la testa, di guardare alla sostanza delle cose, di non lasciarsi dominare da reazioni unilaterali e sentimentali, né trascinare in uno schieramento che non è il nostro». Il mese seguente Togliatti torna sull’argomento con un altro editoriale dal titolo “Iroldalmi Ujsàg”, nome della gazzetta letteraria ungherese, addossando la colpa della sommossa al circolo di scrittori “Petoefi”. Sentendo che stava perdendo gli intellettuali in Italia, addossava loro la colpa dell’intervento in Ungheria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il peccato originale del '56 e la sinistra italiana&lt;br /&gt;di Bruno Bongiovanni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;IL CORAGGIO DI NENNI&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;. Nelle parole di Napolitano c’è il riconoscimento pieno di una rottura che allora il leader socialista riuscì ad imporre al suo partito. Lo strappo con l’Urss non compiuto dal Pci cambiò la possibile evoluzione storica di tutti e due i partiti con parabole storiche allora inimmaginabili.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo giornale ha ieri pubblicato, all’inizio dell’articolo di Roberto Roscani, le cinque righe del messaggio inviato da Giorgio Napolitano a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. A proposito di quegli eventi che venivano definiti con minimalistico descrittivismo burocratico "i fatti d’Ungheria", e che ora vengono giustamente rubricati come "rivoluzione ungherese", il Capo dello Stato, all’epoca giovane e già autorevole membro del comitato centrale del PCI, riconosce esplicitamente che non ebbero ragione, nel drammatico autunno del 1956, solo Antonio Giolitti e i promotori del dissenso all’interno del partito comunista, ma anche, e per certi versi soprattutto, i socialisti autonomisti del partito di Nenni, allora in fase di dolorosa, e tuttavia netta, emancipazione dal mito sovietico e dalla lealtà, cui non era estraneo un complicato complesso d’inferiorità, nei confronti del PCI. Non si può negare l’importanza del messaggio. Già vent’anni fa, quando il PCI era ancora in vita, Napolitano aveva tuttavia riconosciuto le ragioni di Giolitti e quindi degli insorti ungheresi. Nella sua autobiografia, scritta e pubblicata quando la presidenza della repubblica era ancora inimmaginata e di là da venire, lo stesso Napolitano non aveva inoltre esitato a rendere pubblico, sempre a proposito del ’56 ungherese, il suo "grave tormento autocritico" riguardo a una posizione a quel tempo consustanziale con la concezione autoritario-manichea del ruolo del Partito comunista, inteso come "inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall’URSS", campo naturaliter contrapposto, in quanto già installato nel futuro dell’umanità, al fronte "imperialista". Non spazzata via e anzi rafforzata dal XX Congresso del PCUS, destinato a produrre cocenti delusioni dopo le illusioni iniziali, e non ancora messa in crisi, sullo stesso terreno geopolitico, dalla presenza ideale e nel contempo attiva di un campo europeo e democratico, era dunque la perdurante teoria staliniana dei due campi che ancora fermentava nelle coscienze dei comunisti, convinti di cavalcare il corso del mondo, strutturandone i giudizi e i pregiudizi.&lt;br /&gt;Il messaggio, pur essendo stata l’Ungheria del ’56 metabolizzata appieno ben dopo la Cecoslovacchia del ’68, non è dunque importante per un qualche inedito sussulto autocritico. Tutto è già stato detto. E la "linea" togliattiana, codificata dopo il silenzio della calviniana "grande bonaccia delle Antille" (post-XX Congresso), e dopo gli applausi alle mitragliate sugli operai di Poznan (giugno 1956), da molti lustri è già stata fortunatamente messa in discussione. Quel che oggi pesa, e che assume un significato in qualche modo storiografico, è piuttosto il riconoscimento della politica coraggiosa e intelligente del PSI, un partito che allora volle rischiare, a differenza del PCI, la lacerazione (male minore rispetto alla subordinazione al "fantasma di Stalin"). Che approfittò della irreversibile libera uscita del 1956-’57 per adeguare il paese, con il centrosinistra, nonostante il sabotaggio tentato nel 1960 dal governo DC-MSI di Tambroni, e nonostante l’affievolirsi nel 1964 dello slancio riformistico, al panorama sociale che stava aprendosi grazie alla ancora oggi stupefacente rivoluzione industriale di massa del 1958-’63.&lt;br /&gt;Andando ora a rivedere le posizioni espresse su "l’Unità" e su "l’Avanti!" nelle varie fasi della rivoluzione ungherese, e della controrivoluzione-normalizzazione imposta dall’URSS, si nota subito con quanta cautela e senso di responsabilità gli eventi vennero seguiti e commentati dal PSI. Il quale offrì, per così dire, una generosa sponda politica, assolutamente non conservatrice, cui molti dissidenti del PCI - Giolitti in testa - poterono armoniosamente adattarsi. Ma di cui il PCI non seppe e non volle approfittare. "L’Avanti!" rimase infatti coerente con se stesso. Sostenne, come "l’Unità", il nuovo governo ungherese, quando sembrò che quest’ultimo, prima del brutale voltafaccia dell’URSS, godesse dell’appoggio sovietico. Imre Nagy era infatti stato nominato primo ministro dal Partito comunista ungherese. E lo stesso Nagy aveva cercato e ricevuto assicurazioni da Yuri Andropov in merito al fatto che l’URSS non avrebbe soffocato con la violenza il nuovo corso. Andropov, peraltro, ben sapeva che le cose non sarebbero andate così.&lt;br /&gt;La rottura tra le posizioni di Togliatti (e del PCI) e quelle di Nenni (e del PSI) maturò così in via definitiva solo con la svolta operata il 3-4 novembre, quando intervennero le truppe russe che non erano di stanza in Ungheria. Subito emerse, come già nei giorni precedenti, la resistenza operaia. Si formarono ovunque, come nel 1905 e nel 1917 in Russia, come in Germania in Italia e in Ungheria (!) nel primo dopoguerra, i consigli operai. Che seppero durare ben oltre la resa di novembre. Sino a effettuare, ancora in dicembre, e oltre, negoziati con il governo Kadar. Era in atto, dopo Berlino est nel 1953, e dopo Poznan nello stesso 1956, l’ultima rivoluzione operaia, anonima e "di classe", del XX secolo. Chi ricorda del resto un solo nome degli operai di Budapest ? Anche questa rivoluzione era comunque destinata alla sconfitta. "L’Avanti!" riconobbe ad ogni buon conto i caratteri socialisti della rivoluzione ungherese. Lo stesso Indro Montanelli, nelle sue celebri corrispondenze per il "Corriere della Sera", li riconobbe. Le parole durissime scagliate da Togliatti e da Longo, che accuserà di "revisionismo" Giolitti, sono anch’esse celebri. Così come nota è l’ autocritica effettuata a più riprese, già da molti anni, da Pietro Ingrao e la dissidenza di Giuseppe Di Vittorio.&lt;br /&gt;Nelle parole di Napolitano si può infine cogliere, tra le righe, più di un rammarico. Per il coinvolgimento del Pci nella responsabilità morale e politica in un atto repressivo e antioperaio, certamente. Per la dissolta unità della sinistra, altrettanto certamente. Ma anche per l’autoisolamento in cui il Pci si autorecluse, facendosi sballottare dalle ulteriori repliche della storia e costringendo se stesso a una lunga traversata, effettuata al fine di abbandonare un pasticciato leninismo dimidiato e di agguantare quel che il PCI stesso, almeno in parte, nel 1956, già era. Ma anche il PSI, nucleo minoritario dal 1948 della sinistra italiana, fu lasciato solo dal PCI e accusato di collaborare con il "neocapitalismo". Così, anche per responsabilità della politica del 1956 degli ex alleati comunisti, dopo essere stato a sua volta, e per oltre vent’anni, un partito di lotta e di governo in grado di strappare, in sintonia con le trasformazioni della società, grandi conquiste (il divorzio, lo statuto dei lavoratori, e così via), il PSI fu trascinato in processi che erano estranei alla sua natura e alla sua tradizione. Sino a perdere, almeno in parte, se stesso. E a smarrire, almeno in parte, la sua vocazione libertaria. Si può allora dire che è un peccato originale, quello del 1956 del PCUS e del PCI, che la sinistra italiana, nel suo complesso, pur impegnata nella costruzione del partito democratico, sconta ancora oggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;"Sull'invasione sovietica aveva ragione Nenni"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Autocritica di Napolitano sulle posizioni del Pci sull'invasione dell'Ungheria del 1956 &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Messaggio del presidente alla fondazione diretta da Tamburrano in vista del viaggio a Budapest&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di SIMONETTA FIORI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA - «Sui fatti d´Ungheria, sulla rivoluzione ungherese e sulla sua repressione, aveva ragione Pietro Nenni». Poche e scarne parole, quelle pronunciate da Giorgio Napolitano, alla vigilia del suo viaggio a Budapest nel cinquantesimo anniversario di quella tragedia. Un giudizio inedito, che allarga la riflessione autocritica, andando oltre il pubblico risarcimento formulato una ventina d´anni fa nei confronti del compagno Antonio Giolitti, dissenziente nel 1956 e per questo allora avversato dallo stesso Napolitano. Questa volta il riconoscimento s´estende al partito fratello, il Psi, impersonato dal coraggioso segretario che, sfidando gli umori filosovietici diffusi nella base, ruppe con "i metodi antidemocratici" della Mosca "neocoloniale". «Un´ammissione importante, ricca di implicazioni», la definisce Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni e destinatario del messaggio presidenziale. «Non mi aspettavo un riconoscimento così diretto, anche se il ripensamento del complesso rapporto tra Pci e Psi in quella stagione è presente già da tempo nell´elaborazione di Napolitano».&lt;br /&gt;Nel cinquantenario della rivolta ungherese, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici, la Fondazione Nenni ha progettato un volumetto - La sinistra in quell´indimenticabile 1956 - che arricchisce la vecchia edizione di Quando i socialisti ruppero con Mosca (una raccolta dell´86) con le nuove testimonianze di Napolitano, Achille Occhetto, Rossana Rossanda. «Diversi mesi fa, prima della nomina presidenziale, chiesi a Napolitano di scrivere un saggio sull´argomento. Allora disse di sì, ma dopo l´elezione mi ha chiesto di alleggerirlo, proponendo di pubblicare il "capitolo ungherese" della sua autobiografia recentemente pubblicata da Laterza. La sorpresa è stata la lettera con il giudizio su Nenni».&lt;br /&gt;Il riconoscimento al "fratello coltello" - fratelli coltelli erano Psi e Pci secondo una formula gramsciana - , finora mai apertamente espresso, è quasi una naturale maturazione della dolorosa autocritica che Napolitano va da tempo elaborando sulla rivoluzione ungherese repressa con la violenza. Una ferita ancora aperta per larga parte della sinistra, che per "zelo conformistico" - come annota il Presidente nell´autobiografia Dal Pci al socialismo europeo - acconsentì alle ragioni di Mosca. «La giustificazione del sanguinoso intervento militare sovietico, per soffocare un moto popolare bollato come controrivoluzione, rimane motivo grave di tormento autocritico», riflette Napolitano, il quale spiega l´ossequio all´Unione Sovietica con il mito "dell´intangibilità del campo socialista" sotto la bandiera di Mosca "rispetto alla sfida del fronte imperialista". «La verità», scrive ancora, «è che vedevamo poco, sentivamo poco le grandi questioni di principio - libertà e democrazia - che erano in gioco nel giudizio sui "fatti d´Ungheria". O meglio restavamo nel chiuso di certezze ideologiche acquisite nel partito».&lt;br /&gt;L´omaggio a Nenni, oggi, rappresenta un ulteriore passo in avanti. Sostiene Tamburrano: «È implicito, in questo riconoscimento al Psi, un ripensamento del rapporto tra i due partiti. Evidente l´attribuzione al Pci della responsabilità della rottura a sinistra. Se Togliatti avesse sostenuto una posizione meno settaria, dando ascolto alle critiche di Giuseppe Di Vittorio, le cose sarebbero potute andare diversamente». Fin qui Tamburrano. Ma Napolitano concorda? «Se il Presidente avesse potuto sviluppare il suo ragionamento in un saggio, questa sarebbe stata la sua posizione. Ha preferito quella frase lapidaria - "Nenni aveva ragione" - in cui è già detto tutto».&lt;br /&gt;Non casuale l´uscita su Nenni alla vigilia del viaggio a Budapest, a cui sta lavorando l´ufficio diplomatico del Quirinale. Un viaggio che - per impegni già assunti dal presidente - anticiperà di qualche settimana le cerimonie ufficiali del 23 ottobre. E che forse contribuirà a sanare quella ferita ancora aperta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;QUANTO PESA QUELL'ERRORE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di MIRIAM MAFAI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DUNQUE, aveva ragione Nenni quando nell´autunno del 1956 rompeva il patto di unità d´azione che da quasi trent´anni lo legava ai comunisti. Dunque aveva ragione Nenni quando, a proposito della rivolta degli operai e degli studenti di Budapest scriveva: «Quanto di meglio noi possiamo fare per i lavoratori ungheresi è di aiutarli a spezzare gli schemi della dittatura in forme autentiche di democrazia e di libertà…». Dunque aveva ragione Nenni quando, pochi mesi dopo, al Congresso di Venezia del Psi, gettava alle ortiche per il suo partito non solo la tradizionale politica frontista, ma ogni riferimento al marxismo leninismo, alla dittatura del proletariato, al legame con l´Urss.&lt;br /&gt;Aveva ragione Nenni, come riconosce oggi, nella sua lettera a Giuseppe Tamburrano, il nostro presidente della Repubblica che quegli avvenimenti ha vissuto da giovane dirigente del Pci. E dunque aveva torto il Pci quando, nel corso di quelle drammatiche settimane di cinquant´anni fa, sceglieva di stare, come da un celebre titolo dell´Unità «da una parte della barricata», dalla parte dell´Urss, che aveva mandato i suoi carri armati a Budapest per soffocare la rivolta degli operai e degli studenti che si ribellavano alla dittatura e chiedevano un socialismo democratico, dal volto umano.&lt;br /&gt;Il fantasma della rivoluzione ungherese del 1956 interroga ancora la coscienza di coloro che allora erano comunisti e non ebbero il coraggio o la lucidità politica di dissociarsi dalle posizioni del loro partito. Giorgio Napolitano, che allora aveva trent´anni ed era segretario della federazione di Caserta, ha già ricordato nel suo bel libro di memorie di aver seguito, da quella postazione di periferia «in modo piuttosto distaccato la discussione tra gli intellettuali dissenzienti». Tra questi intellettuali e dirigenti che rifiutarono di aderire alla linea del partito, di condanna per gli insorti ungheresi e di sostegno all´intervento dell´Urss c´era anche Antonio Giolitti che «aveva pronunciato il solo discorso di netto e sostanziale dissenso dalla tribuna dell´VIII Congresso. Tra i primi interventi polemici nei suoi confronti c´era stato il mio» ricorda Giorgio Napolitano. «L´intervento sovietico – affermò allora il giovane dirigente del Pci – oltre ad impedire che l´Ungheria cada nel caos e nella controrivoluzione ha contribuito a salvare la pace nel mondo».&lt;br /&gt;E non è certamente per caso se, appena eletto presidente della Repubblica, egli abbia voluto far visita ad Antonio Giolitti, che in quella occasione, dopo quell´intervento congressuale, aveva abbandonato il Pci. Non fu il solo.&lt;br /&gt;Italo Calvino racconta così quelle drammatiche giornate: «Quella sera in cui arrivarono le notizie dell´invasione dell´Ungheria ero a cena con Amendola a Torino, a casa di Luciano Barca, che dirigeva l´edizione torinese dell´Unità. Amendola era venuto a Torino per incontrare me e gli altri amici dell´Einaudi, per "tenerci buoni" perché si capiva che le difficoltà stavano arrivando e noi davamo segni di grande impazienza. Mentre Amendola parlava, Gianni Rocca che allora era redattore capo dell´Unità, telefonò a Barca. Aveva la voce rotta di pianto. Ci disse: i carri armati stanno entrando a Budapest, si combatte per le strade. Guardai Amendola. Eravano tutti e tre come colpiti da una mazzata. Poi Amendola mormorò: "Togliatti dice che ci sono momenti nella storia in cui bisogna essere schierati da una parte o dall´altra. Del resto il comunismo è come la Chiesa, ci vogliono secoli per cambiare posizione…"».&lt;br /&gt;Non ci sono voluti secoli perché il Pci rivedesse le sue posizioni a proposito dell´Ungheria, perché rompesse quello che è stato chiamato il «legame di ferro» con l´Urss. Non secoli, ma un paio di decenni sì. Per molto tempo la rivoluzione ungherese del 1956 non ebbe nemmeno diritto ad essere definita tale dai comunisti italiani. Prima, nel corso di quelle drammatiche settimane, sul quotidiano del Pci e nelle assemblee di sezione quella rivolta venne qualificata di «terrore bianco» o «controrivoluzione». Poi con il passar del tempo quelle vicende vennero pudicamente ricordate come «i fatti d´Ungheria». Dieci anni dopo, nel 1968, un altro paese che faceva parte del campo socialista vivrà la sua rivoluzione democratica. Sarà la primavera di Praga, la rivolta in nome di un socialismo «dal volto umano». Anche questa volta il movimento sarà stroncato dall´intervento sovietico. Ma in quella occasione il Pci esprimerà, il suo primo dissenso da Mosca. Verranno poi, finalmente, le più esplicite prese di distanza di Berlinguer dall´Urss e dalla sua politica.&lt;br /&gt;E tuttavia le poche righe con le quali oggi Giorgio Napolitano, ricordando gli eventi del 1956, riconosce «la validità dei giudizi di Pietro Nenni e di gran parte del Psi in quel cruciale momento» possono, forse debbono, essere interpretate anche come un invito a rileggere con maggiore equilibrio e attenzione le vicende del Pci e del Psi nel più lungo periodo. Con il Congresso di Venezia del 1957 infatti il Psi, liberandosi dal patto di unità d´azione con i comunisti e dal legame con l´Urss, si avvierà sulla strada di un accordo con la Dc che arriverà pochi anni dopo, nel 1960. Ma ci arriverà profondamente indebolito, sia per le divisioni interne sia per la polemica cui è esposto da sinistra. Da parte sua il Pci, ancora convinto della superiorità del sistema socialista su quello capitalista, alimentava la polemica contro la «deviazione socialdemocratica» del partito di Nenni, una polemica che trovava un´eco particolarmente favorevole nella sua base. I due partiti della sinistra italiana accentuavano così, dopo la crisi del 1956, quella divaricazione che li avrebbe portati alla fine alla reciproca, comune sconfitta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;IL COLLOQUIO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Pietro Ingrao: bisogna tenerne conto prima di dire che Nenni era nel giusto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;"Il nostro un errore tragico ma ci fu la rottura a sinistra"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di s.fio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il '56 nelle memorie. Nell'autobiografia che uscirà ai primi di settembre parlo molto a lungo di quei fatti: più che un capitolo è la storia di una sconfitta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il gelo di Togliatti. Quando capii la tragedia, parlai con Togliatti: di fronte alla mia incertezza fu molto freddo. Non ebbi la forza di reagire&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Quella pagina politica è stata per me la più dolorosa: il 1956 è un anno tragico per noi, tremendo». Alla vigilia dell´uscita della sua autobiografia, che alla tragedia di Budapest dedica i capitoli più tormentati, Pietro Ingrao si lascia andare a un ripensamento sofferto, ancora molto vivo a dispetto del mezzo secolo trascorso. «Non c´è dubbio che Antonio Giolitti e anche Pietro Nenni avessero ragione, ma il giudizio di Giorgio Napolitano mi appare un po´ sommario. Bisogna tenere conto anche della rottura a sinistra, prima di dare ragione a Nenni».&lt;br /&gt;La sua è la storia d´un comunista, forse di specie particolare. Un comunista che "voleva la luna", dal titolo delle memorie che l´editore Einaudi pubblicherà ai primi di settembre. «Lì parlo molto a lungo del 1956, e anche dei miei errori. Spero che i miei peccati emergano dal libro con chiarezza. È un capitolo molto lungo: più che un capitolo è la storia d´una sconfitta, di errori, difetti e incompiutezze, raccontati con sincerità».&lt;br /&gt;I ricordi risalgono all´ottobre del 1956, a quegli eventi che sigleranno "l´Errore con la E maiuscola" d´una generazione di comunisti. Ingrao è direttore dell´Unità quando, il 23 ottobre a Budapest, una manifestazione di plauso a Gomulka si trasforma in una insurrezione armata contro il potere comunista. Ne sono protagonisti operai e studenti che rivendicano "una più ampia democrazia nel quadro del regime socialista". Nella notte tra il 23 e il 24 "l´ordine" è ripristinato dall´irruzione delle truppe sovietiche. Tocca a Ingrao, sull´Unità del 25 ottobre, scrivere l´editoriale che censura pesantemente i rivoltosi. «Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall´altra delle barricate. Un terzo campo non c´è... Domani si potrà discutere e anche differenziarsi... Oggi si difende la rivoluzione socialista». Così si legge in quel fondo anonimo, che - come emerge dal verbale della Direzione cinque giorni dopo - esprime una posizione laboriosamente limata con la segreteria.&lt;br /&gt;La crisi s´aggrava una settimana più tardi. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre i carri armati sovietici intervengono una seconda volta in Ungheria, schiacciando la resistenza popolare. Migliaia i morti, decine di migliaia i feriti. Nel quarantunenne Ingrao esplodono quei dubbi prima soltanto timidamente affiorati. «Allora mi resi conto che si trattava di una tragedia, così telefonai a Togliatti e gli chiesi un appuntamento. Era un pomeriggio grigio, piovoso. Di fronte alla mia incertezza, Togliatti fu molto freddo. Mi disse che non bisognava esitare, e per tagliare la conversazione usò questa frase: "Oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più". Non ebbi la forza di reagire».&lt;br /&gt;Una ferita ancora aperta, il peccato originale che getta una luce su tutti «i ritardi, le incomprensioni, gli sbagli che abbiamo fatto non solo sullo specifico dramma ungherese, ma in generale sul leninismo e sullo stalinismo». Non è certo reticente la testimonianza di Ingrao, che già nel libro-intervista con Antonio Galdo, Il compagno disarmato (Sperling), aveva denunciato i pesanti errori del partito. La sua riflessione autocritica s´allarga alle due figure centrali del comunismo, a Stalin ma ancor prima a Lenin, senza alcuna tentazione assolutoria per quest´ultimo. «Ieri ci illudevamo che ci fosse una differenza sostanziale tra i due personaggi. Consideravamo Stalin il traditore degli ideali di Lenin. Non è così». Un´autocritica radicale, propria di un comunista nonagenario che non ha paura di riflettere sugli errori commessi. «Allora non capimmo, o non volemmo capire, che quella ideologia era nata sotto il segno del ripudio della democrazia e con l´uso sistematico di una violenza rivoluzionaria che ammazza, reprime, distrugge. Non ci rendemmo conto, e potevamo farlo, che, senza sgombrare il campo da questo vizio d´origine del movimento comunista, saremmo andati incontro a una drammatica sconfitta, come poi puntualmente è accaduto».&lt;br /&gt;Per Ingrao la vicenda di Budapest è "un appuntamento mancato con la storia". «Un appuntamento decisivo, perché poteva cambiare il destino della sinistra non solo in Italia». Guai, però, a parlare di pentimento. «Il pentimento non è una parola che appartiene al mio linguaggio. Ha un sapore di sacrestia. Ma se pentirsi significa riconoscere i propri errori, allora io non ho paura di questa parola».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;IL PERSONAGGIO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La rottura con il Pci di Togliatti al congresso del ´56: "Il gioco dell'avversario lo fa chi tace"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-weight: bold;"&gt;Giolitti, l'antico apostata "Quel dramma ora è più lontano"&lt;br /&gt;di NELLO AJELLO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il ricordo dell'intervento di Di Vittorio: "Mi invitò a rivedere criticamente il mio atteggiamento, ma si vedeva che era turbato dal suo stesso dissenso ormai rientrato"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La grande soddisfazione per l´omaggio del presidente della Repubblica, in maggio, subito dopo l´elezione al Quirinale: "È stato gentile, aperto, cordiale"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Antonio Giolitti aveva ragione nel 1956, quando criticò - a differenza del Pci di Palmiro Togliatti, che ad essa plaudì - l´invasione dell´Ungheria da parte dell´Unione sovietica. In una lettera inviata a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, e brevemente riportata dall´Unità di ieri, il capo dello Stato non si limita ad evocare l´evento, ma esprime una «riflessione autocritica», ricordando che le posizioni assunte in quel frangente dal vertice del Pci erano da lui condivise.&lt;br /&gt;Insomma, così afferma il presidente Napolitano, Giolitti criticando le posizioni del partito comunista nel quale militava, era nel giusto, mentre io, allora - mezzo secolo fa - sbagliai insieme al mio partito. E´ un riconoscimento «doloroso» che si estende anche a Pietro Nenni e a gran parte del Psi (ecco spiegata la lettera a Tamburrano), che nell´autunno del 1956 espressero critiche analoghe a quelle che manifestò Giolitti nei riguardi del Pci e del suo segretario Palmiro Togliatti.&lt;br /&gt;Giolitti, che ha superato i 91 anni, è nella sua casa di vacanze, a Cavour. Non ha letto L´Unità. Ma certo non gli sfugge l´importanza della notizia che gli riferisco. E accetta di rievocare al telefono quella vicenda che lo vide protagonista. E´ l´8 dicembre 1956, il Pci celebra a Roma il suo VIII congresso.&lt;br /&gt;Dall´invasione dell´Ungheria è passato un mese e mezzo, una stagione assai difficile per il partito di Togliatti, tra il fermento che circola nelle sedi culturali, il dissenso espresso da figure eminenti come Eugenio Reale e Fabrizio Onofri - neppure invitati al congresso, ricorda Giolitti - e il diniego opposto da scrittori del rango di Italo Calvino (per fare un solo esempio).&lt;br /&gt;Prima che Giolitti prendesse la parola, vibranti riserve sulle posizioni del partito erano state espresse da Furio Diaz, celebre storico ed ex sindaco di Livorno.&lt;br /&gt;Ma il compito di dare una prospettiva unitaria a queste critiche sarà assunto proprio dall´allora quarantunenne Antonio Giolitti. «Per noi», avrebbe poi raccontato Gianni Rocca, presente al congresso in quanto delegato, «era come se lui solo si fosse preso l´incarico di lasciare ai leader e agli astanti una testimonianza collettiva di dissenso». E lo stesso protagonista rammenta che, essendo allora la sua figura poco nota, il Corriere della sera aveva sentito il bisogno di presentarlo ai lettori, più o meno con queste parole: «L´onorevole Giolitti è un giovane quarantenne, alto, bruno, elegante. Si dice che il suo nome interessava ai comunisti, che vogliono dirsi eredi del Risorgimento e del liberalismo. Si dice anche che fosse uno dei giovani più cari a Togliatti». «Fosse», sottolinea Giolitti.&lt;br /&gt;«Ormai non lo ero più. Non lo sarei più stato».&lt;br /&gt;A sentirlo rievocare da lui, quel lontano dicembre assume di nuovo il calore di un trauma. Senza enfasi - ma a detta di tanti testimoni d´epoca, neppure in quel frangente clamoroso l´enfasi si affacciò nell´oratoria giolittiana: ognuno è come è, magari per sempre - Giolitti cita il se stesso di allora. Per esempio, quando esordì rilevando una contraddizione nelle tesi del segretario comunista e dei suoi seguaci più ferventi: «Non si può sostenere che gli errori e i delitti denunziati al XX congresso del Pcus non hanno intaccato la permanente sostanza democratica del potere socialista, e allo stesso tempo definire legittimo, democratico e socialista un governo come quello contro il quale è insorto il popolo di Budapest il 23 ottobre». O allorché egli escluse che, esprimendo ciascuno le proprie idee, si favorisse il nemico di classe. «Molte volte, al contrario», obiettò, «il gioco dell´avversario lo fa chi tace». O infine quando nel suo intervento affiorò una documentata denuncia: «Abbiamo visto combattere e sradicare senza pietà le opinioni di quei compagni - e io sono fra costoro - che hanno manifestato dubbi e dissensi in merito alla definizione di controrivoluzionaria data alla rivolta popolare d´Ungheria».&lt;br /&gt;Un´altra scena che resta incisa nella memoria è impersonata da Giuseppe Di Vittorio, che invita Giolitti a «rivedere criticamente il proprio atteggiamento». Ma quello che parlava all´VIII congresso, ora egli aggiunge, «era un Di Vittorio turbato dal suo stesso dissenso poi quasi rientrato. Un uomo e un combattente ormai troppo stanco per aver coraggio». Si può essere allergici al protagonismo quanto si vuole - faccio notare a Giolitti - ma dire a Togliatti che per il Pci «si tratta, non di continuare e migliorare, ma di cambiare e correggere; e di cambiare gli uomini che non si possono correggere», è un qualcosa che nel Pci non s´era mai sentito. Giolitti, dall´altro capo del telefono, acconsente.&lt;br /&gt;L´antico apostata gradisce come merita la mossa di Napolitano.&lt;br /&gt;Parla con piacere della visita che il presidente gli fece nel maggio scorso, fresco di elezione al Quirinale: «Gentile, aperto, cordiale». Rievoca i tempi, non poi tanto remoti, nei quali - dopo essere stato per decenni un battistrada sulla «via del riformismo», essere assurto a sinonimo della Programmazione e aver vissuto da protagonista la travagliata vicenda del centrosinistra - egli scorse nella gestione craxiana del Psi un´intolleranza quasi altrettanto grave di quella sperimentata a suo tempo nel partito di Togliatti. Per un lungo periodo ancora, ricorda, cercherà «di mettere bene i piedi con qualche sdrucciolone, sulle vie della politica». Il suo è stato, in fondo, - anche quando nel giugno del 1987 venne eletto senatore nelle liste del Pci - un tentativo (sono parole sue) di «passare dall´illusione dell´utopia alle speranze del riformismo», senza smarrire «il rapporto sempre problematico fra efficacia della passione politica e coerenza con i valori etici. Poi, man mano che l´età avanzava, s´era sentito sempre più «un senzatetto di sinistra».&lt;br /&gt;Mentre gli parlo, Giolitti mi dà il senso di aver riconquistato un´identità, semmai l´avesse persa davvero. Le sue utopie di «timoroso riformista» (così ama definirsi) diventano una lezione che va onorata in alto loco. C´è un uomo, classe 1915, che ha lungamente operato in politica. Con coraggio. Ecco, per lui il presente ha ancora in serbo un dono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 30.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Luciana: "Per mio padre e tutti noi furono giorni pieni di angoscia"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Luciana Nenni, la figlia di Pietro, ha 84 anni, la voce fragile, la memoria intatta. A "Repubblica" concede un breve cammeo. Riaffiorano, improvvisi, evocati dalla cronaca politica e dalle parole del presidente Napolitano, gli eventi che hanno segnato la vita e la memoria della sua famiglia: «Per noi fu un vero dramma», dice. Ecco la sua testimonianza: «Mi ricordo benissimo quei giorni convulsi e incredibilmente pieni di angoscia. Le notizie si susseguivano. I carri armati a Budapest? Per noi era inconcepibile. Posso sintetizzare tutto in una telefonata concitata che fece al papà mia sorella Vany. Parlò in francese, disse: «E´ il mondo nel quale abbiamo creduto che sprofonda... ». Mio padre ha fermato nel diario le sue riflessioni: «Come ha ragione Vany! E´ la sola delle mie figliole che si era iscritta a Parigi al partito comunista francese. Ora si sente tradita. Lo siamo tutti traditi. E´ tradito l´internazionalismo proletario». Una cosa è certa, in famiglia noi Nenni l´abbiamo sempre pensata: il dramma dell´Ungheria ha avuto il merito di mostrare alla sinistra italiana il vero volto dell´Unione Sovietica e di aprire la strada al socialismo moderno e dal volto umano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115692935175857004?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115692935175857004'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115692935175857004'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_30_archive.html#115692935175857004' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115684730517101350</id><published>2006-08-29T12:26:00.000+02:00</published><updated>2006-08-31T15:54:23.830+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a name="20060829Titolo2"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Repubblica 29.8.06 Prima pagina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La discussione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il socialismo è morto la sinistra no&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di ANTHONY GIDDENS&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il secolo post-socialista&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Quell'idea è morta nell'89, ma i valori della sinistra sopravvivono&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Oggi non ha senso definire antioperaia la politica di liberalizzazione del mercato del lavoro. E non è di destra tentare di dare risposte efficaci al terrorismo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il filone rivoluzionario è scomparso senza lasciare traccia, quello riformista si rivela ormai inadeguato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Sono favorevole alla creazione di un partito unificato della sinistra in Italia. Non so se sarà possibile, ma credo che il post-socialismo debba essere più ecumenico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il socialismo è morto. La data precisa del decesso è nota – il 1989 – ma già da tempo la sua salute era malferma. Per tutta la durata della sua storia il termine stesso di «socialismo» è stato conteso e rivendicato da gruppi politici d´ogni sorta, dai comunisti agli anticomunisti. La storia della sinistra è costellata di infinite dispute sul suo significato. In passato, la principale linea di demarcazione passava tra la sinistra rivoluzionaria e quella riformista.&lt;br /&gt;La prima non credeva nella possibilità di una trasformazione della società attraverso i metodi parlamentari. In tempi relativamente recenti, il libro di Ralph Miliband Socialismo parlamentare è stato considerato un testo chiave, largamente adottato dalle università in molte parti del mondo. Secondo le tesi di Miliband, una società socialista non avrebbe potuto nascere attraverso una vittoria elettorale, ma solo per vie extraparlamentari, dato che i socialisti dovevano trasformare lo Stato in quanto tale. Altri esponenti della linea rivoluzionaria, di tradizione sia leninista che trotzkista, mantenevano però un atteggiamento meno categorico di quello di Ralph Miliband nei confronti della «democrazia borghese».&lt;br /&gt;Per converso, e a partire dall´opera di Eduard Bernstein, il socialismo riformista si era proposto di conseguire il cambiamento sociale passando per il parlamento e per la democrazia elettorale. Quasi tutte le attuali formazioni di centro-sinistra hanno origine da figure fondatrici della stessa area. Una delle maggiori ironie della storia è il fatto che il socialismo rivoluzionario, determinato a trasformare profondamente il mondo e apparentemente impegnato in quest´opera per mezzo secolo, è scomparso quasi senza lasciare traccia.&lt;br /&gt;Ormai continua ad esistere solo in regimi che hanno dimostrato di non avere un futuro, come quello cubano, o sopravvive come una flebile eco in paesi quali la Cina o il Vietnam.&lt;br /&gt;La stessa idea di un superamento del capitalismo attraverso una rivoluzione politica laica è quasi del tutto scomparsa. La sinistra estrema di oggi si definisce solo in termini di contrapposizione - a volte «anti-capitalista», ma più spesso «no global». Se si eccettua l´Islam radicale, i rivoluzionari in politica ormai non esistono più. Perché l´idea centrale che ha fatto da propulsore al socialismo rivoluzionario, la nozione alla base della definizione stessa del socialismo - l´idea cioè che un´economia controllata e rispondente ai bisogni umani possa sostituirsi ai meccanismi dei prezzi e del profitto - una volta messa alla prova, è fallita dovunque. Era un´idea sbagliata.&lt;br /&gt;Il socialismo riformista ha creduto in un´economia mista. Ha ritenuto possibile imbrigliare le irrazionalità del capitalismo riservando allo Stato un ruolo parziale nella vita economica. I «settori chiave» dell´economia - quali i trasporti, le comunicazioni, l´industria siderurgica, il carbone e l´energia elettrica - dovevano rimanere sotto il controllo dello Stato. Dopo la seconda guerra mondiale, per vari decenni in Occidente questo «compromesso» era sembrato in grado di funzionare: non però grazie ai meriti del socialismo di per sé, bensì per quelli della teoria economica formulata da un liberale, John Maynard Keynes. Lo Stato ha potuto così esercitare sull´economia un controllo generale regolando la domanda, mentre il welfare forniva una rete di sicurezza quando le cose non andavano per il verso giusto.&lt;br /&gt;Oggi la domanda chiave è se anche questo tipo di socialismo sia morto. La mia risposta è un chiaro sì: non vi sono eccezioni alla netta, inequivoca constatazione con cui ho iniziato quest´articolo. Il più delle volte, lo stato ha dimostrato la sua inadeguatezza nella conduzione diretta delle imprese. D´altra parte, la gestione della domanda in senso keynesiano ormai non è più efficace, e può anzi diventare controproducente nel contesto di un mercato globale.&lt;br /&gt;Cosa rimane dopo la fine del socialismo? O in altri termini, cosa resta della sinistra? (NdT: in inglese la domanda è un bisticcio: what is left of the left?) Ricordo le interminabili discussioni su questi temi ai convegni degli anni ‘90. Le risposte (almeno a mio modo di vedere) sono oggi più chiare di allora. La sinistra è sopravvissuta alla fine del socialismo. Esiste una chiara linea di discendenza dal socialismo riformista agli attuali partiti di centro-sinistra, ma in termini di valori assai più che politici. La sinistra sostiene una serie di valori quali l´egualitarismo, la solidarietà, la tutela dei più vulnerabili, così come la convinzione che l´azione collettiva sia necessaria all´efficace perseguimento di questi obiettivi. Il concetto di «azione collettiva» è riferito non solo al ruolo dello Stato, ma anche a quello di altri organismi della società civile.&lt;br /&gt;Tuttavia oggi la sinistra non può più definirsi semplicemente negli stessi termini del socialismo d´un tempo, come la via per limitare i danni inflitti dai mercati alla vita sociale. Se è vero che il capitalismo ha tuttora bisogno di regole, oggi il compito dei governi è quello di favorire un miglior funzionamento dei mercati, di espandere il loro ruolo, piuttosto che ridurlo. Non ha senso contestare come antioperaia la politica di liberalizzazione del mercato del lavoro, che con ogni ragione il nuovo governo italiano sta tentando di portare avanti. L´attuale compartimentazione del mercato del lavoro in Italia non contribuisce minimamente a promuovere la causa della giustizia sociale, ma rappresenta al contrario uno dei fattori di aumento della disoccupazione, oltre ad aggravare l´insicurezza di chi lavora nei settori informali e non protetti. Nei paesi scandinavi, che in Europa hanno raggiunto il grado più elevato di giustizia sociale, il mercato del lavoro è stato oggetto di riforme radicali.&lt;br /&gt;La sinistra non può più definirsi in contrapposizione alle riforme del welfare. Come ho già ricordato, lo stato sociale è nato come rete di sicurezza, che subentra quando si perde il posto di lavoro, si divorzia, ci si ammala o si invecchia. Alcune di queste funzioni permangono, ma oggi il welfare deve assumere sempre più le caratteristiche di un meccanismo di investimento sociale. In un´era di libertà individuali e di aspirazioni sempre maggiori, dobbiamo investire nelle persone per aiutarle ad aiutarsi da sé. Il sistema scolastico dev´essere riqualificato in maniera radicale per consentirci di affrontare un mondo sempre più competitivo; e occorre inoltre facilitare l´accesso a un´istruzione superiore di alta qualità, e aprire percorsi formativi anche alle fasce di età più avanzata.&lt;br /&gt;La sinistra non può più definirsi nei termini di una concezione classica delle libertà civili. Non è di destra ammettere che la criminalità e il disordine sociale rappresentano un grave problema per molti cittadini. Non è di destra sostenere che l´immigrazione dovrebbe essere controllata, o chiedere agli immigrati di farsi carico di una serie di responsabilità civili, ivi compreso l´obbligo di apprendere la lingua nazionale.&lt;br /&gt;Non è di destra cercare di dare risposte efficaci al terrorismo. Le nuove minacce terroristiche cui le società occidentali devono far fronte non sono paragonabili a quelle dei tempi delle Brigate rosse, o al terrorismo «locale» dell´IRA o dell´ETA. Il terrorismo di tipo nuovo è più globale, e potenzialmente di gran lunga più letale. Il diritto di sentirsi al sicuro dalla violenza terroristica è di per sé una libertà importante, che va ponderata rispetto alle altre. Infine, la sinistra ovviamente non può più definirsi in contrapposizione alla democrazia parlamentare. Il multipartitismo ha i suoi difetti, ma l´alternativa non può essere il cosiddetto «Stato del popolo». La rappresentanza popolare di stampo sovietico si è dimostrata tutt´altro che democratica. Oggi la sinistra deve dare la sua piena adesione al pluralismo, sia in campo politico che nel più ampio contesto sociale.&lt;br /&gt;Sono favorevole all´idea della creazione di un partito unificato della sinistra in Italia. Non se so in pratica ciò sarà possibile: dopo tutto, in passato la sinistra è stata ripetutamente affondata dalle scissioni e divisioni al suo interno. Ma credo che la sinistra post-socialista possa e debba essere più ecumenica di quanto tendesse a esserlo la sinistra radicale. E´ necessario continuare a innovare in politica, per poter essere in grado di portare avanti i valori della sinistra in un mondo di massicce trasformazioni sociali. Ma l´innovazione politica può nascere solo dal libero scambio delle idee, non certo da un chiuso dogmatismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Traduzione di Elisabetta Horvat)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l'Unità 29.8.06 Prima pagina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;UNGHERIA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Napolitano: nel '56 sull’invasione aveva ragione Nenni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Roberto Roscani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal Pci, e da me condivise, nel 1956 e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti “di aver avuto ragione” valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi in quel cruciale momento». Firmato: Giorgio Napolitano.&lt;br /&gt;Cinque righe secche. Parole come pietre in un messaggio che il capo dello Stato ha inviato a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. Verranno pubblicate, insieme al capitolo sul ‘56 del libro «Dal Pci al socialismo europeo. Un’autobiografia politica» di Napolitano (edito lo scorso anno da Laterza) in un libro riflessione che la Fondazione farà uscire a fine ottobre.&lt;br /&gt;Perché pesano davvero quelle parole che arrivano mezzo secolo dopo i «fatti d’Ungheria»? Perché dentro c’è una combinazione di consapevolezza politica e di partecipazione umana che non ammette scorciatoie, che impedisce infingimenti, che non chiede scuse ma scusa. Napolitano non ha aspettato certo il 2006 per dire che «Giolitti aveva ragione».&lt;br /&gt;Vent’anni fa aveva già apertamente riconosciuto le ragioni di quel suo amico e compagno che nell’VIII congresso del Pci aveva condannato con grande nettezza l’intervento militare sovietico in Ungheria contro una rivolta popolare definita dall’Urss «controrivoluzione». Eppure nel ‘56 fu proprio Napolitano tra i primi ad attaccare Giolitti al congresso, con parole dure e con una giustificazione dell’intervento militare sovietico come di un elemento di “stabilizzazione internazionale” e addirittura come un contributo alla pace nel mondo. E di questo c’è un aperto riconoscimento accompagnato da una profonda riflessione autocritica nelle pagine della sua autobiografia.&lt;br /&gt;«Mi mosse allora, ritengo, anche un certo zelo conformistico»; ma c’è qualcosa di più, quel terribile errore nasceva dal «concepire il ruolo del Pci come inseparabile dalle sorti del “campo socialista” guidato dall’Urss». Ma in queste righe c’è anche politicamente un passo in più: dare ragione a Giolitti chiudeva infatti una ferita interna al Pci (e d’altra parte la strada di Napolitano e Giolitti si era ricongiunta in mille occasioni sulla scena politica italiana ed europea). Dare ragione a Pietro Nenni e al Psi per le posizioni che avevano assunto nel 1956 significa riconoscere ad un partito della sinistra (i compagni con cui si era costituito il Fronte Popolare) la capacità di aver visto giusto. Per il Psi nenniano quel giudizio fu il primo strappo dall’Urss, fu un passo fondamentale per la costruzione di una «autonomia» dal «campo socialista» e anche dall’ingombrante alleato comunista.&lt;br /&gt;«Per me - spiega Giuseppe Tamburrano - quelle parole hanno un enorme valore. So bene che il Pci del 1956 non avrebbe potuto rompere con Mosca: non ce ne erano le condizioni, il partito si sarebbe lacerato. Ma certo guardando indietro con gli occhi di oggi mi viene da dire: se allora il Pci avesse assunto una posizione meno netta (penso soprattutto alle parole di Togliatti, sprezzanti contro quella che anche nel Pci tutti chiamavano una tragedia), se avesse prevalso Di Vittorio, che ha sempre criticato l’intervento sovietico a reprimere la rivolta popolare ungherese, forse avremmo scritto una storia diversa dell’Italia e della sinistra italiana».&lt;br /&gt;Se... se... Quello del 1956 e dell’Ungheria è uno dei capitoli su cui il Pci e tutti i gruppi dirigenti che lo hanno attraversato, ha più riflettuto. È certamente impossibile ripercorrere quell’anno (dal XX congresso del Pcus con la denuncia chruscioviana dei mali e degli orrori staliniani alla rivolta ungherese sostenuta dal partito comunista di quel paese e soffocata nel sangue degli studenti e degli operai ma anche dei dirigenti comunisti come Imre Nagy e Pál Maléter) senza leggerlo come uno di quegli snodi, di quelle biforcazioni della storia. Quel bivio fu colto da Nenni che riuscì a portare il Psi (dove pure le componenti filosovietiche erano forti, dove nella base era stato salutato con orgoglio il premio Lenin che Stalin consegnò a Nenni) sulla strada che il Pci avrebbe preso compiutamente solo molti anni dopo. «La verità è che vedevamo poco, sentivamo poco le grandi questioni di principio - libertà e democrazia - che erano in gioco nel giudizio sui “fatti d’Ungheria”. O meglio restavamo nel chiuso nelle certezze ideologiche... Molti anni sarebbero dovuti passare perché ci identificassimo pienamente con l’eredità più alta del liberalismo e della democrazia anziché considerare sacrificabili, dove si pretendesse di edificare il socialismo, o meramente formale regole, le garanzie, le procedure della democrazia politica. Lo disse Enrico Berlinguer, ma solo nel 1977»: parole di Giorgio Napolitano.&lt;br /&gt;Ora quello che allora era un giovane dirigente del Pci non si nasconde gli errori e rivendica semmai la strada (la fatica, il dolore, l’impegno) percorsa insieme a tanti altri è presidente della Repubblica. La sua riflessione nelle poche righe inviate alla Fondazione Pietro Nenni (dopo le molte scritte e argomentate da decenni) farà riflettere e discutere, anche perché siamo alla vigilia delle celebrazioni ungheresi a cinquant’anni dalla rivoluzione del ‘56. Il Quirinale sta preparando il viaggio del presidente a Budapest dove è stato invitato per l’occasione.&lt;br /&gt;In Italia, dove spesso le polemiche storiche sono pretesto per risse e linciaggi da parte della destra, qualcuno ha fatto finta che questa strada non fosse stata compiuta. Già vent’anni fa - come rivendica nei suoi scritti - Napolitano riconobbe che «Giolitti aveva ragione»; oggi allarga il discorso alla sinistra italiana e ai meriti di Nenni.&lt;br /&gt;Per i critici più “sottili” che sfidano il presidente della Repubblica e chi viene dal vecchio Pci a chiamare col nome di rivoluzione gli eventi d’Ungheria non resta che rimandare all’incipit del capitolo che Giorgio Napolitano dedica nella sua autobiografia proprio a quelle vicende: «...ci fu prima il trauma del 1956: dei “fatti d’Ungheria”, della rivoluzione ungherese e della sua repressione».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="20060829Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 29.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ci ha lasciati la paziente simbolo (suo malgrado) del Santa Maria della Pietà di Roma. Vittima per trenta e più anni della segragazione manicomiale: protagonista di un riscatto sociale formidabile grazie anche al progetto di riabilitazione che porta il suo nome&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il testamento di Giuseppina F., morta libera dal manicomio&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ventisei anni fa moriva a Venezia Franco Basaglia, lo psichiatra cui si deve l’introduzione in Italia della legge 180 e la chiusura dei manicomi. Quattro giorni fa è morta Giuseppina F., paziente storica dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma. Vittima per trenta e più anni dei soprusi manicomiali, Giuseppina è poi diventata protagonista di un riscatto sociale formidabile grazie anche al progetto di riabilitazione che porta il suo nome. Uno psichiatra e uno psicoterapeuta, Luigi Attenasio e Angelo Di Gennaro, la ricordano attraverso una “finzione” - dedicata anche a Basaglia il cui pensiero e la cui pratica sono ancora attuali - in cui raccontano le sue ultime volontà.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’alba del 25 Agosto me ne sono andata così senza clamore, in modo civile e dignitoso per quanto possa esserlo quando si muore. Ero ricoverata al Policlinico Gemelli per, come si dice, un brutto male. Lì ho sofferto ma anche non ho sofferto. Gli psichiatri stiano tranquilli, non è un delirio, come lo chiamano loro, il mio. Soffrivo, questo sì, ma la mia sofferenza era ridiventata una sofferenza, per così dire normale, in un luogo riconosciuto da tutti come un luogo di cura. Nonostante la malattia avanzasse velocemente come un carro armato (dico così perché anche io sono rimasta colpita da tutto quello che ormai troppo facilmente avviene in questo mondo dove si va a fare la guerra per imporre la pace), con i medici a fare di tutto per fermarla, ho avuto la possibilità di riflettere sulla mia vita (sono/ero del 1949). Ah, ho dimenticato di dire che a 16 anni sono entrata nel manicomio di Roma e vi sono rimasta più di trent’anni. Anni bui, di silenzio sociale, di privazione e negazione dei diritti, dai più elementari, mangiare, dormire sereni, lavarsi…, a quelli più ”sofisticati”, vestirsi decentemente, leggere, studiare, avere relazioni, insomma scegliere di fare ciò che più ti piace. La mia presunta malattia d’origine, chi se ne ricorda più, la cui definizione lascia il tempo che trova, non può essere una giustificazione a tutto quello che ho passato lì dentro. Poi, finalmente, grazie alla 180, le dimissioni dal S. Maria della Pietà e l’inserimento in una grande casa con una “impresa” riabilitativa, il Progetto Giuseppina, chiamato proprio come me, perché nel frattempo ero diventata, non mi date della presuntuosa, abbastanza “famosa”. Purtroppo come lo si può essere in manicomio. Avevo proprio un bel caratterino ma mi sembrava giusto non venire sconfitta, lottare con tutte le forze, anche se impari, contro le violenze e i soprusi che mi facevano, che sentivo ingiusti gratuiti e immeritati. Una volta fuori, da vittima sono diventata protagonista, se così si può dire, perchè ho contribuito a trasformare le teste di tanti che mi sono stati vicino, in fondo tutta la grande famiglia del Progetto Giuseppina. In primis, e me ne sono accorta dall’atmosfera di grande rispetto e commozione che aleggiava durante il mio funerale, tutti i miei compagni di decennali sventure manicomiali con cui avevo condiviso i tanti passi avanti fatti. Con loro vivevamo anche affettuosamente: Eugenio, per esempio, mi trattava come una figlia mentre Anna, un’altra veterana del Progetto, mi ha salutato con grande dolcezza: ” Ciao Giuseppina, dormi, dormi! ”. Non li avevo mai visto così seri, così “sani e normali”. Di quella normalità che in questo caso non è concetto banale ma è “fotografia” e senso di una raggiunta conquista di civiltà e democrazia. Sono stata importante anche per gli operatori, che mi hanno voluto bene e a cui ho voluto bene: ora sanno che ci si può riscattare umanamente e socialmente se si riprende a vivere da persone e non da bestie. Per non dire dei miei familiari, con cui si era ricostruito un rapporto umano, di cui avevo perso il gusto e il sapore. Mia sorella Maria, poi, una vera combattente, ha giurato sulla mia bara che continuerà a lottare perchè non tornino più i lager manicomiali.&lt;br /&gt;A questi due dottori, Luigi Attenasio e Angelo Di Gennaro, del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma C, lascio queste mie ultime volontà. Mi sembrano bravi come gli altri di Psichiatria Democratica che ho conosciuto e che sono andati anche a Strasburgo a dire che i manicomi non devono esistere più non solo in Italia ma anche in Europa. E voglio ricordare, chissà se è una coincidenza, che Franco Basaglia moriva, come oggi, ventisei anni fa. In una calda giornata di Agosto, proprio come me. E’ lui che chiamo a garanzia contro ogni tentativo di ripensamento sulla 180. Da qualunque parte esso venga, anche in modo subdolo e mascherato, come quando si rivendicano sottili distinzioni tra cura e assistenza e si dice che prendersi cura anziché curare significa non prendersi la responsabilità della cura e della guarigione, generando nuova cronicità. Bene ha fatto la dottoressa Gabriele che si chiama Giuseppina come me, quella che è diventata un importante direttore ma che io ricordo perché è andata a lavorare con Basaglia, a cantargliene quattro a quelli che dicono che fare psichiatria in senso trasformativo significa fare soprattutto psicoterapia. Come se solo parlare con qualche specialista può cambiare la mente. E stare in una casa invece che in un manicomio, lavorare, amare, essere amati, fare delle cose, non è anche questo terapia? Che valore avrebbe allora il lavoro altamente qualificato degli operatori dei dipartimenti (ce ne sono tanti di seri e bravi) o di Antonella, Giuseppe, Pietro, Maria Grazia della cooperativa Aelleilpunto tra le cui braccia negli ultimi anni sono vissuta e anche morta? Se non si può parlare di certe cose (che non si conoscono), è meglio tacere. Fidatevi, ve lo dice una che la psichiatria l’ha conosciuto e subìto, non teorizzata e se mi si domanda se sono guarita dalla malattia mentale, da quassù lo posso dire: sì!. Voglio salutarvi tutti con un messaggio: guardare avanti è bene ma guardare avanti e indietro é ancora meglio.&lt;br /&gt;Giuseppina F.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L’anniversario - 26 anni fa moriva Basaglia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla», sono parole di Franco Basaglia, padre della legge 180 e fondatore di Psichiatria Democratica, morto ventisei anni fa a Venezia.&lt;br /&gt;Il primo impatto con la terribile realtà dei manicomi - cancelli, finestre chiuse, persone legate, camice di forza, catene- Basaglia lo ha nel 1961 quando diventa direttore dell'Ospedale psichiatrico di Gorizia. E’ la che inizia a metter in pratica le sue idee: niente più contenzione fisica, elettroshock o lobotomie. Niente più cancelli chiusi, Niente più pazienti trattati come cose, ma come persone.&lt;br /&gt;Nel 1971 Basaglia è all’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste. Nascono le cooperative di pazienti che lavorano e guadagnano, ma anche laboratori di pittura e di teatro, esperienze che continuano ancora oggi. Nel 1977 Il San Giovanni è il primo manicomio a chiudere in Italia. Un anno dopo, il 13 maggio 1978, il Parlamento approva la legge 180 di riforma psichiatrica. Finalmente tutti i ”malati mentali“ escono dai manicomi. E’ la fine delle violenze gratuite, delle umiliazioni, dell’assenza di diritti. Niente più elettroshock forzato, lobotomia, confisca dei beni. L’indesiderato, non si può più cancellare o nascondere rinchiudendolo in una struttura dalla quale uscirà solo da morto. Da quel momento in poi la follia va riconosciuta ed accettatta.&lt;br /&gt;Basaglia muore nel 1980 a causa di un tumore al cervello fulminante, ma ancora oggi, a ventisei anni dalla morte e a ventotto dalla 180, le sue idee sono ancora ancora vive e attuali. Purtroppo non mancano i continui attacchi alla legge 180, attacchi da chi il diagio altrui vorrebbe fosse nascosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Corriere della Sera 29.6.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Quelle oscure vie della complicità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Edoardo Boncinelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Natascha è stata sequestrata quando aveva dieci anni e per otto anni è stata in balia del suo sequestratore. Si è liberata e sembra felice di essere libera, ma non mostra verso quello che a conti fatti si è comportato con lei come un aguzzino quel risentimento che ci si potrebbe aspettare. Una storia con qualche tratto gentile, in mezzo a tante altre solamente trucide e violente. Un’anomalia nell’anomalia. Ci sono stati infatti casi di vero e proprio rapimento amoroso per il sequestratore da parte della ragazza sequestrata, casi che vanno certamente spiegati. Ma qui non c’è nemmeno questo incapricciamento.&lt;br /&gt;C’è una presa di distanza, una strana aria di maturità, un’assenza, almeno apparente, di odio verso chi le ha fatto subire un rapporto estorto e distorto, negli anni dello sbocciare della sua femminilità. Come spiegarlo? Nel rapporto sentimentale umano concorrono due componenti essenziali: la sessualità finalizzata alla riproduzione e un lento processo di attaccamento reciproco che trova il suo modello nel rapporto fra genitore e figlio, soprattutto fra madre e figlio. L’atteggiamento materno verso i figli e quello filiale verso i genitori è presente in molte specie animali più o meno vicine a noi. Costituisce il centro nodale delle cosiddette «cure parentali», quei comportamenti dei genitori verso i figli che comprendono il nutrimento, la protezione, l’istruzione e anche il conferimento di un senso di sicurezza, fondamentale per poter crescere bene. Questo clima privilegiato di solito si allenta e dilegua dopo che la prole comincia a «camminare con le sue gambe».&lt;br /&gt;I nostri «cuccioli» però restano tali per un periodo molto più lungo di tutti gli altri e conservano per lungo tempo, somaticamente e psicologicamente, molti dei caratteri tipici degli esemplari giovanissimi delle altre specie. E’ per questo che si sviluppa quella particolarissima forma di attaccamento reciproco fra uomo e donna, e talvolta anche fra individui dello stesso sesso, che noi chiamiamo amore romantico. In questo rapporto ciascuno tende a comportarsi come un figlio rispetto al partner. Ma poiché i due non possono comportarsi entrambi come figli, succede che in qualche circostanza l’uomo fa il figlio e la donna la madre e in altre le parti si invertono.&lt;br /&gt;Questo gioco dura normalmente per tutta la vita, ma è negli anni dell’adolescenza o in quelli immediatamente successivi che viene messo a punto. Che è poi l’età nella quale secondo i greci della classicità i giovani migliori si andavano formando «all’ombra» di una guida più sicura e più esperta. Natascha si è trovata a vivere quegli anni in uno stato di reclusione e di soggezione, ma evidentemente Wolfgang la trattava in una maniera particolare, una maniera che l’ha offesa e vilipesa, ma non lacerata. Lei ha così avuto una sorta di «educazione sentimentale», abnorme e riprovevole quanto si vuole, ma che non ha impedito lo sviluppo di una sorta di complicità e quasi di comprensione anche da parte sua. Nei recessi del «guazzabuglio del cuore umano» di manzoniana memoria in Natascha libera è affiorato poi un barlume di istinto materno verso il figlio discolo, ma in fondo bisognoso di protezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Corriere della Sera 29.6.06&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Gli scritti pessimistici di Schopenhauer&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;OLTRE IL GIOCO DELLE OMBRE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Paola Capriolo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Curioso destino, quello di Schopenhauer: lui che fu e si volle filosofo sistematico, tanto da prescrivere al lettore l'ordine esatto in cui affrontare i suoi scritti, già in vita dovette gran parte del proprio tardivo successo non tanto all'architettura possente del Mondo come volontà e rappresentazione,&lt;br /&gt;quanto allo scintillante stile aforistico dei Parerga e paralipomena, dove il rigore della speculazione metafisica cede così spesso il campo a quell'argomentare fulmineo, come a colpi di fioretto, che gli procura un posto d'onore nella tradizione dei grandi moralisti.&lt;br /&gt;Di questo secondo filone, apparentemente più eccentrico e divagante, fanno parte anche le piccole gemme che da anni Franco Volpi va estraendo dalla miniera delle carte postume e l'ultima delle quali è appunto la breve raccolta di Senilia ora pubblicata nella traduzione di Giovanni Giurisatti (Arthur Schopenhauer, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arte di invecchiare, edito da Adelphi&lt;/span&gt;, pp.112, € 8).&lt;br /&gt;Il tema di fondo, come risulta dal titolo, è la vecchiaia, o più esattamente la vecchiaia quale si presenta a un maestro del pessimismo, nonché incallito misantropo sin dalla più tenera età, che giunge a varcare serenamente la soglia dei settant'anni rifiutando con sdegnosa impavidità qualunque conforto di tipo religioso. C'è poco da illudersi: l'uomo non è altro che un "nulla vivente", condannato ad abitare per una manciata d'anni questo inferno che è il mondo svolgendovi il duplice ruolo di anima dannata e di diavolo torturatore; così stando le cose, è vano presumere di poter trasferire armi e bagagli in una qualche vita ultraterrena ciò che siamo soliti definire la nostra individualità, anche se senza dubbio sarebbe carino «portare intatto nell'altro mondo il greco che abbiamo imparato in questo».&lt;br /&gt;Eppure, proprio mentre ci mostra la vanità delle più diffuse speranze umane, Schopenhauer ce ne addita un'altra, attinta dal cuore stesso del suo sistema: la speranza, anzi, la ferma convinzione che «tutto ciò che trapassa non è mai veramente esistito» e che la nostra essenza più profonda non si identifica con quanto in noi è soggetto al tempo. Ora la comprendiamo meglio, la serenità di questo vecchio: è quella di chi non cerca l'immortalità altrove, in una chimerica vita futura, ma sa di portarla in sé, nel centro del proprio essere.&lt;br /&gt;In fondo è semplicissimo: basta distogliere lo sguardo dal gioco di specchi che tempo e spazio proiettano intorno a noi, per cogliere dietro l'effimera fantasmagoria dei fenomeni l'eterna, unica realtà della "cosa in sé"; allora scopriamo che quella "pretesa ridicola" dell'immortalità viene davvero esaudita, ma «solo grazie al fatto che l'individualità è una mera apparenza»; mentre «ciò che rimane immutato e sempre identico, e non invecchia col passare degli anni, è appunto il nucleo della nostra essenza, che non sta nel tempo e proprio per questo è indistruttibile».&lt;br /&gt;Secondo il pensatore l'individuo è pura apparenza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Corriere della Sera 29.6.06&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Nel «Muro di pietra» il filosofo analizza la contraddizione fra dolore e speranza di salvezza&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Severino e il paradosso di Dostoevskij&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La scelta fra Cristo e la verità: una lettura controcorrente&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Armando Torno&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B isogna ammettere che in Italia oggi scarseggiano i filosofi. La maggioranza dei personaggi che viene identificata con la nobile qualifica è composta da gioviali commercianti di idee che scribacchiano, a volte insegnano e se la cavano più o meno dignitosamente; una piccola quota è inoltre quella dei cicisbei televisivi, che si trascinano da una rete all'altra per non far dimenticare la loro faccia. Tra le altre medie e infime categorie non mancano nemmeno coloro che cercano di vestirsi da filosofi e di essere pronti ad aggiungere un'opinione a tutto quel che capita: sono gli eredi degli «intellettuali impegnati» del '68, che diventavano autorevoli con barba e propositi di lotta. Ci sono poi i patetici, gli scopritori di acqua calda, i chierichetti del pensiero che conformano le proprie genuflessioni al problema. E così di seguito, fra intrattenitori proni e supini di ogni genere.&lt;br /&gt;Tutta gente che non fa del male ma, come dire?, è sovente ignorante, fastidiosa e pochi, se non pochissimi, sanno leggere i veri maestri sui testi originali. Il guaio è che circolano traduzioni traballanti e improvvisate: in altri tempi avrebbero causato duelli all'ultimo sangue. Pazienza. Usando un'espressione popolare diremo che «la va così».&lt;br /&gt;Non chiedeteci di fornirvi, cari lettori, un elenco di eccezioni. Chi scrive mai ha fatto il pagellatore in vita sua e non desidera cominciare ora. È però certo che uno dei pochissimi filosofi italiani sia Emanuele Severino, che da oltre un cinquantennio scrive pagine di riferimento, è tradotto in diverse lingue e non è sceso a compromessi con l'aria che tira (o che tirava).&lt;br /&gt;Le sue opere ormai si dividono in due categorie: quelle teoretiche, che escono nella collana filosofica di Adelphi (dove sono state ristampate anche le giovanili), e quelle divulgative (nate da articoli, brevi saggi, conferenze o prefazioni) che sono quasi tutte edite da Rizzoli. In questi giorni vede la luce, appunto da Rizzoli, Il muro di pietra, l'ultima raccolta che reca come sottotitolo «sul tramonto della tradizione filosofica» (pp. 206, e 19). Il libro chiude una trilogia, cominciata con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dall'Islam a Prometeo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(2003) e proseguita con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nascere&lt;/span&gt; (2005). Tra i dieci saggi che contiene — vere palestre per pensare — ci sembra che due offrano spunti inediti nel percorso di ricerca di Severino. Si tratta de &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il muro di pietra&lt;/span&gt; e de &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La differenza ontologica&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Partiamo da quest'ultimo. Sono pagine dove Severino scende nel sottosuolo, o meglio nell'inconscio, della filosofia di Heidegger, passando attraverso gli atomisti, vale a dire quei pensatori che sono tra i fondatori del materialismo. Egli nota — lo riferisce anche Aristotele — che per Leucippo e Democrito, i primi maestri di questa scuola, «il vuoto è», affermazione che equivale a «il nulla è». Da un lato il vuoto separa l'essere da se stesso, proiettandolo nel molteplice; dall'altro è la condizione della possibilità del divenire. Scrive Severino: «Per la prima volta in modo esplicito, per rendere possibile l'affermazione dell'esistenza del divenire, l'atomismo afferma, dunque, che il nulla è».&lt;br /&gt;Nella fascinosa analisi che segue, si evidenzia il tentativo, da parte di Platone e Aristotele, di evitare le conseguenze di questa affermazione; quindi si ricorda che Nietzsche fu il primo a sostenere che se c'è un divenire non può esserci un Dio pieno; infine che in Heidegger si legge un'apertura — dopo aver identificato l'essere con il vuoto e il nulla — che lascia intravedere nel suo discorso la possibilità di Dio. Ma non è qualcosa di tenue o di velato. Per farsene un'idea, basterà notare che Severino crede che Heidegger sia più vicino a Dio rispetto a Kant.&lt;br /&gt;Ma la novità del libro è l'analisi filosofica di Dostoevskij, attuata attraverso la lettera del 1854 a Natalia Dimìtrievna Fonvìzina (dove lo scrittore afferma che se dovesse scegliere tra la verità e Cristo, preferirebbe quest'ultimo), quindi con alcune pagine delle Memorie del sottosuolo, infine e soprattutto con il capolavoro ultimo del sommo russo, I fratelli Karamazov.&lt;br /&gt;Dostoevskij è considerato — come Eschilo e Leopardi — un filosofo e la sua analisi del dolore è letta nella prospettiva del divenire. Proviamo a tradurre il tutto in parole semplici: se l'evidenza del mondo è il dolore, allora non si può parlare di redenzione futura in una composizione operata da Dio nel Regno dei Cieli, perché questo dolore presente che colpisce anche un bimbo nessuno potrà cancellarlo in un tempo che verrà. La sofferenza è una delle forme emergenti del divenire e se ci fosse redenzione futura, essa sarebbe una burla nei confronti del dolore reale che l'uomo continua a provare.&lt;br /&gt;Per completezza va aggiunto che «muro di pietra» è un'espressione che compare nelle Memorie del sottosuolo e rappresenta la Teoria incontrovertibile e assoluta, o meglio il «due più due fa quattro». Sestov — del quale Bompiani ha appena pubblicato il fondamentale Atene e Gerusalemme — riteneva che il «muro di pietra» sia il «principio di non contraddizione» che è stato formulato nel IV libro della Metafisica di Aristotele, Severino aggiunge che nella ricordata lettera alla Fonvìzina il «muro di pietra» andrebbe tradotto con «verità». Ma sappiamo che Dostoevskij sceglie Cristo rispetto alla verità. O lo preferisce alle teorie che la filosofia ha elaborato, e continua a elaborare, su di essa?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Corriere della Sera 29.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il blitz del 10 agosto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;«Gli arrestati di Londra non erano pronti a colpire» Il New York Times attacca la tesi del complotto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Alessandra Farkas&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NEW YORK — Le autorità inglesi e americane avevano parlato di una «strage di massa su scala inimmaginabile», «ben più catastrofica dell'11 di settembre», «vicinissima alla fase di esecuzione». Ma a smontare la «montagna di indizi» raccolti lo scorso 10 agosto dalla polizia britannica sul presunto complotto terroristico per far saltar in aria, con esplosivi liquidi, dieci aerei in volo, potenzialmente su città americane, è il New York Times.&lt;br /&gt;In un articolo firmato da Don Van Natta, Elaine Sciolino e Stephen Grey, il quotidiano americano, da mesi impegnato in un braccio di ferro con l'Amministrazione Bush, suggerisce che, «se mai davvero esistito, il piano degli aspiranti attentatori non era affatto vicino all'esecuzione».&lt;br /&gt;«I sospetti non erano pronti a colpire immediatamente» hanno rivelato al giornale cinque alti funzionari britannici.&lt;br /&gt;«Nonostante le incriminazioni — scrive il New York Times —le autorità inglesi non sono ancora sicure che tra i sospetti ci fosse qualcuno tecnicamente capace di mettere assieme e far esplodere liquidi in un aereo in volo».&lt;br /&gt;Il New York Times aveva sollevato simili dubbi già lo scorso 14 agosto in un editoriale, dove Paul Krugman sosteneva che «gli inglesi volevano aspettare, ma gli americani hanno spinto perché si andasse avanti». Una tesi ben più articolata nel reportage di ieri, pubblicato in un primo momento solo sulla versione cartacea distribuita in Usa. «La diffusione sul web è stata rinviata temporaneamente su suggerimento dell'ufficio legale — spiega una nota della direzione —. La legge britannica proibisce la pubblicazione di informazioni che possano pregiudicare un'azione legale in corso».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 29.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Modigliani, l’arte a scapito della vita&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Paolo Nelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Una mostra fa emergere il contrasto tra la serenità dei suoi quadri e l’impulso autodistruttivo della sua esistenza. Con le compagne aveva rapporti conflittuali ma nulla traspare nell’equilibrio delle figure umane dipinte. Alla Royal academy of arts di Londra fino al 15 ottobre&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Londra. Una vita destinata a leggenda bohémien. Povertà, malattia, relazioni disperate, droga, alcol. Perché la vita non vale la propria arte e perseguire l’arte vale la perdita della propria vita. Eppure il contrasto è forte tra la serenità dei quadri di Modigliani e la sua esistenza votata all’autodistruzione. Thora Klinchowström, modella per una delle ultime tele, testimonia che Modigliani non smise un attimo di bere, di tossire, di sputare sangue, mentre la dipingeva. Ma la pacatezza della figura dipinta è solenne. Tutto è bilanciato. Pastosità dei colori nel richiamo tra sfondo e figura e quel carnato che assorbe la luce e risplende nella semplicità, che è forse la dote più grande di Modigliani. Rendere tutto semplice.&lt;br /&gt;In un periodo dove l’anelito modernista portava alla distorsione, la sua distorsione è minima, al confronto, mirata a un’estetica dove l’equilibrio è tutto. Nell’arte, non nella vita. Nella ripetizione delle pose, l’inclinazione maggiore del viso o un braccio alzato, creano una dinamica nuova. Il sublime va cercato nel perfezionamento dei dettagli. Equilibrio tra classico e nuovo. Nessuna rivoluzione. Solo un affinamento delle nuove stimolazioni, cubiste, neoafricane, attinte nel fermento di una Parigi vulcanica, dove, a dispetto della prima guerra mondiale in corso, il mondo dell’arte si sedeva nei caffè, si stordiva di hashish, si annegava nell’alcol per creare l’arte moderna. L’arte moderna come frutto di una sbornia collettiva o, come dirà Duchamp, del «primo gruppo artistico veramente internazionale».&lt;br /&gt;Modigliani è un pittore di esseri umani. Come ogni artista si è nutrito di ciò che lo circondava. Ma la sua fame era di persone, da fagocitare al servizio dell’arte. Messe a sedere o tenute in piedi su uno sfondo minimo. Mai in un contesto. Al limite la porta del suo studio, nell’ultimo periodo, funzionale a un bilanciamento di geometrie, a un taglio di colori. Eppure Modigliani non è ritrattista. Almeno non nel senso di scendere a compromessi con la commerciabilità, al servizio di committenti. Di modelli, però, aveva bisogno. Ha dipinto amici artisti, galleristi e loro parenti e conoscenti. E il loro nome lo scriveva sulle tele.&lt;br /&gt;Per i suoi nudi era il mercante d’arte Zborowski a procurargli modelle. E a stipendiarlo. Si dice che lo chiudesse a chiave nello studio, e aspettava il quadro. Ma i nudi sono senza nome. Sono pure forme femminili al servizio della sua classicità. Si scorgono i corpi del Tiziano in quelle carni piene dai colori così vivi. Modigliani è un pittore della carne. Non c’è personalità in quelle donne, nessun riferimento biografico, solo forma, stilizzata eppure morbida. Nessuna delle sue compagne è stata dipinta nuda.&lt;br /&gt;Beatrice Hastings era una poetessa che a Parigi scriveva per una rivista inglese. Una personalità scontrosa. Una relazione con Modigliani, tra il ‘14 e il ‘16 dove l’alcol e le liti abbondarono. Si narra di una lite terminata con la poetessa buttata fuori dalla finestra. Non c’è traccia di questo sulle tele. I suoi tratti fisici riconoscibili, inseriti nei tratti estetici che il pittore va inseguendo. Non c’è interesse psicologico di verità, in Modigliani. La vita, non solo la sua, ma quella di chi ritrae, è una cosa. Altra cosa è l’arte.&lt;br /&gt;Nel 1918 Zborowski organizza un soggiorno di Modigliani, con la compagna Jeanne Hébuterne, in Costa Azzurra. La salute peggiora. Non ci sono amici, artisti o modelle. La mancanza di soggetti lo spinge verso la gente del posto, i contadini, i ragazzi. Senza intento sociale. C’è solo il bisogno di forme. Bisogno di persone per continuare a nutrire la sua arte che deve raggiungere una sua perfezione. Ovvero, si legge nel catalogo: «Colli lunghi e inclinati, visi ovali, allungati e piatti, occhi a forma di mandorla, labbra piccole e ben definite. Figure impostate su una ideale S. Le linee lunghe. I colori dello sfondo hanno un profondo legame coi colori dei personaggi». Con questi pattern astratti vengono dipinte le sue ultime principali modelle, Hanka Zborowska, moglie del gallerista, Lunia Czechowska, ospite della famiglia Zborowoski, e ancora la Hébuterne, con la quale Modigliani aveva già avuto una figlia. Hébuterne aveva 19 anni quando incontrò Modigliani. Era bella, giovane, un po’ timida, delicata e docile, così viene descritta. Di buona famiglia cattolica. E’ un amore totale, e malato. Modigliani è uomo affascinante, bello, quando non ubriaco anche gentile. Di lui accetta tutto. Sembra incarnare la figura dell’agnello predestinato al sacrificio per Modigliani. Nei quadri c’è solo la dolcezza. Nessuna traccia della vita vera, dei cambi d’umore dell’artista, dove all’affetto si alterna l’irritazione per la sottomissione incondizionata di quella ragazza. Lei esiste per lui. Per la sua arte e ha già capito tutto persa in un mondo adolescente. Non chiama neppure un dottore quando Modigliani da due giorni è incosciente. Non ci sono alternative. Non c’è lieto fine, neppure redenzione. La storia è nota. Due giorni dopo la morte di Modigliani, incinta di otto mesi, a 22 anni, si uccide.&lt;br /&gt;L’ultimo modello di Modigliani è proprio se stesso. Lui, così restio a farsi ritrarre, sceglie la propria persona per l’ultimo dei suoi dipinti. Il più simbolico. Un autoritratto. Sullo sfondo, ancora, si direbbe una porta, ma l’equilibrio della composizione, stavolta, è sbilanciato verso sinistra, verso l’uscita. Le gambe del pittore sono già oltre. La tavolozza è al limite. Il resto del busto sta seguendo. La morte è già lì e lui, consapevole, gli va incontro. Da artista. Ho dato, me ne vado.&lt;br /&gt;Le sue opere sembrano parlarci di un uomo che ha amato la gente. Mentendo. Della gente Modigliani aveva bisogno per pagare il suo personale tributo all’arte e 35 anni di vita gli sono bastati. In questo le opere non mentono. Sobrie e sature insieme, in perfetto equilibrio nei disequilibri di spalle troppo piegate, colli troppo lunghi, visi troppo ovali, emanano una sensazione di solennità semplice. E bellezza.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115684730517101350?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115684730517101350'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115684730517101350'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_29_archive.html#115684730517101350' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115695198438725924</id><published>2006-08-28T17:30:00.000+02:00</published><updated>2006-08-31T17:14:05.443+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a name="20060828Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Repubblica 28.8.06 Prima pagina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;la lettera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ecco perché sono fiero di essere socialista&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di GIULIANO AMATO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;I PADRI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;SOCIALISMO E TERZA VIA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Libertà e uguaglianza: l'idea non è al tramonto, ha vinto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L'analisi marxista come scienza, le conseguenze tragiche del comunismo, la differenza tra destra e sinistra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Sento il bisogno di rivendicare quei tratti identitari, che il socialismo lo fanno riconoscere più nella sinistra pluralista e dei diritti di oggi che in quella statalista di ieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Sono dunque socialista e fiero di esserlo. Ma proprio per questo sono pronto a confondere la mia identità con quella di tanti, in Italia, in Europa e nel mondo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caro direttore, l´articolo di John Lloyd, "Che cosa vuol dire definirsi socialisti", pubblicato giorni addietro da "La Repubblica", rivolge ai socialisti la classica domanda esistenziale: ma dopo tanti anni e tanti cambiamenti in che cosa consiste la vostra identità? Siete proprio sicuri che la potete considerare ancora socialista, visto che ora liberalizzate l´economia anziché nazionalizzarla, riducete le pensioni pubbliche e fate spazio alla previdenza privata e fate vostre istanze che un tempo avreste ritenuto moderate e altrui? Siete – sia chiaro – una ammirevole forza di progresso nelle odierne società europee e vi state battendo per valori e principi tutti da condividere. Ma la visione che offrite, il pluralismo, la solidarietà, l´ambientalismo e la passione democratica che oggi connotano voi, e non solo voi, li potete davvero ricondurre alla vostra "fierezza" socialista?&lt;br /&gt;Capisco le domande e condivido l´approdo a cui vogliono portare. Ma da vecchio socialista riformista, che si è sempre battuto contro le visioni autoritarie e stataliste in vario modo prevalse nella mia famiglia politica nel corso del ventesimo secolo, sento il bisogno di rivendicare quei tratti identitari, che il socialismo lo fanno riconoscere più nella sinistra dei diritti e del pluralismo di oggi, che in quella dello statalismo di ieri. Si tratta, del resto, dei suoi tratti originari, perché la grande aspirazione di cui il movimento socialista seppe farsi storicamente interprete, l´aspirazione all´eguaglianza, era geneticamente collegata alla libertà, esprimeva il sacrosanto desiderio dei tanti di avere quel bene – la libertà – di cui soltanto i pochi avevano goduto in precedenza.&lt;br /&gt;Lo so bene che proprio in ragione delle ideologie poi prevalse nel movimento socialista eguaglianza e libertà hanno finito per contrapporsi, tanto da fare del "socialismo liberale" un ossimoro coltivato a lungo da una minoranza e guardato addirittura dai più (all´interno della famiglia) come un cedimento al nemico di classe. Ma la verità delle cose è che da quell´ossimoro, in realtà, eravamo partiti e ad esso siamo infine tornati dopo che le ragioni di quei più si sono rivelate errori, se non vere e proprie tragedie, e che loro stessi hanno finito per accettarne i postulati.&lt;br /&gt;Nella storia, dai greci sino alla rivoluzione francese, l´eguaglianza aveva sempre avuto per metro le libertà e i diritti. E proprio per questo ottenere eguaglianza aveva sempre significato arrivare a condividere libertà e diritti dai quali si era in precedenza esclusi. Non era un´aspirazione diversa, anzi era solo più ampia e diffusa, quella che nell´800 trovò le sue radici nelle durezze del nascente capitalismo industriale mentre perdurava lo sfruttamento nelle campagne. E fu davanti alle sconvolgenti novità di quel tempo che presero corpo, sino a prevalere, ideologie che incrinarono lo storico collegamento fra eguaglianza e libertà, ipotizzando nuove organizzazioni sociali complessive che l´eguaglianza l´avrebbero realizzata attraverso trattamenti uniformi erogati dall´alto e a scapito quindi della libertà. Tutto ciò sarebbe accaduto - si intende - in nome di una "superiore" libertà e in base al principio - incontestabile - che estendere davvero ai tanti le libertà dei pochi non è operazione fattibile estendendo sic et simpliciter gli assetti esistenti: l´istruzione a tutti non la si da´ portando un tutore in tutte le famiglie, la si da´ creando la scuola pubblica.&lt;br /&gt;Ma l´ubris delle ideologie (non solo socialiste) del tempo fu tale che si andò ben oltre nella progettazione delle future società dell´eguaglianza. E in casa socialista gli elementi di analisi e interpretazione della storia forniti da Marx, indiscutibilmente formidabili, divennero tuttavia ben di più, divennero una scienza che pretese di imporsi alla stessa storia e di farla evolvere secondo regole che, se ben conosciute e applicate senza errori, avrebbero portato ai risultati voluti. A una tale scienza si ispirò il comunismo, ma da essa non fu immune neppure la socialdemocrazia burocratica e deterministica, alla quale, non a caso, si contrappose Bernstein, ricordando che la storia non si dirige verso fini, ma è nutrita di movimenti in cui occorre farsi largo cercando di avere una bussola.&lt;br /&gt;C´è voluto oltre un secolo perché Bernstein avesse ragione e l´avessero con lui tutti i socialisti che avevano visto e vedevano l´inammissibile potenziale di potere, partitico, burocratico e statale, che scaturiva dall´impostazione prevalente: con conseguenze tragiche laddove quel potenziale si era tradotto in regimi comunisti, con conseguenze distorsive, diseguali e dispersive di risorse laddove si era tradotto in nazionalizzazioni e pubblicizzazioni a tappeto in contesti socialdemocratici. Certo si è che oggi a prevalere sono i postulati dell´ossimoro liberal-socialista: la storia non è guidata da regole scientifiche, ma è mossa da azioni e interazioni dall´esito imprevedibile, nessuno può aspettarsi di realizzare un futuro già scritto, garantire la libertà a chi non l´ha significa metterlo in condizioni di camminare sulle sue gambe e non fargli nunc et semper da angelo custode, la pubblicizzazione non è una forma di contrasto del potere privato nell´economia necessariamente migliore dell´antitrust.&lt;br /&gt;Non è il tramonto, è la vittoria del socialismo, sono indotto a dire io. E ci tengo a che la si legga così, altrimenti si rischia ciò in cui anche Lloiyd cade e cioè di vedere sfumare, a questo punto, le differenze più rilevanti fra destra e sinistra. Lloyd dice: a questo punto da voi non mi aspetto differenze eclatanti, mi aspetto solidarietà, integrità e rispetto della "rule of law" in misura "maggiore" che dalla destra. Manca qualcosa in questa lettura, manca la percezione di quella che era e non può non rimanere la bussola basilare dei socialisti: la libertà per i più e non per i pochi. Seguire questa bussola può anche portare a differenze che in più casi si manifestano come quantitative. Ma c´è indiscutibilmente qualcosa di più.&lt;br /&gt;Certo, non posso non essere consapevole della storia, né del fatto che la storia la si paga sempre: non tanto e non soltanto la storia comunista, che non è quella del mio socialismo, quanto la storia della stessa socialdemocrazia, per la parte rilevantissima in cui questa finì per immedesimarsi con un ruolo dello Stato nell´economia che, specie dopo la crisi del ‘29, ebbe anche ispirazioni diverse, produsse positivi effetti di stabilizzazione, ma è oggi largamente superato. Una tale immedesimazione pesa ancora oggi sull´identità socialista, di sicuro pesa sulla lettura che gli altri ne danno e quindi sulla sua stessa capacità di attrazione. D´altra parte il socialismo liberale, in ragione della sua storica e pur immeritata minorità, non potrebbe mai bastare a realizzare da solo il fine della "libertà eguale". Deve tenerlo distinto e lontano dalle accentuazioni individualistiche che avvelenano le società del nostro tempo e deve per questo sapersi legare ai movimenti, in genere di ispirazione religiosa, fortemente orientati alla solidarietà collettiva ed alla responsabilità verso gli altri. Con loro e non solo con loro deve altresì creare una rete che, in ogni parte del mondo, la libertà eguale la radichi e la faccia maturare, tagliando l´erba sotto i piedi, non solo ai tradizionali fattori di sfruttamento e di emarginazione, ma anche alle ideologie radicali e ai populismi che, in nome della emancipazione, minacciano di produrre nuove e vecchie schiavitù e di destabilizzare il mondo.&lt;br /&gt;Sono dunque socialista e fiero di esserlo. Ma proprio per questo sono pronto a confondere la mia identità con quella di quanti, nel contesto del nuovo secolo, in Italia e in Europa, in Europa e nel mondo, possono concorrere a realizzare con me l'ossimoro in cui ho sempre creduto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 28.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ha perso la vista 9 anni fa e ha scoperto un talento naturale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ora ristruttura le ville di Hollywood e conduce programmi in tv&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Eric B., l'architetto cieco che firma case-capolavoro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di ALESSANDRA VITALI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.theblinddesigner.com"&gt;theblinddesigner.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ATTRAVERSA gli spazi, ascolta i rumori, l'eco, percepisce l'energia degli oggetti. Le mani leggere scivolano lungo le pareti, poi la decisione: qui buttiamo giù un muro, qua facciamo un open space, là ci mettiamo due gradini per creare un po' di movimento, e per favore togliamo quella porta altrimenti si blocca il flusso dell'energia. Eric Brun-Sanglard è il designer che rifà il look alle case delle star (tipo Penelope Cruz, che ha acquistato proprio la sua ex villa di Devlin Drive), arreda i giardini più belli di Los Angeles e dintorni, decide in quale punto della veranda far sussurrare le fontane di ispirazione giapponese e concepisce originali recinzioni che chiunque abbia due metri quadrati di praticello fa a botte per averle. E poi tappezzeria, rifiniture, colori, sfumature, ombre e luci e soprattutto idee chiare. Un dettaglio: Brun-Sanglard è cieco.&lt;br /&gt;"Per imparare a vedere, dovevo perdere la vista". E' successo nove anni fa, colpa di citomegalovirus da Hiv. Fino a quel momento, Eric - nato a Chamonix e "emigrato" negli Usa - si aggirava fra Parigi, New York e Los Angeles e lavorava come direttore creativo nelle campagne pubblicitarie dei profumi delle grandi maison, Chanel e Hermes, Dior e Lancome. Poi, il malanno. E la necessità di reindirizzare la propria vita professionale.&lt;br /&gt;Quando ha perso la vista, aveva quasi finito di ristrutturare la propria casa sulle colline di Los Angeles, una villa degli anni Cinquanta. E, da cieco, ha completato il lavoro, rendendosi conto di avere un talento innato per l'architettura d'interni, per la percezione e l'organizzazione degli spazi, oltre a un gusto sottile allenato negli anni precedenti.&lt;br /&gt;Essere diventato cieco gli ha conferito visibilità, celebre per il suo "tocco", che spesso ha dato vita a creazioni spettacolari o di gran pregio, come la riconversione di una casa anni Sessanta di Beverly Hills in un buen retiro in perfetto stile balinese. "Tutto è possibile - spiega sul suo sito - questo è il mio approccio alla sfida. Basta liberare le potenzialità di uno spazio e di quel che lo circonda".&lt;br /&gt;"L'unico a non sapere che Eric è cieco, è solo Eric", ha detto il produttore cinematografico, e suo cliente, Richard Klug. E il designer Peter Dunham, che lo ha accompagnato in occasione di alcuni sopralluoghi, racconta di "un feeling che gli permette di 'vedere' lo spazio, stanza dopo stanza".&lt;br /&gt;Si gira intorno, chiede che gli si descriva la stanza, continua a camminare, "calcola" pesi e misure usando l'eco e il proprio corpo come strumento di misurazione. "Nota i minimi dettagli - osserva Dunham - che ad altri sfuggirebbero, è straordinario". Poi, la percezione si fa dato concreto. Eric prende nota delle lunghezze contando i passi, utilizza congegni che "leggono" i colori e soprattutto un tecnigrafo che "traduce" le planimetrie in braille.&lt;br /&gt;Ai media una storia come la sua non poteva sfuggire. Brun-Sanglard ha condotto programmi tv (Extreme Makeover Home Edition, How Do They Do That?), di parecchi è stato ospite oltre alle interviste sulla stampa americana e internazionale, dal Los Angeles Times a Libération. Ora (ha iniziato il 5 agosto) è alle prese con Designing Blind, sul canale Usa A&amp;amp;E, puntate di mezzora in cui rimette in sesto appartamenti e poi li disvela a proprietari stupefatti. Una maniera per alimentare la propria notorietà ma anche, dice, per essere d'esempio. "A tutti può capitare qualcosa di negativo nella vita, che ti pone immediatamente dei limiti. Ma i limiti possono essere un'opportunità".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115695198438725924?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115695198438725924'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115695198438725924'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_28_archive.html#115695198438725924' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115676973135386178</id><published>2006-08-27T14:55:00.000+02:00</published><updated>2006-08-30T12:10:18.126+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa 27.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;POLITICA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;A GIORNI IL GRANDE VECCHIO CHE INCARNA LA TRADIZIONE DEL PCI COMPIRÀ 80 ANNI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Cossutta lancia un ponte verso Bertinotti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;«Due partiti comunisti non hanno senso&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Serve una nuova forza a sinistra dei Ds»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Fabio Martini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA. Mancano oramai pochi giorni al suo ottantesimo compleanno, ma Armando Cossutta è di quei comunisti all'antica che non si concedono al sentimentalismo: «Mi ritrovo in quanto mi ha scritto Aldo Tortorella, in risposta ai miei auguri per i suoi recenti 80 anni: «Non ci si accorge di diventare così vecchi, svolgendo un'attività che riguarda quello che si desidererebbe accadesse nel futuro. Il che allunga il presente». Il 2 settembre Cossutta festeggerà con moglie, figli e nipoti nella sua Milano, ma l'Armando è uno di quei comunisti che il giorno dopo ricomincia sempre, nonostante abbia lasciato più di un segno nella storia della sinistra italiana. Stalinista in gioventù e anche più tardi, a lungo è stato l'uomo di Mosca in Italia. Nel 1991, allo scioglimento del Pci, promuove la Rifondazione comunista, dalla quale si stacca nel 1998 per fondare il Pdci, nel tentativo di salvare il primo governo progressista nella storia d'Italia. E ora il fondatore del Prc e poi del Pdci scarta di nuovo, propone il superamento dei due partiti: «Credo che sia l'ora di lavorare per una grande sinistra, una forza di cui l'Italia ha bisogno. Manca oggi una Sinistra di massa, popolare, plurale». E chiamando "Sinistra" la nuova forza, proprio come Bertinotti, Cossutta lancia un ponte verso il presidente della Camera, col quale non parla da 8 anni.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;In altre parole non hanno più senso due partiti comunisti?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Fausto Bertinotti è certamente un uomo di sinistra, così come lo è Oliviero Diliberto, ma essi non sono la sinistra. Che è fatta di milioni di giovani, donne, lavoratori».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Meglio un unico partito della sinistra che due partiti in litigio tra loro?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«I compagni di Rifondazione sarebbe bene riflettessero su un dato: dopo 15 anni e pur in presenza di un'enorme visibilità mediatica, il Prc ha gli stessi voti ottenuti dopo un anno di vita: il 5,6-5,8% del 1992. Quanto al Pdci, vi è clamorosamente emersa una nuova maggioranza, permeata di una demagogia sempre più estremistica, spesso rozza. E sommando i voti dei due partiti, non si raggiunge nemmeno la percentuale di Rifondazione prima della separazione, l'8,7%». Ma il Pdci, pur di conquistare voti ai danni di Rifondazione, sembra diventato il sacerdote della purezza comunista: quanto è diverso dal "suo" Pdci? «Nel partito c'è stato uno stravolgimento della linea originaria, poi ribadita nei congressi. In questo modo si possono forse prendere voti in più, sfruttando la grande, interessata esposizione mediatica e puntando ad una differenziazione che fa notizia. Ma poi quanti voti in più? Sempre al 2% siamo! E senza un'analisi dei rapporti di forza e del contesto nazionale mi chiedo: lo stesso governo di centrosinistra è da considerarsi un passaggio "transitorio"? E forse per questo il Pdci non è entrato direttamente nel governo?».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lei non sarà risentito per essere stato messo un po' in disparte nel suo partito?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Nel Pdci è emersa clamorosamente una nuova maggioranza, permeata di una demagogia sempre più estremista, spesso molto rozza. Ho sentito persino qualcuno dire che i diritti civili non sono poi così importanti, quasi ci fosse una gerarchia di importanza con i diritti sociali. Il partito è politicamente emarginato, l'inziativa è in mano e l'ultima occasione è stata sprecata, dicendo no alla Lista "Arcobaleno", quando infantilmente si pretese di imporre il simbolo pdci agli altri. Non condivido questa linea e non ho più voluto avallarla in quanto presidente del partito. Non sono certo l'uomo di tutte le stagioni. Sono - e mi sento più che mai - liberamente comunista».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il meno simpatico nei suoi confronti è stato Marco Rizzo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Marco Rizzo? Perché mi viene in mente quel verso bellissimo di Dante? Quello che diceva: "Nati non fummo per vivere come Bruti».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Pronto a riabbracciare i vecchi compagni di Rifondazione?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Ho lasciato Rifondazione quando era proiettata verso il 10 per cento, pronta a diventare il riferimento per un nuovo, vero partito della sinistra. Ma il voto contro Prodi bloccò la prospettiva di un processo politico che - grazie al binomio autonomia e unità - poteva portare il Prc oltre le secche dell'autosufficienza».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ma è pronto ad ammettere che la Rifondazione di oggi è molto diversa da quella del 1998?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Pare che oggi il Prc abbia di fatto riconosciuto l'errore e che voglia indicare il suo superamento in una forza più ampia, quella della "Sinistra europea". Ma all'interno di Rifondazione le resistenze sono forti e la stessa proposta di un nuovo partito è vista dai più come un allargamento. Ma in questo modo non cambierebbe nulla o quasi».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La nuova formazione della Sinistra dovrebbe rinunciare a definirsi comunista?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«E' molto prematuro parlarne. In Germania per esempio i compagni dell'Est si sono uniti a Lafontaine in un nuovo Partito della Sinistra. Ma quel che conta è altro. Serve una grande sinistra che sappia unire e non dividere, che sappia estendere gli ideali di eguaglianza, libertà, laicità».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lei resta togliattiano?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Certamente».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Personaggio molto controverso il suo maestro...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Ricordo la prima volta che lo vidi a Milano. Erano gli ultimi giorni di aprile del 1945, gli Alleati avevano sconsigliato Togliatti di fare un comizio in pubblico, lui si affacciò dal balcone della Federazione e disse soltanto: "Auguri a tutti e ci siamo capiti"».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Un carisma freddo, diverso da quello dei politici di oggi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«L'indomani parlò a Sesto San Giovanni: a differenza dei vecchi tribuni comunisti e socialisti, la sua oratoria seguiva un ragionamento, era senza punti esclamativi. Mi conquistò».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Nella sinistra italiana chi ha raccolto la lezione di Togliatti?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Mi guardo attorno e credo che Massimo D'Alema abbia introitato il pensiero e il metodo togliattiano anche se... non gli è facile applicarlo».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lei ha riconosciuto che nei rapporti con i sovietici aveva ragione Berlinguer, ma sottoscriverebbe anche quanto confidò il socialista Riccardo Lombardi dopo le elezioni del 1948: "Ci siamo salvati da noi stessi"?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Per niente. Sarebbe stata dura, anche nei rapporti con l'Urss, ma ne sono certo: in Italia non avremmo fatto come in Russia e neppure come in Jugoslavia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="20060827Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 27.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Legge 180. Prendersi cura “delle persone”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caro direttore, intervengo nella discussione su psichiatria e legge 180, condividendo la posizione di Giusy Gabriele, compagna da me conosciuta a Roma durante una riunione della commissione nazionale Sanità.&lt;br /&gt;Avessimo in Campania dei direttori generali di questo tipo! A noi toccano invece situazioni come quella della Azienda sanitaria locale Napoli 2 nella quale la nuova dirigenza smantella un servizio psichiatrico che era stato negli anni passati, sotto la guida di specialisti competenti ed efficaci, il fiore all’occhiello dell’azienda. La manager Gabriele è competente ed esperta dal punto di vista gestionale ed amministrativo, anche grazie ad esperienze precedenti, e dimostra nella sua lettera di cogliere gli aspetti più concreti del problema posto nella lettera firmata da psichiatri della sua Azienda. Forse è vero, occorrerebbe operare di più e filosofeggiare di meno, considerando appunto che la 180 non relega gli operatori in un recinto normativo rigido, bensì lascia alle loro capacità ed alla loro dedizione, fatti salvi i principi informatori sui quali non è assolutamente il caso di discutere, la possibilità di agire e “prendersi cura dei pazienti” o, meglio, delle “persone“. Non entro nel merito dei rilievi fatti da Gabriele ai redattori della lettera non conoscendo quelle questioni interne, e però sposo l’idea di fondo secondo la quale è opportuno, se non doveroso, metterci del proprio, con intensità, nel lavoro che si svolge. &lt;p style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt; Massimo De Siena &lt;/span&gt;responsabile regionale Sanità Prc Campania&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115676973135386178?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115676973135386178'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115676973135386178'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_27_archive.html#115676973135386178' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660830898899849</id><published>2006-08-26T18:04:00.000+02:00</published><updated>2006-08-30T12:04:37.856+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Messaggero 26.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Bertinotti: «La svolta in politica estera cambia il pacifismo»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Nino Bertoloni Meli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA «Sono molto contento e soddisfatto. A Bruxelles è stata premiata la nuova politica estera italiana». Fausto Bertinotti ha seguito dalla Francia dove è in vacanza tutti i passaggi della ”missione Libano”, ha approvato, ha incoraggiato, ha suggerito, e adesso non ha motivo di nascondere la propria soddisfazione. «Il mutamento di asse strategico è evidente, lampante. Per la prima volta emerge un protagonismo della Ue sullo scacchiere internazionale. Un protagonismo senza aggettivi, già dire ”Europa atlantica” appare limitativo, sa di legame a un carro. Europa e Ue fanno coppia attiva. Siamo finalmente nella premessa e nella promessa di una nuova presenza italiana nel mondo. Cresce l’Europa, e anche Annan spesso cauto e guardingo, si è come liberato. E tutto questo si declina sulla pace invece che sulla guerra. Sì, sono veramente contento».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Presidente Bertinotti, la sinistra radicale è oggi a favore dell’intervento in Libano, mentre dalla Cdl e da settori moderati dell’Unione sono arrivate perplessità e preoccupazioni. Come spiega questo paradosso?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Non è proprio così. L’Unione tutta è per l’intervento, quanto alle preoccupazioni, le ho pure io, le abbiamo tutti, ma non fanno linea politica».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;E allora come stanno le cose?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Parlerei piuttosto di un confronto, e di differenze anche profonde, tra il campo pacifista da una parte e il centrodestra dall’altra».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Questo per spiegare che cosa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Semplice: siamo in presenza di un riposizionamento strategico dell’Italia nello scacchiere mondiale. E’ in atto un vero e proprio cambiamento di politica estera. Gli atti di questo governo e di questa maggioranza mostrano che l’Italia torna a essere una forza di pace nel Mediterraneo, una riscoperta del corso lungo della storia italiana, messa in ombra, anzi interrotta negli anni scorsi».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Tutto questo spiega l’adesione pressochè entusiasta della sinistra radic ale e del pacifismo alla missione libanese?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Davanti a una ricollocazione geo-politica del nostro Paese, in sintonia con una riqualificazione del ruolo della Ue e dell’Onu, di fronte a una ripresa di protagonismo positivo a favore della pace, in un contesto simile è ovvio che tutte quelle forze che avevano contestato la guerra preventiva, il carattere unilaterale dell’intervento e la collocazione atlantica non memore della tradizione mediterranea dell’Italia, non possono non sentirsi in sintonia e protagoniste di questo nuovo corso. L’intervento italiano, e adesso della Ue, è un intervento di pace. Finora si era agito sempre contro qualcuno - Afghanistan, Iraq - ora c’è una iniziativa unitaria a favore di qualcuno e di qualcosa, per la pace. E non solo sotto l’egida dell’Onu, ma con le Nazioni unite protagoniste assolute. In Libano si va per interrompere una spirale di guerra e di terrorismo. Ed è chiaro che il fronte pacifista si ritrovi».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Bertinotti quindi è oggi idealmente in marcia con i pacifisti della Perugia-Assisi. Anche questo appuntamento storico ha cambiato natura?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Anche la marcia questa volta è per , finora era stata sempre contro qualche intervento. E’ la prima volta che avviene, con tutto l’arcipelago pacifista presente e schierato. A un riposizionamento dell’Italia in politica estera corrisponde un riposizionamento delle forze pacifiste».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Restano le preoccupazioni di alcune forze moderate.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Le preoccupazioni non sono monopolio di chi le esprime, sono generali, non è che c’è qualcuno indifferente alla vita delle persone. Personalmente sono contrario a qualunque polemica nei confronti di chi avanza preoccupazioni sulla vita umana. Aggiungo però che stesse preoccupazioni si sarebbe dovuto esprimere anche altre volte, ad esempio per l’Iraq; e una uguale sensibilità non guasterebbe a proposito di quella guerra bianca che sono le morti sul lavoro».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C’è un ripensamento nel mondo pacifista sull’uso della forza?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Uso della forza è espressione troppo generica. C’è chi come me è approdato alla non violenza e si propone di prosciugare il mondo da ogni forma di violenza. Bisogna però riconoscere che in questa bonifica che ha il suo massimo nel rifiuto della guerra e di tutte le armi, una quota di violenza è oggi ancora incorporata in luoghi e apparati, come ad esempio quelli dello Stato volti a esercitare il potere della legge. Bene, così come al potere dello Stato si può chiedere di non esercitare una violenza offensiva dei diritti delle persone, così sullo scacchiere internazionale si può puntare a un uso delle armi che sia un ”non uso”, come potere deterrente. Il leader libanese Siniora lo ha in un certo senso teorizzato quando ha detto ”non chiediamo di usare le armi, ma di accompagnare l’azione dell’esercito libanese”. C’è un uso non offensivo delle armi. E c’è una enorme differenza tra un esercito che fa la guerra e che occupa un Paese con la forza della armi, e un intervento di interposizione di forze internazionali con il consenso di tutti, sottolineo tutti, i Paesi interessati. Non è che gli Usa hanno chiesto a Saddam se era d’accordo con il loro intervento armato».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Come presidente della Camera auspica una mozione unitaria o una che marchi le differenze con l’opposizione in Parlamento?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Penso si debba puntare a una risoluzione che coinvolga tutte le forze in Parlamento. Il consenso unanime è una giusta ambizione che va perseguita».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Resta il problema degli Hezbollah: vanno disarmati? Come? Da chi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Chi dice questo non vuole l’intervento dell’Onu. Delle due l’una: se si promuovono azioni militari unilaterali non è intervento Onu, quest’organismo agisce solo con il consenso delle parti interessate. L’intervento per disarmare Hezbollah non lo vuole né Annan né altri, fra l’altro renderebbe arduo se non impossiile il coinvolgimento di Paesi di origine islamica. Si andrebbe verso una escalation di guerra vera e propria, e quelle preoccupazioni sulle vite umane di cui si parlava che fine farebbero? Evitiamo insomma di ridurre le questioni a pura polemica interna. Quello è un compito che si assumerà direttamente il Libano».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Quale l’obiettivo politico della missione?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Duplice: fermare la violenza in quei territori e orientare alla pace, con un’iniziativa che porti alla attuazione della parola d’ordine ”due popoli-due Stati”. Così come va riconosciuto il diritto di Israele a esistere e a vivere sicuro, allo stesso modo va riconosciuto l’uguale diritto palestinese ad avere uno Stato».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Presidente Bertinotti, veniamo alla politica interna. Il suo pari grado del Senato, Marini, ha chiesto di cambiare la legge elettorale. E’ d’accordo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Quella attuale è una cattiva legge, trovo del tutto legittimo avanzare riflessioni e richeste. Aggiungo che non necessariamente la legge elettorale è oggi una priorità. E poi, in che direzione cambiarla?».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Già, che tipo di nuovo sistema elettorale?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Una premessa: veniamo da una stagione che dura da una quindicina d’anni in cui si è discusso di leggi elettorali e riforme istituzionali secondo una visione del momento e utilitaristica, e sotto l’incalzare di una parola d’ordine che intendeva subordinare tutto il resto: la governabilità. Non si è partiti dalle novità del Paese. Ci ha pensato comunque il referendum costituzionale a seppellire tutto e a dire che d’ora in avanti si può mettere certo mano a cambiamenti, ma a partire dal fatto che l’intero impianto costituzionale va sostanzialmente confermato. Occorre un sistema elettorale che avvicini i cittadini alle istituzioni e che confermi e rilanci il ruolo dei partiti, che favorisca una nuova strategia di partecipazione. Il sistema che favorisce questo è il proporzionale, e il più adeguato a garantirlo è quello tedesco».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Legge finanziaria. E’ vero che sarà la prova del nove della tenuta del governo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Quante prove del nove si chiedeono e si attendono! Suggerirei a dubbiosi o speranzosi di misurarsi sul terreno della tenuta di cinque anni».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Condivide l’idea di un nuovo patto sociale suggerita da Prodi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Ho una diffidenza antica alla stessa formulazione di ”patto sociale”, vi rifuggo. Preferisco il termine ”riforma”. Sono piuttosto per individuare le forze motrici del cambiamento, e le individuo nel grande campo del lavoro, nelle forze ambientaliste e in una parte della borghesia, quella che ha capito come le politiche neoliberiste invece di essere liberatorie per le imprese, alla fine diventano elemento di mortificazione. E che ha capito anche che la sfida sulla competizione internazionale non riposa sulla compressione del costo del lavoro».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="20060826Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione Lettere 26 agosto 2006&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Legge 180. Dibattere su follia e normalità&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Caro direttore, nella lettera su “Liberazione” di ieri, “Legge 180. Possiamo discuterne guardando avanti? ”, siamo di fronte ad operatori della salute mentale che esprimono pareri, critiche, accuse, invocano trasformazioni relativamente alla legge 180. La cosa sarebbe legittima e perfino utile, se non fosse che tutto ciò viene fatto senza una conoscenza della normativa, nel merito e nell’importanza. A titolo esemplificativo, voglio sottolineare che, contrariamente a quanto sostenuto, la legge non prevede nessun passaggio della salute mentale alle Regioni (concetto peraltro molto leghista). Per fare il proprio lavoro con professionalità, per prendersi cura con un "approccio globale", non c’è bisogno di revisioni. La 180 non entra infatti nel merito dell’operatività professionale e non prescrive alcuna tipologia di trattamento. Non impedisce, insomma, a nessun operatore di fare il proprio lavoro con efficacia. Cosa si invoca dunque? A proposito di cronicità, voglio sottolineare che questa è spesso frutto di tecniche che, essendo riduzioniste, non tengono conto di altri bisogni, come il diritto di cittadinanza, l’inserimento lavorativo, il diritto alla casa, secondo una presa in carico di basagliana memoria. Prendersi cura significa proprio non tenere conto dei soli bisogni sanitari, ma anche dei diritti sociali. Non esiste quindi nessun equivoco. Questo approccio allarga il confine ed il limite di ogni tecnica psichiatrica, senza escludere nessuna forma di psicoterapia, infatti tutte le acquisizioni più moderne parlano di interventi combinati e solo i conservatori legati ad inutili ortodossie non hanno la capacità di cogliere questa novità. Pensare solo alla mente con la psicoterapia e scotomizzare il corpo fisico e il corpo sociale è un’operazione vecchia e di una cultura che non ha niente a che vedere con la sinistra e con Rifondazione in particolare. In ultimo, chi si definisce di sinistra non può essere ignorante delle battaglie e delle culture relative. Va consigliato di studiare Basaglia e di leggere meglio i testi marxiani e femministi. Senza queste basi è complicato dibattere sulla follia e sulla normalità che poi altro non è che un dibattere sul senso della vita. E’ per me elemento di preoccupazione leggere lettere firmate da psichiatri che propongono tali posizioni coinvolgendo la Asl di cui sono direttore generale. Nella stessa ci sono decine di seri professionisti che non si separano in gruppi ma lavorano in rete, mentre cene sono altri che selezionano i pazienti scegliendo quelli che preferiscono curare, che non si impegnano nel Spdc e sulla crisi, lasciando che magari il paziente venga contenuto fisicamente… Mi domando quanti degli operatori che hanno firmato la lettera ieri sono impegnati nel trattamento a domicilio. Non è forse a causa di questa mancanza che le famiglie si sentono abbandonate?&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Giuseppina Gabriele&lt;/span&gt; Direttore Generale Asl Roma D&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660830898899849?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660830898899849'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660830898899849'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_26_archive.html#115660830898899849' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660822086331839</id><published>2006-08-25T18:03:00.000+02:00</published><updated>2006-09-02T13:28:00.326+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a name="20060825Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 25.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Legge 180. Possiamo discuterne guardando avanti?&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caro direttore, nuovamente oggi su “Liberazione” si riaccende la polemica sull’eventuale riforma della 180… Ma perché discutere di questa leggedeve sempre assumere un significato revisionistico di ritorno al manicomio e mai un andare oltre la realtà attuale alla ricerca di idee, soluzioni organizzative e terapie più efficaci per i nostri pazienti e magari anche più risorse? Concordiamo con l’impossibilità di tornare al manicomio, non solo per la disumanità che esso rappresentava ma perché si sono sviluppati in questi decenni tali e tante di quelle esperienze sul territorio che una prospettiva di ritorno alla segregazione manicomiale appare oggi assolutamente inimmaginabile. Ma questa strana e assurda paura di un eventuale discussione su queste tematiche assomiglia molto alle reazioni così risentite che si evidenziano quando si toccano argomenti religiosi quasi che fosse messo in discussione un dogma della fede. Tale atteggiamento sta impedendoci una riflessione seria su quello che realmente dobbiamo trasformare oggi nella salute mentale pubblica. Ricordando che Ia legge fondamentalmente regolamentava il trattamento sanitario obbligatorio, garantendo al malato i suoi diritti costituzionali, vietando il ricovero nel manicomio e consentendolo presso reparti ospedalieri. Sottolineamo: a) che essa prevedeva il passaggio della salute mentale alle regioni in previsione della riforma sanitaria, riforma veramente democratica che non è mai stata difesa appieno dalla sinistra; b) che precedentemente, c’era stata la legge Mariotti del 1968 che aveva permesso quelle esperienze di cura e assistenza territoriali senza le quali non ci sarebbe stata la legge Basaglia. Ma sono passati quasi trent’anni dalla legge Basaglia, sono accadute moltissime cose, spesso positive per i nostri pazienti. Possiamo pensare di guardare avanti per realizzarne ancora? Confrontiamoci a sinistra, forse anche aspramente, litigando se necessario, per questo equivoco concetto del “prendersi cura” che assume i contenuti di una buona assistenza, molto evangelica, ma che non si assume la responsabilità della cura e della guarigione, generando nuova cronicità. Soprattutto dobbiamo riuscire a comprendere che fare psichiatria in senso trasformativo significa soprattutto fare psicoterapia. L’altra psichiatria, quella organicista dell’incurabilità e quella votata all’assistenza alla cronicità, è quella che lascia il malato al suo destino. In fin dei conti tutto ciò non è forse l’assunto teorico della conservazione e della destra?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Mariopaolo Dario&lt;/span&gt; psichiatra psicoterapeuta Dsm Asl Rm/D&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Giovanni Del Missier&lt;/span&gt; psichiatra psicoterapeuta&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Andrea Piazzi&lt;/span&gt; psichiatra psicoterapeuta Dsm Asl Rm/G&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ester Stocco&lt;/span&gt; psichiatra psicoterapeuta Dsm Asl Rm/D&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Luana Testa&lt;/span&gt; psichiatra psicoterapeuta Dsm Asl Rm/D&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Agi 25.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(AGI) - Roma, 25 ago. - Tornare a parlare di psichiatria e salute mentale vuol dire confrontarsi con tutte le 'scuole di pensiero' che hanno da dire, suggerire e proporre in tal senso. E' quanto afferma il vice-presidente del gruppo del Prc alla Camera, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Antonello Falomi&lt;/span&gt;, inserendosi cosi' nel dibattito aperto, con servizi ed interventi di specialisti, da 'Liberazione' sulla delicata materia della salute mentale, messa dal Ministro della Salute, Livia Turco, ai primi posti delle priorita' del Governo. "Non v'e' dubbio che il confronto culturale tra le diverse 'scuole di pensiero' sulla materia deve continuare: Politica ed Istituzioni sono percio' chiamate - spiega Falomi - ad affrontare la grande questione della salute mentale, dopo anni di silenzio, sulla base delle esperienze fatte, di quanto e' emerso di nuovo nella societa'". Dunque, nessun ostracismo verso coloro che si occupano di salute mentale, e' il chiaro messaggio di Falomi, per il quale "tornare a parlare di psichiatria e salute mentale vuol dire confrontarsi con tutte le 'scuole di pensiero' che hanno da dire, suggerire e proporre". E su 'Liberazione' prosegue il dialogo e il confronto tra le diverse 'scuole di pensiero', tra chi chiede, ferma restando la chiusura dei manicomi, strutture psichiatriche adeguate, che la legge vieta, ad esempio centri per 'esordi psicotici' soprattutto per adolescenti e giovani e chi, invece, 'tout court' ritiene che la legge 180 non si tocca ma venga solo applicata. "E' interessante quanto si muove e non da oggi dentro il Prc e su Liberazione - dice &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Francesco Riggio&lt;/span&gt; psichiatra romano - sul tema della salute mentale: chiedere nuove strutture psichiatriche non vuol affatto dire tornare alla 'segregazione' del malato mentale, ma disporre di strutture all'altezza dove poterlo trattare e curare per il tempo necessario cosi' da evitare che la malattia si cronicizzi". (AGI)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(AGI) - Roma, 25 ago. - E oggi 'Liberazione' ospita l'intervento di cinque psichiatri romani, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Mariopaolo Dario&lt;/span&gt; (Dsm Rm/D), &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Luana Testa &lt;/span&gt;(Dsm Rm/D), &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ester Stocco&lt;/span&gt; (Dsm Rm/D), &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Giovanni Del Missier&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Andrea Piazzi&lt;/span&gt; (Dsm Rm/G), che si chiedono perche' "mai discutere di questa legge deve assumere un significato revisionistico di ritorno al manicomio e mai un andare oltre la realta' attuale alla ricerca di idee, soluzioni organizzative e terapie efficaci per i nostri pazienti e magari pure piu' risorse?". Non si vuol tornare ai manicomi, alla segregazione. "Ma questa strana, assurda paura assomiglia molto alle reazioni cosi' risentite che si evidenziano quando si toccano argomenti religiosi quasi che fosse - avvertono i cinque psichiatri - messo in discussione un dogma della fede". La legge Basaglia ha trent'anni e "sono accadute moltissime cose, spesso positive per i nostri pazienti: possiamo pensare di guardare avanti per realizzarne ancora?", Insomma, concludono i cinque psichiatri, "dobbiamo comprendere che fare psichiatria in senso trasformativo significa soprattutto fare psicoterapia: l'altra psichiatria, quella organicista dell'incurabilita' e quella votata alla cronicita', e' quella che lascia il malato al suo destino e tutto cio' non e' forse l'assunto teorico della conservazione e della destra?". Dunque, la strada da battere e' quella della ricerca sulla realta' umana. "E questa ricerca puo' farla solo la sinistra, si puo' fare solo a sinistra - conclude Riggio - perche' a destra predomina la Ragione che non comprende, in quanto astratta ed anaffettiva, le cose della mente e quindi la segregazione e' un fatto solamente di destra: a sinistra non bisogna aver paura di aprirsi al nuovo, a quanto di nuovo e' emerso negli ultimi 30 anni in fatto di ricerca sulla realta' umana, sulla mente e la psichiche umana". (AGI)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660822086331839?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660822086331839'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660822086331839'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_25_archive.html#115660822086331839' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660816257556240</id><published>2006-08-24T18:01:00.000+02:00</published><updated>2006-08-30T12:01:30.750+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 24.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La sinistra radicale: «Andare in Libano senza se e senza ma»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L’interposizione è un dovere per i pacifisti. Come il tentativo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di ricostruire «un ordine politico ragionevole» in Medio Oriente&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Wanda Marra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma «MISSIONE ONU, se siamo pacifisti dobbiamo provarci». Così titolava ieri l’editoriale di Liberazione a firma di Rina Gagliardi. Un’opinione in linea con la vera e propria campagna a favore dell’invio della forza internazionale in Libano che il quotidiano di Rifondazio-&lt;br /&gt;ne sta portando avanti. E d’altra parte proprio il Prc è tra i più convinti sostenitori della missione, insieme al resto della sinistra radicale, che sembra in questa circostanza inaugurare una vera e propria svolta, dando l’assenso a una missione militare. Non poco per formazioni politiche che hanno manifestato contro la guerra in Iraq per una pace «senza se e senza ma» e che sono sempre state contrarie alla missione in Afghanistan. Ma la questione libanese, dicono, è tutt’altra cosa. È un contributo necessario alla pace.&lt;br /&gt;Il contingente italiano, scrive la Gagliardi, «non può né fare, né vincere la guerra, ma è al servizio di un progetto politico ben più ambizioso: ricostruire, nella regione, un “ordine politico ragionevole”». Spiega l’autrice dell’articolo: «Noi avevamo chiesto questa missione, per frenare il conflitto in atto. E oggi questo è il dovere essenziale di un pacifista. E poi si tratta di un atto di forte discontinuità con la politica estera dell’Italia». A Castagnetti secondo il quale senza la Francia l’Italia non dovrebbe partecipare alla missione, fa da contraltare la posizione del viceministro degli Esteri di Rifondazione, Patrizia Sentinelli: «Un passo indietro dell'Italia? Sarebbe un errore», afferma, dando ragione a D’Alema «quando dice che dobbiamo comunque procedere» anche se la Francia ufficializzasse il suo ripensamento. Mentre il capogruppo del partito alla Camera, Migliore: «Bisogna assolutamente accelerare», dice, visto che «il tentennamento di alcuni paesi europei potrebbe far fallire il mandato dell'Onu».&lt;br /&gt;Insomma il fronte radicale, tranne le perplessità espresse da qualche dissidente e che serpeggiano in qualche area dei movimenti è pro-Libano in maniera compatta. «Essere pacifisti non significa essere inermi - spiega la capogruppo dei Verdi-Pdci in Senato, Manuela Palermi - si tratta di cercare di mettere mano a quel conflitto». E spiega: «Si tratta di una missione di grande nobiltà, nella quale l’Italia ha svolto un ruolo di primissimo piano».&lt;br /&gt;Mentre Angelo Bonelli, Presidente dei Verdi a Montecitorio, annunciache chiederà alla maggioranza di verificare la possibilità di utilizzare le truppe italiane presenti in Afghanistan per il Libano. Tra i pacifisti convinti della necessità della missione anche Alberto Asor Rosa: perchè in Libano, «ci si dovrebbe accontentare che fosse chiaro che in Libano non si va per colpire né per offendere nessuno né per fare operazioni di polizia».&lt;br /&gt;Anche la sinistra Ds, seppure con toni più sfumati, è convinta della necessità di andare in Libano. «Sono favorevole alla missione di pace sotto l’egida dell’Onu, ma mi rimane qualche dubbio sulle regole d’ingaggio. Il compito centrale credo non possa essere il disarmo di Hezbollah, ma il mantenimento della tregua - dichiara Fulvia Bandoli (sinistra ecologista - certo ero più convinta quando si parlava di una forza con all’interno l’insieme dell’Unione Europea. Ma noi ci siamo spinti molto avanti». «In Afghanistan si andava a esportare la democrazia con la pace, qui si dà un contributo alla pace. È molto diverso - spiega Massimo Villone, area Salvi, tra i dissidenti che volevano votare no al rifinanziamento della missione a Kabul - piuttosto servirebbe un serio dibattito parlamentare». E Gloria Buffo del correntone afferna: «Questa missione deve servire a fermare la guerra e a rendere possibile un accordo per l’intero Medio Oriente. Anche se temo che qualcuno sul piano internazionalre speri nel fallimento di questa missione a favore di un insediamento di Israele nel sud del Libano».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Gazzetta del Sud 24.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Psicologia. Si decide con un'occhiata se una persona è attraente o ispira fiducia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Basta un decimo di secondo per il colpo di fulmine&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Ferdinando De Francisci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA – L'abito non fa il monaco, non giudicare il libro dalla copertina: proverbi per dire di non affidarsi alle semplici apparenze. In realtà, però, quando incontriamo una persona è la prima impressione quella che conta. Precisamente ci basta un decimo di secondo per decidere se qualcuno è attraente, leale e ci ispira fiducia. Il tutto molto velocemente, prima che la nostra parte razionale possa influenzare in qualche modo la reazione, perché le intuizioni su attrazione e fiducia sono le prime che si formano nella nostra mente. A dirlo è una ricerca condotta da uno psicologo dell'Università di Princeton, Alex Todorov, pubblicata sulla rivista «Psichological Science». «Il legame tra le caratteristiche del viso e il carattere – spiega Todorov – possono essere tenui, ma non impediscono alla nostra mente di giudicare le persone con un'occhiata. Decidiamo molto velocemente infatti se una persona possiede quei tratti che per noi sono importanti, come la simpatia e la competenza, anche senza averci scambiato una parola». Todorov e Janine Willis, coatrice della ricerca, hanno condotto diversi esperimenti su circa duecento persone. In una di queste prove hanno chiesto loro di guardare sessantasei facce diverse per tre tempi diversi, ciascuno di 100 millisecondi, 500 millisecondi e un secondo intero. Dopo che ogni faccia appariva per un attimo sullo schermo per poi svanire, dovevano indicare se avevano trovato quella che gli ispirava fiducia e anche quanto fossero sicuri della loro analisi. Con altri esperimenti condotti in modo simile hanno testato altre sensazioni, come simpatia e competenza. «Quello che abbiamo scoperto è che – continua Todorov – se si dava un'altra occasione, il giudizio delle persone su quei visi non cambiava. Chi osservava semplicemente diventava più sicuro della sua opinione, man mano che il tempo aumentava. Il motivo per cui il cervello formula giudizi istantaneamente non è ancora chiaro». Secondo lo psicologo, che ha studiato l'attività cerebrale con un particolare tipo di risonanza magnetica a immagini, la parte del cervello che risponde direttamente alla paura può essere implicata nei giudizi su fiducia e onestà. «La risposta alla paura coinvolge l'amygdala – prosegue – una parte del cervello che esiste negli animali da milioni di anni prima dello sviluppo della corteccia prefrontale, dove hanno origine i pensieri razionali. Abbiamo l'idea che la fiducia sia una risposta piuttosto sofisticata, ma in realtà le nostre osservazioni ci indicano che può essere un giudizio di alto profilo fatta da una parte del cervello molto semplice. Forse il segnale dell'emozione evita di passare dalla corteccia cerebrale». Tutto ciò non significa comunque, aggiunge Todorov, che «la prima e veloce impressione non possa essere superata con un ragionamento razionale. Una volta che il tempo passa e si conosce la persona – conclude – si sviluppa un'idea più generale e complessiva. Ancora non conosciamo le caratteristiche del viso che portano ad avere una tale deduzione. Quel che sappiamo è ciò che rende una faccia attraente, come la sua simmetria, le proporzioni delle sue parti e la somiglianza. Ma che cosa nel viso ci fa pensare che quella persona sia affidabile ancora non lo sappiamo. Questo sarà l'oggetto del prossimo studio».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Mattino 24.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Giorello: «Il presupposto è la libertà»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Corrado Ocone&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giulio Giorello, titolare della cattedra di filosofia della scienza che fu del suo maestro Ludovico Geymonat all’Università di Milano, è sicuramente il più noto epistemologo italiano. All’attività accademica, egli affianca da qualche tempo un’intensa attività pubblicistica volta soprattutto a difendere la libertà della ricerca scientifica dalle ingerenze dell’integralismo di ogni tipo: in primo luogo di quello della Chiesa cattolica sui problemi della bioetica. Il suo recente pamphlet in difesa della laicità (Di nessuna chiesa. La libertà del laico, pagg. 79, euro 7,50), edito dall’editore Cortina, è stato un vero e proprio successo editoriale: più di diecimila copie vendute. Con Giorello analizziamo in questa intervista problemi e risvolti connessi al tema della felicità, parola chiave di questo scorcio di nuovo millennio, indagata da molti festival della filosofia ma già a suo tempo messa a fuoco dai maestri dell’utilitarismo, nella cui scia il pensiero di Giorello si muove. Professor Giorello, converrà che la felicità sia un concetto difficile da definire. Di cosa si tratta? È uno stato d’animo e di benessere che dipende dall’interiorità di un individuo, o dalla realizzazione di un obiettivo ovvero di un progetto concreto a lui esterno? «In maniera forse un po’ schematica dividerei in due tipi le risposte date storicamente alla domanda da lei posta. Una prima grande famiglia di filosofi, il cui capostipite esemplare è Platone, ha ritenuto che la felicità fosse il conseguimento del sommo bene, di un’idea di bene ritenuta assoluta e ideale. E, poiché questo bene è valido per tutti, questi filosofi hanno spesso demandato alla macchina sociale, allo Stato, il compito di realizzare la felicità per tutti, con il rischio grave di promuovere forme più o meno forti di autoritarismo. Che si tratti di un obiettivo molto ambizioso e di un’idea di felicità molto esigente lo si può vedere anche in Kant, che lega la felicità alla virtù nella prospettiva di una rigida etica del dovere. C’è tuttavia un altro gruppo di filosofi, il cui massimo rappresentante è a mio avviso John Stuart Mill, che ha negato con forza che esista un sommo bene valido per tutti. Per costoro ognuno deve perseguire e conseguire, o credere di aver conseguito, la felicità a suo modo, a partire dai suoi gusti personali. Ognuno è giudice della sua salute fisica, psichica, morale, e lo Stato non devo impicciarsene più di tanto. Anzi, deve essere rispettoso di queste particolarità. A questa prospettiva di utilitarismo critico io mi sento molto affine». Ognuno è felice a modo suo, quindi. «La felicità è come la verità: non conta tanto il possesso di essa, quanto la sua ricerca costante. Si è felice se nessuno ci turba nei nostri sforzi per raggiungerla». Eppure, che la felicità fosse qualcosa di pertinente esclusivamente alla sfera privata non credo fosse pacifico per gli illuministi. Ci sono persino costituzioni, come quella americana, che la richiamano nel loro dettato. «L’illuminismo, come mi ha insegnato Geymonat, è un fenomeno molto complesso e variegato non riducibile ad una concezione univoca. L’idea illuministica è però a mio avviso l’unica concezione filosofica liberatrice, emancipatrice, progressiva. E l’illuminismo, in questo senso, è un fenomeno che continua anche oggi, così come continua la sua lotta contro l’oscurantismo. Quando esalto l’illuminismo, penso soprattutto all’ironia e all’intelligenza di Hume o di tanti pensatori scozzesi e irlandesi del Settecento. Tranne che in Rousseau, la felicità era comunque per tutti i grandi pensatori del Settecento individuale. E la Costituzione americana è molto chiara: non vuole garantire la felicità, ma il suo perseguimento da parte di ognuno». Però non abbiamo ancora definito il concetto... «Sì, ma perché esso è in qualche misura indefinibile. Si può dire che ognuno segue la propria natura e che nella ricerca di ciò che gli aggrada egli continua a esistere come individuo. Cioè, che è lo stesso, come essere libero e non servo come le bestie». Facendo un salto all’oggi, al concreto, come giudica il fatto che i modelli trionfanti nell’immaginario pubblico soprattutto popolare vedono nella ricchezza, nel lusso ostentato, nel benessere fisico e nel possesso di beni materiali la via della felicità? «Senza moralismi. E senza propormi nessun tipo di pedagogia, errore in cui cadono spesso i filosofi che tendono per natura a porsi un gradino più in alto degli altri individui. Sogno che ognuno possa perseguire a suo modo, in maniera libera e spregiudicata, la ricerca della felicità e magari credere di averla raggiunta. Anche se so bene che nessun obiettivo raggiunto può mai darcela in modo definitivo. E che spesso viviamo nell’illusione, solo nell’illusione, di averla raggiunta o di sapere in cosa consista. D’altronde, come filosofo, so bene che viviamo di illusioni e che la vita non andrebbe avanti senza di esse. Questo vale per chiunque, per chi è felice se possiede una bella macchina di lusso e per chi come me si accontenta di avere, come dice un vecchio proverbio irlandese, una borraccia di whisky sempre piena. Per chi della felicità ha un concetto spirituale e per chi lo ha fisico. Basta con le etiche cupe che vogliono insegnare agli altri come vivere! E basta con il guardare con stizza chi ha altri valori rispetto ai nostri. Giordano Bruno da una parte cantava l’eroico furore della ricerca scientifica, dall’altra scriveva che sarebbe stato felice se avesse avuto le seicento donne del re Salomone. Non mi sentirei di dire che chi cerca i beni materiali sia espressione di un mondo che ha perso la dimensione del senso. Non sono perciò d’accordo con le idee espresse recentemente sul vostro giornale da Sergio Givone: non si può far violenza ai gusti personali». Professore, in questa sua esaltazione dell’individuo lo Stato non può che essere minimo. Eppure l’idea di un paternalismo di Stato non sembra scomparire, come mostra la quantità abnorme di leggi e leggine che vorrebbero regolare ogni aspetto della nostra vita. «Con lo Stato bisogna usare il machete: tagliare il più possibile. Lo Stato papà mi fa paura: di padri ognuno di noi ne ha già avuto uno, e tanto basti. Per il resto, ripeto: che ognuno faccia sorgere il proprio sole dove vuole».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 24.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Lo strano caso di un genio invisibile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La storia misteriosa di Grigori Perelman, che ha risolto la "congettura di Poincaré"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Piergiorgio Odifreddi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-style: italic;"&gt;L’eccentrico personaggio è sparito da anni dall´università, più interessato alla raccolta dei funghi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-style: italic;"&gt;Fa discutere la vicenda dello scienziato che ha rifiutato la Medaglia Fields, prestigiosa come un Nobel&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-style: italic;"&gt;Il disinteresse per premi e danaro può avere spiegazioni poco ovvie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-style: italic;"&gt;Quando si riesce a dimostrare un teorema forse gli onori non contano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come si può caratterizzare la forma del Paradiso dantesco? Sembrerebbe una domanda per critici letterari, e invece essa ha assillato i matematici per l´intero Novecento, diventando uno dei più importanti problemi aperti del secolo: tanto importante, da entrare a far parte della ristretta lista dei sette Problemi del Millennio descritti in un omonimo libro da Keith Devlin (Longanesi, 2004), per la soluzione di ciascuno dei quali il miliardario statunitense London Clay ha messo in palio nel 2000 un milione di dollari. Chiunque avesse pubblicato una risposta alla domanda in grado di superare lo scrutinio della comunità matematica per un periodo di almeno due anni, avrebbe intascato la somma. E, se di età inferiore ai quarant´anni, avrebbe anche sicuramente vinto la medaglia Fields, che costituisce l´analogo del premio Nobel per la matematica.&lt;br /&gt;Sembrava che questo fosse il destino segnato per Grigori Perelman, un trentasettenne russo di San Pietroburgo che nel novembre 2002 e nel marzo e giugno 2003 mise in rete una serie di appunti nei quali abbozzava una soluzione del problema. Purtroppo quegli appunti non soddisfano le condizioni necessarie per l´assegnazione del premio Clay, non essendo mai stati riordinati in un vero e proprio articolo sottomesso alla revisione di recensori ufficiali, anche se le idee in esse contenute sembrano essere quelle giuste.&lt;br /&gt;Paradossalmente, però, a vincere il milione di dollari potrebbe non essere lo stesso Perelman, che da allora è sparito dall´università e ha fatto sapere di essersi «dedicato ad altre cose», in particolare la raccolta di funghi, ma quattro matematici (Bruce Kleiner e John Lott da un lato, e Huai-Dong Cao e Xi-Ping Zhu dall´altro) che un paio di mesi fa hanno pubblicato una soluzione completa del problema che usa le sue intuizioni.&lt;br /&gt;Ciò nonostante, all´apertura del quadriennale Congresso Internazionale di Matematica tenutasi l´altro ieri a Madrid il contributo di Perelman è stato riconosciuto dall´assegnazione della medaglia Fields. Ma ad accogliere l´onorificenza dalle mani del re di Spagna, il vincitore non c´era: il presidente dell´Unione Internazionale dei Matematici John Ball ha infatti annunciato che, in un lungo colloquio «educato e piacevole», egli l´aveva rifiutata. Apparentemente, né i soldi né gli onori riescono a stanare l´eccentrico matematico, che ha così emulato i due soli vincitori del premio Nobel che l´abbiano rifiutato spontaneamente: Jean-Paul Sartre nel 1964 e Le Duc Tho nel 1973.&lt;br /&gt;Per capire un po´ meglio la formulazione del problema risolto da Perelman, ricordiamo che quando Dante guarda il Paradiso dalla Terra vede i cieli come una serie di sfere crescenti, che raggiungono un massimo nel Primo Mobile. Per guardare oltre viene accompagnato da Beatrice all´Empireo, dove vede le sedi angeliche come una serie di sfere decrescenti, che raggiungono un minimo in un punto abbagliante, che è Dio. Beatrice spiega paradossalmente che in realtà quel punto è la sfera maggiore, e racchiude tutto ciò che sembra racchiuderlo: l´universo dantesco si compone dunque di due serie di sfere distinte, una sensibile e crescente e l´altra celeste e decrescente, i cui centri sono rispettivamente la Terra e Dio.&lt;br /&gt;Questa complicata struttura richiama le antiche rappresentazioni cartografiche della Terra mediante due serie di cerchi concentrici, centrati rispettivamente nei due poli. Chi guardasse la Terra dal Polo Sud vedrebbe infatti, come Dante, una serie di cerchi crescenti corrispondenti ai paralleli dell´emisfero meridionale, che raggiungono un massimo all´Equatore. Recatosi su questo, vedrebbe poi i paralleli dell´emisfero settentrionale come una serie di cerchi decrescenti, che raggiungono un minimo nel Polo Nord. Se però la Terra si aprisse come un fiore, i paralleli settentrionali circonderebbero quelli meridionali, e il Polo Nord si dispiegherebbe intorno a tutto.&lt;br /&gt;La rappresentazione cartografica non è che un modo per rappresentare la superficie sferica della Terra sulla superficie piatta di un foglio, e renderla indirettamente comprensibile a esseri bidimensionali che non fossero in grado di percepire direttamente la sua sfericità nello spazio tridimensionale. Analogamente, la rappresentazione dantesca del Paradiso non è che un modo per rappresentare nello spazio tridimensionale la superficie di un´ipersfera, cioè di una sfera a tre dimensioni immersa nello spazio a quattro dimensioni, e renderla indirettamente comprensibile a esseri tridimensionali come noi, che non siamo in grado di percepire direttamente una quarta dimensione spaziale.&lt;br /&gt;Dante ha dunque proceduto per analogia, inventando più o meno consciamente un´ipersfera tridimensionale che sta alla sfera bidimensionale, come questa sta al cerchio unidimensionale. Una bella intuizione, spiegata nei dettagli da Horia-Roman Patapievici in Gli occhi di Beatrice (Bruno Mondadori). E´ un´intuizione che anticipa di secoli l´analoga invenzione letteraria del delizioso romanzo dell´Ottocento Flatlandia di Edwin Abbott (Adelphi, 1993), che offre un´introduzione indolore alla geometria multidimensionale.&lt;br /&gt;Dire che la struttura del Paradiso dantesco è un´ipersfera non è però una risposta alla domanda iniziale, ma solo una sua riformulazione: il vero problema matematico è come si possa caratterizzare l´ipersfera tra le altre superfici tridimensionali dello spazio a quattro dimensioni. Nel 1904 il matematico francese Henri Poincaré propose una soluzione in una nota a un suo lavoro, procedendo anch´egli come Dante: ovvero, per analogia col caso della sfera o, se si preferisce, della Terra.&lt;br /&gt;Naturalmente, l´essenza della Terra non è di essere più o meno schiacciata ai poli, bensì di avere una forma più o meno sferica e non, ad esempio, a ciambella (per lo meno, di una riuscita col buco). Interessarsi dell´«essenza» e disinteressarsi del «più o meno» è la caratteristica della cosiddetta topologia, «scienza dei luoghi». E dal punto di vista topologico la Terra è caratterizzata dal fatto di essere l´unica superficie chiusa sulla quale i girotondi di persone si possono contrarre senza rompersi, fino a concentrarsi in un solo punto: se la Terra fosse fatta non come un pallone ma come un salvagente, i girotondi che girassero attorno al buco o attorno al salvagente non potrebbero contrarsi oltre un certo limite, così come nella vita reale non si potrebbe contrarre un girotondo che girasse intorno a un lago o a un palazzo.&lt;br /&gt;Poincaré congetturò che la stessa cosa valesse anche per l´ipersfera: in altre parole, che il Paradiso fosse l´unica superficie tridimensionale per la quale tutti i girotondi di angeli si possono contrarre senza rompersi. Analoghe congetture si possono fare per le sfere a più dimensioni, e la cosa sorprendente è che esse furono risolte molto prima di quella originaria per l´ipersfera: precisamente, nel 1960 da Steven Smale per tutte le sfere a cinque o più dimensioni, e nel 1982 da Michael Freedman per la sfera a quattro dimensioni. Naturalmente, sia Smale che Freedman vinsero per questi lavori la medaglia Fields, nel 1966 e 1986.&lt;br /&gt;Rimaneva dunque aperto soltanto il caso della sfera a tre dimensioni, che è appunto quello risolto da Perelman. Il quale era già un famoso matematico anche prima, come dimostra il fatto che fosse stato invitato a parlare al Congresso Internazionale del 1994 e avesse ricevuto nel 1996 il premio dell´Associazione Matematica Europea per i giovani talenti: un premio che, come si può immaginare, aveva rifiutato. Naturalmente media e pubblico traggono da questi comportamenti del giovane russo l´immediata deduzione che Perelman costituisca un´altra incarnazione del binomio «genio e pazzia», ma la realtà potrebbe essere meno ovvia e più profonda.&lt;br /&gt;Quando per i miei Incontri con menti straordinarie (Longanesi) ho intervistato Andrew Wiles, il matematico più famoso del mondo, gli ho infatti domandato se era dispiaciuto di non essere riuscito a dimostrare il teorema di Fermat in tempo per vincere la medaglia Fields, e lui mi ha risposto: «Se uno dimostra il teorema di Fermat, non gli importa più molto della medaglia Fields». La stessa cosa vale per la congettura di Poincaré: se uno ha capito la struttura del Paradiso, probabilmente se ne fa un baffo della Terra, compresi i suoi abitanti e i poveri ricchi onori che essi dispensano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 24.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;IL CASO Mario Fiorentini, illustre matematico e partigiano, dice la sua sul perché il genio russo ha rifiutato la medaglia Fields&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;«E se il rifiuto di Perelman fosse politico?»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa c’entra la «congettura di Poincaré», uno degli enigmi scientifici del secolo, con l’attacco partigiano di via Rasella? O la topologia, quella branca della matematica che studia le forme, con la lotta al nazifascismo? Ebbene, siccome le vie della storia sono infinite, una relazione esiste.&lt;br /&gt;Tutto inizia due anni fa quando il matematico russo Grigory Perelman viene indicato come uno dei possibili vincitori della medaglia Fields, il Nobel della matematica (ma vedremo che la definizione è quantomeno impropria). Il premio doveva essere assegnato al genio sovietico per aver sciolto, appunto, l’annoso dilemma della «congettura di Poincaré». Un problema che affatica la comunità scientifica sin dalla sua proposizione nel 1904. Senonché Perelman - che già un mese fa in un intervista al mensile The New Yorker aveva definito «senza interesse» il riconoscimento - rifiuta l’altro ieri la medaglia. Fitto mistero sui motivi. Lo scienziato si limita a far sapere che per il momento non rilascerà interviste e di ricontattarlo «fra qualche mese». Fin qui è storia nota.&lt;br /&gt;Tuttavia un’idea sui motivi che hanno indotto lo scienziato russo al «gran rifiuto» la avanza un altro illustre matematico, Mario Fiorentini. Già ordinario di Geometria superiore all’Università di Ferrara, alla carriera accademica è arrivato tardi. La laurea in matematica e fisica l’ha presa dopo la guerra. Prima no, c’era altro da fare.&lt;br /&gt;Questo signore di oltre 80 anni ben portati fu infatti il «regista» dei gappisti che organizzarono l’attaco di Via Rasella il 23 marzo del’44. «L’autore del soggetto e della sceneggiatura», preferisce definirsi lui in un’intervista apparsa su queste colonne alcuni anni fa.&lt;br /&gt;Oggi quest’uomo che ha vissuto da protagonista tanta parte del secolo ha qualcosa da dire sulle motivazioni che hanno spinto il suo collega russo a respingere il prestigioso riconoscimento (col conseguente premio in denaro).&lt;br /&gt;Professore, quali possono esser stati i motivi che hanno indotto Peralman a rifiutare la medaglia Fields?&lt;br /&gt;«Questo premio viene assegnato dal 1936 e ha trascurato i sovietici. Tenga conto che la scuola russa in questo campo era la più importante del mondo. Certo, anche gli americani ebbero, anche grazie all’immigrazione scientifica successiva alla guerra, una tradizione prestigiosa ma i russi allevarono praticamente dal nulla un’intera generazione di matematici. Generazione a cui non è andato, a mio avviso, il giusto riconoscimento. E poi c’è da fare una precisazione».&lt;br /&gt;Dica&lt;br /&gt;«Spesso si dice, e si scrive, che le medaglie Fields sono i Nobel della matematica. Non è così. Si tratta di un riconoscimento che viene dato ai giovani matematici - sotto i 40 anni- e quindi non un premio d’eccellenza assoluta. La verità è che “un Nobel” per la matematica non esiste».&lt;br /&gt;Perché questo vuoto?&lt;br /&gt;«Quando furono istituiti i premi Nobel, la matematica, al contrario di adesso, era la regina delle scienze. Di un premio neanche si sentiva il bisogno. Era meglio incoraggiare la fisica o l’astronomia».&lt;br /&gt;Professore, ma lei la medaglia Fields l’avrebbe rifiutata?&lt;br /&gt;«Respingere un riconoscimento, anche prestigioso, non è una follia. Sartre rifiutò il Nobel e Alessandro Grothendieck, il matematico, a mio avviso, più grande del ‘900, ebbe la medaglia Fields ma poi non accettò altri premi in denaro. Quello che posso dire rispetto a Perelman è che forse doveva accettare la medaglia per ricevere il denaro per poi devolverlo all’Unione dei matematici russi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa 24.8.06&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Cogne, è svolta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Cambia la difesa di Anna Maria&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Gianni Armand-Pilon&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TORINO. Anna Maria Franzoni, la mamma di Cogne, lo dice e lo ribadisce: «Sono innocente. Non ho ucciso mio figlio Samuele». E quando manca un mese alla ripresa del processo davanti alla Corte d’Assise d’appello di Torino - lei unica imputata di omicidio volontario, una condanna in primo grado a 30 anni di carcere - prepara nella sua casa sull’Appennino emiliano l’ultima mossa a sorpresa in vista della sentenza: un nuovo avvocato da inserire nel collegio difensivo.&lt;br /&gt;Ancora nulla di ufficiale, in cancelleria giurano che nessuna nomina è stata ufficialmente depositata. Ma c’è un nome che circola con insistenza negli ambienti giudiziari torinesi: quello dell’avvocato Claudio Maria Papotti. Penalista affermato, studioso di criminalistica e gran conoscitore della medicina legale. Il primo, nell’85, quand’era solo uno studente di Giurisprudenza con il pallino per i rilievi dattiloscopici, a scovare sulla pelle di una giovane slava uccisa a Torino l’impronta digitale del suo assassino. E c’è una strategia. Il legale non prenderebbe il posto dell’avvocato Carlo Taormina, ma ne potenzierebbe il ruolo in aula con un preciso compito tecnico: convincere la Corte che no, le macchie di sangue trovate addosso al pigiama di Anna Maria Franzoni non dimostrano nulla. O almeno non sono sufficienti a dimostrare che è stata lei a uccidere.&lt;br /&gt;Perché al netto di tutto ciò che si è detto e scritto da quando il corpo del piccolo Samuele fu trovato con il cranio fracassato nel lettone di papà e mamma - 30 gennaio 2002, un mercoledì - è di questo che si parla. Di pezzi di stoffa e macchie di sangue, di schizzi e traiettorie. Tutto il resto - gli alibi e le testimonianze - sono indizi che stanno sullo sfondo dell’ultimo grande processo italiano. Elementi utili, se sommati alla perizia, a rafforzare la tesi della colpevolezza di Anna Maria. Ma pur sempre indizi e, nella visione difensiva dei Franzoni, senza alcun peso o quasi, una volta collocati al di fuori di un contesto incardinato sugli esami dei carabinieri del Ris.&lt;br /&gt;Del resto, non sono forse discutibili le due perizie psichiatriche sulla madre di Samuele? Stesse carte, opposte conclusioni: una la indica sana di mente, l’altra parzialmente capace di intendere e di volere. E poi c’è la faccenda dell’arma del delitto. Un posacenere? Un minerale? Un mestolo? Una piccozza? Uno scarpone? Mistero. Uno dei tanti.&lt;br /&gt;Certo, il compito che i Franzoni si preparano ad affidare all’avvocato Papotti è difficilissimo. E la loro mossa può apparire azzardata, forse persino disperata, quando mancano due o tre mesi appena al giudizio che sarà con ogni probabilità quello definitivo, salvo che la Cassazione ravvisi vizi formali nel processo. Ma alla fine di questa lunga estate di riflessioni trascorsa insieme al marito e ai figli, Anna Maria Franzoni appare più che mai determinata a dare battaglia. Già ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo esame da parte degli psichiatri, e ha detto chiaro e tondo, con rabbia addirittura, che mai e poi mai accetterà di passare per una personalità border line, capace di uccidere il figlio e di dimenticare di averlo fatto, come sta scritto negli atti depositati in Assise. «Non voglio sconti di pena», insiste lei con chi le è a fianco. «Preferisco stare tutta la vita in carcere da innocente piuttosto che libera da colpevole». E a nulla servono i consigli di chi le dice di fare due conti, «la semi-infermità mentale può portare a riduzioni anche molto sensibili della pena». No: lei vuole l’assoluzione piena e «la caccia ai veri assassini di mio figlio», come ha ripetuto in aula al presidente Romano Pettenati.&lt;br /&gt;Il quadro processuale indica che è una flebile speranza. Ma la famiglia di lei niente, non ne vuole sapere. E anche se adesso tutti smentiscono («Un’ipotesi senza alcun fondamento», taglia corto al telefono Stefano Lorenzi), ecco affacciarsi la tentazione di ricorrere all’avvocato-criminologo, difensore di tanti medici imputati in processi sanitari, dove ancora una volta contano le perizie, soltanto quelle, e la capacità delle parti di saperle leggere ed eventualmente smontare.&lt;br /&gt;Del resto, il mondo è pieno di storie che sembrano già scritte, e che invece riservano un finale a sorpresa. Come l’ultimo caso, quello di Jonbenet Ramsey, la baby modella americana scomparsa nel dicembre 1996 e trovata morta strangolata nella cantina di casa, una villa a Boulder, nel Colorado. Anche lì un’inchiesta sotto i riflettori dei media, gli interrogatori, una montagna di perizie, poi i sospetti sui genitori. Prima la madre: l’ha uccisa in preda a raptus, dopo che la bambina aveva fatto la pipì a letto. Poi il padre: è stato lui, la molestava e per questo l’ha ammazzata.&lt;br /&gt;Infine il proscioglimento di entrambi e adesso, a distanza di 10 anni, un ex maestro elementare che si fa avanti e confessa: «Sono io il colpevole». Forse è vero. Forse è un mitomane. Probabilmente nessuno lo saprà mai con certezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="20060824Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione Lettere 24.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Legge 180. Basta con i luoghi comuni&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gentile direttore, scriviamo a proposito dell'articolo "Riformare la legge 180? Proposta catto-comunista", su "Liberazione" del 9 agosto 2006. Mai avremmo pensato di veder riproposti sul Vostro giornale i più vieti luoghi comuni usati da chi, in realtà, coltiva natichi pregiudizi sulla malattia mentale e non conosce o finge di non conoscere questa legge....la precisazione della senatrice Valpiana ha alquanto ridimensionato il problema, messo molto ben a fuoco anche dal Dott. Luigi Attenasio nel suo intervento del 10 agosto, tuttavia si continua a cincischiare e a rimestare, anche a sinistra, in un prontuario di argomentazioni che, francamente, emanano un profumo non proprio gradevole..."Oggi è giusto fare strutture sanitarie adeguate di trattamento e di cura", insista il Dott.Patrignani, e, ancora, "chi ha disagi psichici, se non vere e proprie patologie mentali, deve avere il luogo deputato al trattamento e alla cura" cioè, in parole povere, luoghi (chiusi e, possibilmente, anche privati) nei quali segregare (anche a vita) i pazienti: è proprio questo il contenuto della proposta di legge Buriani-Procaccinibocciata da un vasto movimento...Si tratta di espressioni che conosciamo molto bene, basate, quando non sulla malafede, sulla più grossolana ignoranza dello spirito e dei contenuti di quella nobile legge che, oltre a sancire la chiusura dei manicomi, modello e paradigma di ogni lager, detta semplicemente, le norme e le procedure per la effettuazione dei "Trattamenti santari obbligatori" (Tso) nel rispetto della dignità e dei diritti della persona. Si tratta, semmai, più che di modificare, di verificare se le garanzie previste dalla legge vengano correttamente osservate e abbiamo motivo di ritenere che numerosi abusi vengono ancora commessi...&lt;br /&gt;Certamente un serio dibattito scientifico, un confronto sereno sulle molteplici esperienze effettuate in italia nello scorcio del secolo passato sarebbe aspicabile e, probabilmente, esremamente utile se fondato sulla obiettiva conoscenza dei fatti e non su confusi e contraddittori ammiccamenti a concezioni e modi di pensare che certamente hanno poco a che fare con una visione autenticamente progressiva della medicina e del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Marinella Cornacchia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;presidente Associazione regionale per la salute mentale Onlus&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Girolamo Digilio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;presidente emerito&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Quinto Carabini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;vice-presidente&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660816257556240?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660816257556240'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660816257556240'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_24_archive.html#115660816257556240' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660806060009692</id><published>2006-08-23T18:00:00.000+02:00</published><updated>2006-09-02T13:46:47.360+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa 23.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;SOCIETÀ&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;DOPO IL DELITTO DI PERUGIA «MA LE MADRI USANO LA VIOLENZA PSICOLOGICA»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La guerra dei Roses sulla pelle dei bambini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;«Percosse e minacce: dai padri separati 20 reati al giorno»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di l.d.i.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA. Venti reati al giorno, oltre settemila all’anno, pochi omicidi ma molti episodi di violenze e minacce commessi da padri separati spesso per vendetta contro le ex mogli. Un problema che i fatti di cronaca hanno tristemente riportato sotto i riflettori. Maria Burani Procaccini (Forza Italia), presidente uscente della commissione parlamentare per l’infanzia, snocciola i dati, raccolti attraverso un’indagine del ministero dell’Interno. Si tratta di «reati di disperazione», chiarisce la Burani, «a cui bisogna guardare per comprendere il dramma di centinaia di migliaia di persone, un magma in cui poi si nascondono le follie latenti come quella consumatasi purtroppo ieri a Perugia». Un tema che investe anche la legge sull’affido condiviso approvata durante il governo di centro-destra e su cui interviene il sottosegretario del ministro della Famiglia Rosy Bindi, Chiara Acciarini. La legge non va cancellata ma ha dei difetti, sostiene la Acciarini che annuncia che il governo cercherà di modificarla con il contributo dell’opposizione.&lt;br /&gt;Gli uomini non sono più colpevoli delle donne, è la reazione ad essere diversa, si difende Ernesto Emanuele, presidente dell'Associazione papà separati. «Spesso i padri o i genitori che non hanno ottenuto l’affido facilmente - dice - perdono la testa, gli uomini ricorrono alla violenza fisica, mentre le donne soprattutto alla violenza psicologica». L’indagine, che non comprende i reati di mancato versamento dell’assegno mensile a moglie e figli fa anche capire che bisogna sperimentare nei fatti la nuova legge sull’affido condiviso «per vedere se assicurerà davvero la bigenitorialità», dice la Burani. E soprattutto rende fondamentale monitorare il comportamento di entrambi i genitori. «Non vogliamo criminalizzare nessuno, è bene che ci sia una valutazione e che il bambino sia considerato detentore di diritti». Se la colpa non è tutta da imputare ai padri, è vero anche che l’87 per cento degli uomini non chiede l'affidamento «mostrando meno interesse per la sorte dei propri bambini». Ai padri, dunque, «bisogna far capire il valore della paternità. Il bambino viene visto come uno strumento per far del male alla consorte. L’uomo si rifà una compagna e dimentica le esigenze del bambino». Ma le madri, contro gli ex mariti, spesso usano l’arma di un’accusa infamante come quella di atti di libidine ai danni dei bambini per tenersi i figli, avverte dal canto suo Emanuele che fa notare anche che le denunce degli uomini contro le loro ex mogli vengono archiviate molto più spesso rispetto a quelle depositate dalle donne.&lt;br /&gt;Sulla creazione di un’Authority per il bambino e l'unificazione della giurisdizione dei minori, chiesta dall’esponente di Fi replica il sottosegretario Acciarini. «Condivido la posizione del dialogo, non è una questione su cui dividersi, il ministro Bindi vuole mettere mano al diritto di famiglia in generale, all’istituzione del tribunale della famiglia». Ma innanzitutto monitorare la legge sull'affido, che ha lati positivi, come aver posto al centro l’interesse del minore, ma anche molte lacune. «Vogliamo capire cosa non va, la legge è stata fatta affrettatamente e sta dando problemi non indifferenti di applicazione. Faremo delle proposte e cercheremo il dialogo in Parlamento». Che abbia dei limiti lo riconosce anche Emanuele che con la sua associazione è stato tra i fautori dell’affido condiviso, «un grosso passo avanti perché nessuno dei due genitori ora ha il possesso totale del figlio e quindi ci vanno entrambi più cauti».&lt;br /&gt;Sulla violenza contro i bambini la Acciarini propone un approccio ampio che affronti nel complesso la violenza all’interno delle pareti domestiche. Lo definisce «un problema culturale» che va risolto cercando di capire cosa può fare la scuola, come aiutare le madri vittime e complici delle violenze dei padri, «agendo indirettamente attraverso l’istruzione, soprattutto delle donne».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa Tuttoscienze 23.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;C’è una parte del cervello che può vedere Dio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;LE «VISIONI» DEI PAZIENTI AFFETTI DA EPILESSIA CONFERMANO LA SCOPERTA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Francesco Monaco&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;(Università A. Avogadro - Novara)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;QUAL è il rapporto tra coscienza e religiosità? O meglio, perché l’uomo crede? Perché la fede è rimasta intatta, nonostante i progressi scientifici abbiano nel tempo svelato i misteri delle pestilenze, delle inondazioni, dei terremoti e persino della comprensione dell'universo? Nietzsche ebbe il coraggio di proclamare la morte di Dio e con la sua morte (1900) finisce l’epoca della modernità e si entra in quella della postmodernità, ovvero in un mondo di relativismo anche etico. Eppure, il suo provocatorio messaggio non è riuscito a scalfire in maniera sostanziale la naturale disposizione dell’uomo a credere in un essere superiore.&lt;br /&gt;L’espansione del cervello Studi recenti e sempre più numerosi, eseguiti su cervelli di suore che pregano, monaci buddhisti in meditazione oppure pazienti con epilessia o bambini difficili, ci portano a dire, nel loro insieme, che l’evoluzione ha preparato nel tempo ciò che poi la società ha plasmato: un cervello (ovvero una parte dell’encefalo) per credere. Infatti, nello sviluppo del credo religioso un fattore fu rappresentato dalla rapida espansione dei nostri cervelli nel momento in cui la specie umana emerse e si distinse dalle scimmie. Todd Murphy, neuroscienziato dell’Università Laurentiana del Canada, afferma che, man mano che i lobi frontali e quelli temporali si ingrandirono, si sviluppò la nostra abilità di estrapolare e di fare previsioni rivolte al futuro e di formare memorie. Fummo pertanto in grado di acquisire muove e drammatiche abilità cognitive. Per esempio, riuscimmo a vedere un corpo morto e vedere noi stessi in quella posizione in un giorno a venire. In altri termini, riuscimmo a formulare un pensiero astratto del tipo: «Questo un giorno succederà a me». La consapevolezza di una morte incombente diede subito luogo a delle domande: perché siamo qui? Che succede quando moriamo? Erano quindi necessarie delle risposte.&lt;br /&gt;Esperienze psicosensoriali Secondo Pascal Boyer (Washington University, Saint Louis, Missouri), una religiosità primitiva giocò un ruolo importante in questo senso, provvedendo alla creazione di codici morali tesi a incoraggiare legami fra gruppi, i quali, a loro volta, aumentarono le chances di sopravvivenza dei gruppi stessi. Un altro modo di avvicinarsi al problema della religione è quello di studiare pazienti con epilessia del lobo temporale (ELT), i quali sono proni a esperienze psicosensoriali così intense che loro le considerano essere visioni di Dio. Vilayanur S. Ramachandran (professore all’Università della California a San Diego), incluso da «Newsweek» tra i cento personaggi del «Club del secolo» che hanno più probabilità di dare un contributo importante alla società, ha osservato che un quarto dei soggetti con ELT da lui studiati riferivano esperienze religiose estremamente intense durante le crisi e sviluppavano, quindi, pensieri metafisici nei periodi intercritici. Pertanto, sulla base di questi e di altri studi, ritiene che esista una circuiteria neurale la cui attività porta a un credo religioso. In altre termini, nel cervello dei pazienti le crisi rafforzano alcune vie neurali connesse ad un nucleo specifico coinvolto nelle emozioni, l’amigdala, per cui vengono (nel caso) attribuiti significati emotivi eccessivi ad oggetti o eventi banali. Naturalmente questo non vuol dire che nel nostro cervello ci sia un «modulo divino», ma probabilmente possediamo circuiti che, evoluzionisticamente parlando, si sono specializzati per la fede.&lt;br /&gt;Un esempio classico di un illustre paziente affetto da questa malattia è rappresentato da Fjodor M. Dostojevskij (1821-1881), il quale soffrì spesso di crisi epilettiche a contenuto psichico religioso o comunque di tipo estatico-mistico, ben rappresentate dal personaggio del principe Mishkin nel romanzo «L’Idiota»: «In quei momenti, che avevano la durata dei lampi, il senso della vita e la coscienza di sé quasi si decuplicavano. Mente e cuore si illuminavano di una luce straordinaria: tutte le emozioni, tutti i dubbi sembravano placarsi di colpo e risolversi in una calma estrema, piena di una serena armonia e di speranza, fino alla comprensione delle cause ultime».&lt;br /&gt;Coscienza e anima&lt;br /&gt;Il problema di Dio tormentò tutta la vita del grande scrittore russo, così come tormenta anche tutti i suoi personaggi tragici. Il tema mistico della «grande armonia» riecheggia nel celebre Discorso su Puskin che Dostoievskji pronuncia nel giugno 1880 a Mosca di fronte a una folla enorme, che partecipava all’inaugurazione del monumento al grande poeta, e nel quale egli esaltava la Russia come «nazione destinata a pronunciare la parola definitiva della grande armonia universale, del definitivo accordo fraterno di tutte le razze, secondo la legge del Vangelo di Cristo». Lo studio dei pazienti affetti da epilessia si conferma pertanto come un osservatorio privilegiato sui meccanismi della coscienza o - per dirla in maniera provocatoria, come il Premio Nobel Francis Crick - della stessa anima. Al di là delle considerazioni scientifiche, tuttavia, il credo religioso di massa continuerà. Negli Usa le religioni di maggior crescita sono i Mormoni e Scientology, soprattutto perché - secondo Boyer - sono nuove. In altre parti del mondo, invece, altre religioni, fondamentaliste, hanno successo perché offrono una chiara visione del mondo. Le neuroscienze possono valutare gli stati di coscienza, ma probabilmente non riusciranno a minacciare lo status della religione.&lt;br /&gt;Sopravvivenza della specie Quanto il «credere» religioso sia positivo è oggetto di controversia. Certamente l’interferenza dei concetti e dei credi religiosi sul comportamento umano, soprattutto laddove essi siano fondamentalisti o settari, ha causato nei secoli forse più problemi al genere umano che vantaggi, e non è qui necessario fare esempi. Da un punto vista meramente laico, tuttavia, possiamo pensare che il credere in un principio trascendente e in una qualche ipotetica vita ultraterrena possegga a priori un formidabile messaggio consolatorio, del quale tutti, in fondo, abbiamo bisogno e che ha di fatto favorito nei millenni la sopravvivenza della specie Homo sapiens sapiens.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa Tuttoscienze 23.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;NEUROSCIENZE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L’amore rende più intelligenti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;REAZIONI ACCELERATE SIA NELLE DONNE INNAMORATE SIA NELLE NEO-MAMME&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Paola Mariano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA forza dell’amore non solo può spingere a gesti folli, ma mette le ali all’intelligenza, accelerando le performance cognitive.&lt;br /&gt;La prova arriva da uno studio condotto dal Policlinico universitario di Ginevra e dal Dartmouth Functional Brain Imaging Center negli Usa: le donne colpite dalla freccia di Cupido, alle prese con i test cognitivi, hanno tempi di reazione più rapidi quando, inconsciamente, vengono indotte a pensare all’uomo di cui sono innamorate. Guai però a derubricare altri rapporti affettivi come meno forti dell’amore romantico. Grazie a un altro studio, presentato da Delia Lenzi dell’Università La Sapienza di Roma, emerge che la forza dell’amore materno non è da meno e, anzi, è capace di spostare mari e monti per il bene del bimbo. Le mamme, infatti, sviluppano un rapporto tale con le emozioni del proprio neonato da riuscire a decifrare in un battibaleno le esigenze manifestate dal piccolo. E’ comunque l’amore romantico, da sempre, il principio ispiratore per l’uomo, nella poesia, nell’arte, nella danza e nella musica. E ora i neuroscienziati si sono imbarcati nell’impresa di svelarne le basi neurali: lo hanno localizzato nelle aree nervose subcorticali e corticali, regno delle emozioni. Tuttavia questo non basta a risolvere uno dei quesiti più intriganti: perché l’amore fa bene? Il team elvetico ha iniziato a rispondere alla domanda esaminando le conseguenze dell’amore sulle funzioni cognitive più elevate e ha osservato che ardore, trasporto, passione e affetto, oltre ad essere la fiamma di una «love story», hanno il potere di far brillare l'intelligenza. Gli esperti sono andati al cuore del problema, esaminando le performance cognitive di un gruppo di donne, alcune delle quali travolte dalla passione amorosa. Tutte le donne si sono cimentate in esercizi lessicali, mentre venivano sottoposte per pochi millesimi di secondo a stimoli subliminali neutri, affettivi (come il nome di un amico) e, infine, romantici (come il nome della persona amata). Ed ecco la sorpresa: le donne innamorate - e soltanto loro - hanno mostrato tempi di reazione fortemente ridotti e anche una maggiore accuratezza nelle risposte ai test. Dal punto di vista funzionale questo corrisponde all’attivazione di aree neurali specifiche: con la risonanza magnetica funzionale, infatti, gli scienziati hanno osservato che il nucleo accumbens - un centro di piacere e gratificazione - è molto attivo quando l’innamorata è stimolata inconsciamente dal nome del partner. Questa attivazione non si registra, invece, tra chi non è stregata dalla forza dei sentimenti. Anche l’amore materno, d’altra parte, dimostra di essere un potente propulsore cognitivo: fa schizzare alle stelle la prontezza di mamma e le fa capire al volo i bisogni del neonato, anche se lui non sa ancora esprimerli a parole. Alla base di questa acutezza c’è l’empatia, la capacità di immedesimarsi nelle emozioni altrui, cruciale nelle relazioni interpersonali. Il legame unico che si instaura tra madre e figlio sembra essere la massima espressione di questa specifica abilità. Lo studio italiano, infatti, ha dimostrato l’unicità e l’utilità di questo attaccamento, osservando le risposte neurali di mamme che guardano fotografie di diversi neonati. Nel cervello di una mamma soltanto le immagini del proprio figlio attivano, oltre ai centri dell’empatia, anche aree corticali per la messa in atto di comportamenti utili a rispondere allo stato emotivo trasmesso dal viso del neonato. «Per esempio - racconta la Lenzi - quando il bimbo nelle foto piange, e si tratta del figlio, nelle mamme c’è una significativa attivazione delle aree dell’empatia e di tutto il sistema limbico, soprattutto della parte più istintiva che reagisce in situazioni di pericolo e di stress». Inoltre si registra anche una forte attività nell’area pre-supplementare motoria, che serve a tradurre le emozioni in azione, con la quale far interrompere il pianto, per esempio prendendo in braccio e consolando il piccolo. Al contrario, le emozioni dipinte sul volto di un bambino che non sia il proprio figlio non sono in grado di attivare in modo altrettanto intenso il cervello di una mamma. Così, se la tradizione si dilunga sui turbamenti, l’amore - romantico o materno - risulta uno straordinario moltiplicatore di acume e di intelligenza.&lt;br /&gt;Il forte sodalizio tra la madre e il neonato, che assicura al piccolo una fonte di nutrimento e di protezione rispetto all’ambiente esterno, si instaura sotto l’effetto di «droghe» naturali (le endorfine), messe in circolo nel cervello del piccolo, in particolare nei circuiti del piacere. La scoperta sui topi, resa nota su «Science» da Francesca D'Amato dell'Istituto di Neuroscienze, Psicobiologia e Psicofarmacologia del CNR di Roma, potrebbe avere forti ricadute sullo studio di malattie come l'autismo, ma anche di ansia, depressione, insicurezza e disturbi dell'alimentazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;il manifesto 23.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il Libano di Amnesty&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Guglielmo Ragozzino&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E'in corso un'accesa discussione sulle regole d'ingaggio e sulle caratteristiche dell'intervento militare di interposizione tra Libano e Israele. La discussione finisce per coprirne un altro argomento: quello che riguarda «le responsabilità per le gravi violazioni del diritto umanitario commesse da Hezbollah e da Israele nel mese di conflitto». Occorre in proposito, secondo Amnesty International, «un'inchiesta urgente, esaustiva e indipendente da parte delle Nazioni unite». Sempre secondo Amnesty, «la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante (sono) parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che «danni collaterali», derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari». Amnesty ha aggiunto che alle «vittime civili, uccise sui due lati del conflitto, va resa giustizia». E Amnesty (servizio a pagina 5) insiste sul tema dei «crimini di guerra» che poi sono di due tipi, questa volta: uccisione inutile o meglio terroristica di civili e disastri ambientali: disastri dolosi.&lt;br /&gt;Nel corso della guerra Amnesty ha svolto quattro missioni in Libano e Israele, raccogliendo informazioni e testimonianze di centinaia di persone su entrambi i lati del fronte, visitando i luoghi della guerra, le città abbandonate, i paesi rasi al suolo. Il quadro che ne risulta è di un'area distrutta da una sorta di terremoto ambientale e umano. Non che ci si possa stupire, la guerra ha proprio questo compito: distruggere gli insediamenti umani costruiti nel corso di secoli, le attività della vita, la natura, fatta di spazio, di spiagge, di acqua, di campi e città, di boschi e frutteti. I danni in euro si calcolano in migliaia di milioni, ma è un conto crudele e fine a se stesso. Quanto vale una vita di bambino? Da entrambi i lati del fronte qualche capo di guerra, ci sta riflettendo. Molte mamme, molti padri piangono.&lt;br /&gt;Leggere i resoconti di Amnesty, poi riassunti nel suo documento proposto al pubblico e al consiglio di sicurezza del'Onu, è entrare in un mondo di desolazione, di ospedali sotto i colpi di cannone, di paesi e città bersagliati scientificamente dal mare, dal cielo, dalla terra. Solo fatti, nessuno sfogo di emozioni, nessuna parola superflua. Ma la visione della guerra e delle sue distruzioni di vite e di beni comuni è ugualmente intollerabile.&lt;br /&gt;Ora bisogna ricostruire, muovendosi nelle strettoie delle regole d'ingaggio. Sul terreno ci saranno militari dappertutto, gli irriducibili che vorrebbero combattere, e gli altri, chiamati a interporsi, a impedirgli di ricominciare, a garantire che non ci siano errori o colpi di mano. Un compito arduo. Ma bisogna andare oltre, capire cosa è accaduto, trovare il modo di giudicare i responsabili. Il tribunale per i crimini guerra esiste per questo. E poi bisogna scegliere il da farsi. L'Italia sembra decisa a mandare moltissimi soldati, certo con l'intenzione di difendere il cessate-il-fuoco, un impegno assai più generoso di quello di ottenere il generalissimo e il copyright del codice d'ingaggio.&lt;br /&gt;La spesa da stanziare, molto ingente, è considerata necessaria per il mantenimento della pace. E va bene. Ma non sarebbe meglio se gli stessi soldi potessero, in un domani, servire a ricostruire tutti i ponti, a riportare nelle case l'acqua necessaria per vivere, a rifondare alla vita, sicura, pacifica, le città di Haifa e di Beirut?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Corriere della Sera 23.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ricerca condotta da due psicologi della universitá di Princeton&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Colpi di fulmine: basta un decimo di secondo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Uno studio su Psychological Science dice che in questo intervallo di tempo ci si può fare un'idea di chi si ha di fronte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PRINCETON - Basta un decimo di secondo per un colpo di fulmine. È sufficiente questa piccolissima frazione di tempo, infatti, per decidere se una persona merita la nostra fiducia, ci attrae, ci appare leale o, al contrario, faremmo meglio a stargli alla larga. Un decimo di secondo, dunque, per farsi un'idea di chi abbiamo di fronte basandoci sui tratti somatici del suo volto. A sostenerlo è una ricerca condotta da due psicologi della universitá di Princeton, pubblicata a luglio scorso su Psychological Science.&lt;br /&gt;I due studiosi hanno mostrato a un campione composto da 200 partecipanti volti diversi chiedendo loro di osservarli per tempi differenti che si aggiravano tra i 100 e i 1.000 millesecondi. Così hanno potuto osservare che bastava un decimo di secondo perchè le persone sviluppassero un'impressione, positiva o negativa che fosse. Attraverso vari test, in cui variavano i tempi di esposizioni alle immagini, i ricercatori hanno potuto osservare che il giudizio maturato in un battito di ciglia, non variava di molto concedendo qualche istante in più al volto proposto. Semmai ad aumentare era la convinzione che la prima impressione era proprio quella giusta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 23.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Missione Onu, se siamo pacifisti dobbiamo provarci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Rina Gagliardi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se fossimo molto ingenui, più di quanto ci impegniamo a non essere, dovremmo esprimere un forte stupore. Mentre su una missione militare certamente pericolosa, e di utilità politica pressoché nulla, come quella in Afghanistan, si sono sentite poche voci dissonanti (tutte comunque a sinistra), sul progetto Unifil per il Libano, così fortemente perseguito dal governo Prodi e dal ministro D’Alema, fioccano le perplessità e i dubbi, come raramente era accaduto. Non è perplessa soltanto la destra, per evidenti ragioni strumentali e ancor più evidente imbarazzo. Sono più che cauti, se non ostili, alcuni grandi giornali, come La Repubblica. Sono preoccupati i vertici militari. Sono incerti dirigenti di spicco dell’Unione. E sono diffidenti, forse per puntiglio ideologico, alcuni settori della sinistra radicale e del pacifismo. Da dove nasce una sfiducia così diffusa? Dalla paura, ovviamente. Una paura certo fondata. Nessuno è in grado oggi di garantire che la forza multinazionale di interposizione, destinata a dispiegarsi ai confini del Libano, riuscirà a svolgere con successo il suo compito essenziale: salvaguardare la fragile tregua in atto, ed anzi andare oltre, costruendo le condizioni di un effettivo processo di pace. Nessuno può giurare che, all’opposto, le forze che vogliono la guerra non usino i “caschi blu” a loro esclusivo vantaggio, per riorganizzarsi e imporre, a tempi relativamente brevi, la loro logica. E nessuno può escludere del tutto che, per il nostro Paese, per l’Italia, l’intera iniziativa possa risultare un “fiasco” politico e diplomatico - ancora oggi, alla vigilia di importanti summit europei, la Francia non ha chiarito le sue ambiguità, la Germania ha invece chiarito la sua determinazione a restarne fuori, altri Paesi, come la Spagna, non sembrano intenzionati a impegnarsi in Medio Oriente, se non con forze quantitativamente limitate. Insomma, come ha già detto il ministro Parisi, questa è sicuramente una missione «pericolosa»: non soltanto perché espone ad un rischio concreto la vita di molte persone, ma perché è davvero di grande difficoltà generale. E tuttavia queste considerazioni non esauriscono il problema. C’è ben altro, dietro (o sotto) dubbi, preoccupazioni, ostilità comunque comprensibili e “lecite”. C’è, a nostro parere, una posizione politica organica: che teme come il fumo negli occhi il possibile “nuovo inizio” di una nuova politica estera italiana. Non più appiattita sull’asse Washington-Tel Aviv, ma collegata fortemente all’Europa. Non più “fedele alleato” di una strategia di guerra, ma protagonista di un processo di pacificazione, certo difficilissimo, che ha la pace come propria e consapevole meta finale. Ed è su questo tipo di resistenza che conviene concentrare l’attenzione e la riflessione.&lt;br /&gt;La drammatica situazione del Medio Oriente - è noto - affonda le sue radici in tragedie lontane, l’ultima delle quali è stata l’ultimo grande conflitto mondiale. Ora, però, essa si è fatta ancor più insostenibile: sta diventando, è già diventata, un luogo endemico di guerra - guerreggiata, simbolica, e perfino indiretta. Quella appena alle nostre spalle, con l’invasione israeliana del territorio libanese e i raid aerei di distruzione su Beirut, non aveva solo le caratteristiche di uno scontro “locale”: è stata, sotto molti aspetti, la prima prova di una guerra ancor più devastante, tra Stati uniti e Iran, tra Occidente e Islam fondamentalista. Nonostante il fallimento palmare della dottrina della “guerra preventiva”, nonostante l’apparente discesa dell’influenza neocons sulla politica mondiale di Bush, lo scontro delle civiltà resta in effetti una prospettiva in campo, che né il governo di Washington né lo schieramento occidentalista hanno davvero archiviato. Del resto, è proprio la politica dell’Occidente a determinare squilibri crescenti, e aree di crisi sempre meno controllabili, in termini tali che rendono la guerra una prospettiva sempre più incombente. Ne è un esempio concreto, e scottante, la crescita attuale della potenza e delle ambizioni egemoniche dell’Iran: essa è il frutto, uno dei frutti più concreti, della guerra americana all’Iraq, che ha distrutto, nella sostanza, il paese che costitutiva il più forte contraltare di Teheran (anche dal punto di vista dell’espansione del fanatismo religioso) e ha modificato in profondità l’equilibrio dell’intera regione.&lt;br /&gt;Ora, certo, l’Iran di Ahmadinejad costituisce un pericolo molto serio, non solo per la sicurezza di Israele, non solo per le armi nucleari di cui può arrivare a dotarsi, ma per il ruolo ideologico, politico e militare che può svolgere nell’intero Medio Oriente devastato, instabile e sofferente - dove c’è un popolo, quello palestinese, al quale viene a tutt’oggi negato il diritto elementare ad uno Stato proprio, ad una condizione basica di dignità.&lt;br /&gt;Ma come intervenire, allora, prima che la tendenza alla catastrofe divenga dominante, e incontrastabile? L’unica arma a nostra disposizione è anche quella più antica e allo stesso tempo moderna: la politica. L’unico soggetto che possa sperare di usarla, con successo, è anch’esso antico e moderno, l’Europa. E l’unico luogo in cui essa è immediatamente sperimentabile è proprio il Libano: per ragioni geografiche e geostrategiche, ma anche per ragioni politico-culturali. A tutt’oggi, con le sue 17 tra etnie e culti religiosi, con la sua mescolanza di islamici, cristiani maroniti, drusi e molte altre confessioni, il Libano è l’ultimo presidio mediorientale della tolleranza e della convivenza tra diversi: nel momento in cui o ricadesse, più o meno, in mani siriane, o dovesse subire, da capo, l’umiliazione dell’occupazione israeliana, il Libano perderebbe non tanto l’indipendenza, ma la sua natura di “terra di confine”. Nasce qui l’idea, per altro non nuova, di una forza multinazionale che, “interponendosi” tra il Libano e Israele, può forse in realtà “interporsi” tra le diverse soggettività politiche oggi tra di loro incompatibili. Un contingente che, ovviamente, non può né fare né vincere la guerra, ma che è al servizio di un progetto politico ben più ambizioso: ricostruire, nella regione, un “ordine politico ragionevole”, rispettoso dei diritti dei popoli, e capace di ripristinare vere regole di convivenza. Garantire la sicurezza degli israeliani, certo, come chiede ogni giorno il Corriere della sera, ma anche quella dei libanesi e degli arabi. Favorire, con la sua presenza, il processo di “costituzionalizzazione” di Hezbollah, e la sua integrazione nell’esercito libanese - oggi lontano dallo standard necessario di efficienza. Consentire alla pacificazione di tramutarsi in processo di pace, per il quale ovviamente serviranno ben altri strumenti - commissioni miste, conferenze, trattative - e molti altri protagonisti. Ma, senza questo primo passaggio, il processo neppure comincerà. Così come senza la conferenza di Roma, dagli effetti pratici così apparentemente ridotti non avrebbe potuto mettersi in moto il meccanismo essenziale che forse si va mettendo in moto: l’uscita dall’unilateralismo americano, la rottura di una prassi fondata sul fatto compiuto - gli Usa si muovono, l’intendenza seguirà. Essenziale, e rilevantissimo, è che esso si dispieghi sotto le bandiere, nient’affatto formali, dell’Onu. Da quanto tempo questa sigla - che è l’unica alternativa al governo imperiale del mondo - non compariva in una iniziativa internazionale consistente? E da quanto tempo l’Italia, il governo italiano, non compariva come prim’attore di un tentativo di questa natura? Proprio gli ostacoli che a tutt’oggi vi si frappongono, ne esaltano - se così si può dire - la necessità e il valore. L’Italia, come ci ha insegnato il mezzo secolo di potere democristiano, può fare una politica estera propria soltanto alla condizione di sbarazzarsi del suo statuto di colonia, e di esercitare, come può, la sua naturale vocazione al dialogo attivo tra Europa e Mediterraneo. Da questo punto di vista, la missione Unifil è anche un contributo concreto alla nascita - sempre drammaticamente tardiva - di un’autonoma soggettività europea.&lt;br /&gt;Naturalmente, come dicevamo all’inizio, tutto questo, per ora, è soltanto un progetto. Importante, necessario e denso di rischi. Un progetto che implica un’assunzione vera di responsabilità, anche per chi - come noi - colloca la politica di pace (e il pacifismo, e la nonviolenza) al vertice della propria scala di valori. Se ci sono chiare le ragioni per le quali molti poteri più o meno forti, molti commentatori più o meno rispettabili, sono contrari alla missione libanese - e guardano preoccupatissimi all’ipotesi, molto oramai credibile, che essa abbia una leadership italiana - molto meno comprensibili ci sono le motivazioni analoghe e contrarie che spingono al no qualche area della sinistra radicale, e dei movimenti. Se si teme che i caschi blu possano risultare una mera “copertura” della non sopita aggressività del governo di Tel Aviv, si fa un’analisi distorta: Olmert, come del resto i “falchi” nordamericani, subisce l’iniziativa, dopo una campagna bellica che si è risolta, per lui, in un disastro, militare e politico, e che ha sfatato, forse per la prima volta in termini clamorosi, il mito della invincibilità dell’esercito di Israele. Se si ritiene che la politica del ministro degli esteri D’Alema resti, nell’insieme, subalterna agli interessi degli Usa e dell’occidente, si fa torto, ancora una volta, ai fatti: come hanno dimostrato le ruggenti polemiche sulla passeggiata libanese del nostro ministro degli esteri, e la sua capacità di dialogare con tutti, nessuno escluso, Hezbollah compresi. Se si dice che Unifil, in ogni caso, è solo il timido inizio di un processo che deve coinvolgere ben altri soggetti, luoghi e decisioni, si dice una mezza verità che, come spesso capita, finisce per farsi bugia intera. Per essere pacifisti conseguenti, oggi, è essenziale provarci. Provare ad esserci. Bandire ogni pur legittimo desiderio di fuga. E puntare tutto sul filo di speranza che abbiamo - per trasformarlo, magari, in una robusta gomena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Riformista mercoledì 23 agosto 2006&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;SOCIALISTI. QUALE RIFORMISMO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Se la sinistra riscoprisse oggi la lezione di Riccardo Lombardi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;DI CARLO PATRIGNANI  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 0, 0);font-size:85%;" &gt;(il testo di questo articolo è disponibile solo in formato jpg (ca. 600KB): chi volesse riceverlo nella propria casella di posta elettronica può farne richiesta con una email a "segnalazioni"))&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660806060009692?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660806060009692'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660806060009692'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_23_archive.html#115660806060009692' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115695054464598713</id><published>2006-08-22T17:08:00.000+02:00</published><updated>2006-09-02T13:23:19.896+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a name="20060822Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Repubblica 22.8.06 Prima pagina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Le idee&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Che cosa vuol dire definirsi socialisti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di JOHN LLOYD&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Partito dei socialisti europei ha un motto: «Socialisti e fieri d'esserlo!». Può anche essere che ne siano fieri, ma definirsi socialisti è fare un torto alla lingua. Se "socialista" vuol dire qualcosa, infatti, il Pse non può continuare a definirsi tale. Si tratta di altra cosa, di qualcosa di ragionevolmente diverso da un partito di destra, ma non socialista. Sarebbe auspicabile che la politica europea lo capisse.&lt;br /&gt;Si prendano in considerazione le situazioni dei principali partiti della sinistra in Europa. Al potere da più tempo di qualunque altro è il Partito Laburista britannico, e nessuno dei suoi leader – tanto meno Tony Blair – lo definirebbe socialista; di tanto in tanto egli arriva a parlare di socialdemocrazia. I Socialdemocratici tedeschi, facenti parte della coalizione guidata dalla cristiano-democratica Angela Merkel, non sono in grado di concludere molto di per sé, tranne – come al momento – determinare un impasse nel processo politico interno. Perfino i socialisti spagnoli – la vittoria dei quali l´anno scorso è sopraggiunta del tutto imprevista, ma che da allora sono stati in grado di consolidare il loro potere in modo sbalorditivo sotto la leadership di Josè Zapatero – più che in una riforma economica in senso socialista, sono impegnati nella liberalizzazione della società. In Svezia i socialdemocratici sono un partito quasi permanentemente al governo, e sono in quella condizione perché hanno assunto una posizione sempre più centrista. Nei Paesi Bassi un partito laburista non al potere è alla ricerca di nuove posizioni principalmente in tema di immigrazione in un Paese nel quale si è andata gradualmente rafforzando l´opposizione all´arrivo di altri immigrati e nel quale si sta assumendo un atteggiamento molto più rigido nei confronti dell´Islam radicale. In Francia i socialisti subiscono ancora le conseguenze della loro drammatica sconfitta del 2002 e della loro profonda spaccatura in relazione all´Europa, mentre la candidata favorita alla presidenza, la popolare Segolene Royale, sta a poco a poco virando verso posizioni sempre più centriste – si potrebbe quasi chiamarle di destra – e proprio queste la rendono così popolare.&lt;br /&gt;In Italia, dopo un periodo turbolento – che per molti aspetti potremmo definire vergognoso – di governo della destra, è andata al potere la sinistra e l´Unione delle sinistre ha già iniziato a fare quello che il governo di destra non ha fatto: liberalizzare l´economia. Si tratta di qualcosa di necessario, che non si può dire appartenga alla politica della sinistra. Al tempo stesso, la sinistra si è presa l´arduo compito di unire i principali partiti che la compongono e questo deve alimentare un dibattito su ciò che la sinistra incarna. Tale operazione assomiglierà al dibattito che ha dato vita al New Labour all´inizio degli anni Novanta, anche se avrà luogo in circostanze ancora più complesse.&lt;br /&gt;Tutti i partiti della sinistra europea, di tradizioni quanto mai diverse e che devono far fronte a problemi nazionali quanto mai disparati, sono simili per taluni aspetti fondamentali. Non credono più – o almeno non agiscono più in base alla convinzione – che provvedimenti socialisti in campo economico sosterranno la crescita e nemmeno, su un periodo più lungo, l´impiego. Sono alle prese con una reazione violenta, comune a tutta Europa, nei confronti dell´immigrazione, e con la paura per l´Islam radicale, per contrastare le quali devono mettere a punto precise metodologie politiche. Infine, vedono il loro elettorato tradizionale, la classe lavoratrice organizzata in sindacati, continuare a ridursi sempre più. Negli ex stati comunisti, la vita dopo il comunismo si è rivelata assai dura per i partiti democratici di sinistra che hanno dovuto combattere per conquistare potere politico.&lt;br /&gt;In Europa tra i partiti di sinistra e quelli di destra esiste – o può esistere – una differenza di pratiche e di principi: il Pse si esprime al meglio nel perseguire un modello sociale europeo, che conterà su un´alta imposizione fiscale per supportare un welfare state relativamente generoso, buoni servizi sanitari, un´educazione pubblica e un´alta spesa per le infrastrutture pubbliche. Questa è la socialdemocrazia, ma è stata, più o meno, altresì la prassi seguita da molti dei partiti di centrodestra in Europa (ma non nel Regno Unito dagli anni Settanta in poi). Un accordo de facto tra centrosinistra e centrodestra sulla conservazione di un welfare state generoso e interventista non è sparito, anzi è così forte che un governo guidato da Silvio Berlusconi – che si definiva uno che avrebbe affrancato l´economia italiana dalle sue catene corporative – ha fatto davvero poco per cambiarne la compagine di fondo.&lt;br /&gt;Che cosa attenderci, di conseguenza, allorché eleggiamo un governo di sinistra? Non più una trasformazione economica; non più un automatico approccio liberale alle questioni sociali e a quelle correlate all´immigrazione; non più, neppure, un sostegno ai lavoratori. Ci aspettiamo piuttosto un approccio maggiormente sociale; un atteggiamento maggiormente liberale nei confronti delle questioni sociali e individuali; un´enfasi maggiore sull´integrità; una maggiore volontà di promulgare leggi rispettose dei diritti delle donne. Tutte queste differenze sono importanti: possono voler dire un cambiamento in meglio nei diritti e nelle vite delle persone. Ma si tratta, nondimeno, di differenze relative, perché dai governi di destra non ci aspettiamo che siano contrari a queste cose, quanto meno non in modo esagerato e drastico.&lt;br /&gt;Esistono, è ovvio, ragioni precise per le quali i partiti non possono repentinamente cambiare i concetti nei quali credono, anche se non agiscono in base ad essi già da tempo. C´è la tradizione - spesso una tradizione di lotta, talvolta di oppressione, che non può essere accantonata alla leggera. Forse è perché il Labour Party britannico non è mai stato oggetto di repressione da parte delle forze di una destra totalitaria – come in Germania, Italia e Spagna – che esso è stato capace di cambiare così radicalmente e apertamente come ha fatto. Ci sono i membri di partito, molti dei quali restano aggrappati all´idea che il socialismo può prevalere. E c´è infine l´opposizione della destra che tende – come del resto tutte le opposizioni – a costringerli a caratterizzarsi come rivali della destra, obbligandoli di conseguenza a rimanere attaccati al nome di socialisti.&lt;br /&gt;Una delle ragioni migliori è che il socialismo – il socialismo democratico – ha ottenuto tanti buoni risultati nel secolo o poco più dacché esiste. Le sue due degenerazioni totalitarie – il nazionalsocialismo e il comunismo – non possono di per sé inficiare la forza grazie alla quale il socialismo progressista, di importanza secondaria prima della seconda guerra mondiale, da allora è di importanza primaria. Le pressioni popolari per una società più equa sono state espresse dai partiti democratici socialisti e sostenute al governo. Laddove nella seconda metà del secolo scorso sono rimasti in carica regimi autoritari – come in Spagna, Grecia e Portogallo – i socialisti vi si sono opposti e dopo la loro caduta, una volta al governo, hanno fatto molto per porre rimedio ai danni inferti alle rispettive società. Hanno contribuito a dare dignità e sicurezza ai lavoratori; hanno dato voce ai valori della tolleranza e del liberalismo nelle questioni sociali; e a livello internazionale si sarebbero ritrovati schierati per la pace e la riconciliazione. In effetti, il fatto stesso che il centrodestra non possa più mettere seriamente in discussione questi risultati, è un riconoscimento al loro successo.&lt;br /&gt;Per questo successo, però, si sono trasformati di continuo. L´essenza del centrosinistra è la sua flessibilità, che i suoi oppositori chiamano opportunismo, ma che di fatto è una ponderata agnizione dei cambiamenti socio-economici. In questa fase della storia europea, il socialismo – se con questa parola si indica un insieme di misure economiche e sociali, più che una memoria storica – non ha più significato: se fa appello ai militanti più anziani, non da più la carica ai giovani; se evoca la visione di un grande passato, ipoteca il futuro.&lt;br /&gt;Tuttavia esiste ancora un ambito di politica progressista del quale è erede la sinistra. È la politica che ricorre a una varietà di mezzi, compresi i meccanismi di mercato, per far sì che i servizi forniti alla società – come la sanità, l´educazione, le pensioni – siano efficienti e al contempo adeguatamente finanziati. La liberalizzazione dell´economia, del genere di quella che sta al momento perseguendo l´Unione di sinistra, scatenerà sempre la collera delle categorie che hanno ricavato beneficio dal regime di monopolio, ma laddove la liberalizzazione stimola la caduta dei prezzi dei servizi e dei prodotti, come spesso accade, allora arrecherà beneficio a una più vasta fetta dell´elettorato.&lt;br /&gt;La sinistra è stata propensa a essere liberale nelle tematiche sociali e ancora può esserlo. Come forza laica, essa fornisce spazio all´espressione artistica e personale che preferisce la partecipazione attiva alla passività. Può esprimere un ottimismo sociale che incoraggia l´impegno comune a migliorare l´ambiente, ad assistere le persone più vulnerabili e a portare aiuto a quella vasta parte di mondo tuttora sprofondata nell´indigenza. Può benissimo esprimere opposizione alla tirannia in altri Paesi e indicare – anche adesso che il progetto di liberare l´Iraq si impantana – una strada migliore per togliere dall´oppressione i popoli tuttora gravati da un regime totalitario.&lt;br /&gt;Più di ogni altra cosa, la sinistra ha la capacità di dare una visione a una società che ancora esige valori in cui credere. Questa visione deve essere pluralista, lasciare spazi e possibilità di evoluzione a fedi e principi che non sono necessariamente quelli della sinistra. Ma deve anche avere una propria integrità, quella della solidarietà, dell´apertura a dialogare, della volontà a trovare compromessi. Deve continuare la sua lotta per una democrazia in senso più ampio, non contro la dittatura – come adesso, quanto meno in Europa – ma contro l´apatia e la frammentazione della società. Tutto ciò fa parte della sua eredità e potrebbe essere parte del suo futuro.&lt;br /&gt;Creare un nuovo partito a partire da quelli esistenti – come adesso ha occasione di fare la sinistra italiana – potrebbe voler dire ridefinire e dare nuovo vigore a una politica progressista per questo secolo. A livello europeo, potrebbe offrire ai partiti europei della sinistra una base a partire dalla quale proporre la modernizzazione delle loro rispettive società. Se il Pse non può più dire «Socialisti e fieri di esserlo!», può essere tuttavia davvero fiero di quello che potrebbe diventare: una forza a favore della democrazia, della solidarietà popolare e dell´internazionalizzazione della libertà.&lt;br /&gt;(Traduzione di Anna Bissanti)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Agi 22.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(AGI) - Roma, 22 ago. - Non e' superato o morto, e' vivo e vitale e soprattutto si puo' essere fieri stare dalla sua parte, vicini a quel 'riformismo rivoluzionario' tanto diverso dal 'riformismo modernista' che ha contraddistinto le socialdemocrazie europee ma anche dal comunismo nelle sue variabili del catto-comunismo. Cosi' il socialista &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Giorgio Ruffolo&lt;/span&gt;, economista e presidente del Cer, il 'diessino' &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Cesare Salvi&lt;/span&gt;, presidente della Commissione Giustizia del Senato e lo storico socialista &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Giuseppe Tamburrano&lt;/span&gt; si pongono difronte al dibattito sulla questione dell'attualita' o meno del socialismo, aperto e trattato da 'Il Riformista' come da 'l'Unita' e 'la Repubblica' con una riflessione di John Lloyd che parte dal motto dei socialisti europei: "socialisti e fieri di esserlo!" per poi aggiungere "se socialista vuol dir qualcosa il Pse non puo' continuare a definirsi tale", viste le esperienze liberiste dell'Inghilterra di Blair, della Spagna di Zapatero, o delle socialdemocrazie svedesi e tedesche, fino alla crisi in cui versa il socialismo francese. "Vero che la connotazione socialista si e' molto offuscata e che non e' riconoscibile oggi un'identita' condivisa rispetto al secolo socialdemocratico, dopo la seconda guerra mondiale, da cui prese vita il Welfare State - spiega Ruffolo - ma e' altrettanto vero che lo spazio per il socialismo c'e', eccome! Si tratta di recuperare quel 'riformismo rivoluzionario' che permette non solo di non rassegnarsi all'esistente, ai rapporti forza in cui vince il piu' forte ma di affermare l'umanesimo democratico, principio fondante della storia del socialismo". Dunque, recuperare il 'riformismo rivoluzionario' teorizzato a suo tempo da Riccardo Lombardi. "Si', fu una grande intuizione tuttora valida per rispondere alla crisi del socialismo europeo che e' molto sulla difensiva e vede il prevalere delle posizioni piu' moderate - nota Salvi - E a Lombardi alle sue idee mi sento molto vicino". (AGI)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Agi 22.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(AGI) - Roma, 22 ago. - Trova consensi, anche se con distinguo e sottolineature critiche, l'idea di recuperare e mettere al centro del dibattito politico il 'riformismo rivoluzionario' a suo tempo teorizzato da Riccardo Lombardi. Se ne fanno portavoci il Ministro della Difesa &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Arturo Parisi&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Antonello Falomi&lt;/span&gt;, vice-presidente del gruppo di Rifondazione Comunista alla Camera. "Lombardi e' stato un anticipatore della stagione che stiamo vivendo che vede finalmente al fianco riformisti di ispirazione e provenienza diversa, certamente segnati, ma non piu' trattenuti dalle diverse storie politiche e appartenenze di partito", e' la tesi del Ministro Parisi che di Lombardi e' stato un estimatore e lo e' ancora, tanto che ritenerne valido il progetto politico in quanto, "caratterizzato da una fortissima tensione riformista e poi perche' portatore di una idea cosi' alta da giustificare una espressione apparentemente contraddittoria ma significativa come riformismo rivoluzionario che e' stata in fondo la cifra stessa di tutta l'esperienza politica di Lombardi socialista". Per Falomi, "il socialismo va reinventato: resta tutto quel che e' stato come valori, penso alla liberta' e all'eguaglianza, ma nulla di cio' che e' stato come strumenti per inverare quei valori, visto che il contesto e' totalmente mutato dominato come e' dalla globalizzazione: si' il riformismo rivoluzionario di Lombardi e' stata certamente un'idea forte ma oggi forse non e' del tutto valida nel contesto nuovo". Oggi il 'teatro' della battaglia e', per Falomi, "il mondo, rispetto al passato quando e' stato il singolo paese: per questo va costruita - conclude - una forza socialista di sinistra pacifista e non-violenta che ha come riferimento quel mondo del lavoro da liberare e sottrarre alla precarieta' cui e' soggetto, capace di misurarsi con i problemi nuovi posti, appunto, dalla globalizzazione". (AGI)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Agi 22.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(AGI) - Roma, 22 ago. - Lo storico &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Tamburrano&lt;/span&gt; premette, "io sono socialista e fiero di esserlo" e poi osserva "si scopre l'acqua calda affermando che in Europa non c'e' il socialismo ma qualcosa che gli somiglia appena vista la dose di liberalismo e liberismo che contraddistingue Blair e Zapatero o i socialdemocratici o al limite anche i francesi: e' perche' il socialismo e' morto o e' un tradimento di valori?". Lo storico, e' per la seconda ipotesi: ossia, tradimento di valori. "Quel che va valutato attentamente e' la prospettiva del Partito Democratico - conclude Tamburrano - che per me e' l'affossamento definitivo di ogni progetto politico in senso socialista". Dello stesso avviso e' Salvi. "Quella che si va delineando con il Partito Democratico e' una soluzione - precisa l'esponente 'diessino' - strutturalmente moderata, fuori dal dibattito in corso in Europa su come risollevare le sorti del socialismo, di cui vanno salvaguardati i principi fondamentali (Stato sociale, avanzamento dei diritti civili) a fronte di una maggiore accentuazione della democrazia politica, della partecipazione, della trasformazione politica". Infine per Ruffolo l'attualita' del socialismo, nella versione del 'riformismo rivoluzionario', poggia su tre grandi priorita': l'ordine mondiale, assicurare cioe' la governabilita' mondiale - afferma Ruffolo - nel segno della pace, del dialogo e del confronto che la superpotenza americana non e' in grado di garantire; l'approdo ad un capitalismo democratico ed il senso da dare al progresso che non puo' non esser fondato sull'umanesimo socialista. Ecco su questi tre punti vedo un'azione forte da parte dell'Europa nel suo insieme per assurgere, superando le sovranita' nazionali, al ruolo di attrazione mondiale". (AGI)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115695054464598713?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115695054464598713'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115695054464598713'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_22_archive.html#115695054464598713' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115753349495326192</id><published>2006-08-21T11:04:00.000+02:00</published><updated>2006-09-06T11:04:55.300+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Giornale 21.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;SCHOPENHAUER Il tramonto della Volontà   &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Adelphi ha intitolato questo ennesimo libretto ricavato dagli scritti postumi di Schopenhauer dall'arte certosina di Franco Volpi, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arte di invecchiare&lt;/span&gt; (pagg. 112, euro 8, traduzione di Giovanni Gurisatti), evidentemente per continuità con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arte di essere felici&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arte di trattare le donne&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arte di farsi rispettare&lt;/span&gt; ecc. Ma avrebbe fatto meglio a intitolarlo Senilia, cioè a dargli lo stesso titolo, qui figurante come sottotitolo, che l'autore diede alla raccolta da cui i frammenti sono tratti.  &lt;br /&gt;Esso ne indica infatti il vero significato. Le «citazioni, riflessioni, ricordi, congetture scientifiche, osservazioni psicologiche, regole di comportamento e massime di vita», di cui il libro è costituito, hanno poco a che fare con l'arte di invecchiare.&lt;br /&gt;Sono le ultime stille di saggezza della meditazione filosofica di Schopenhauer, dice Volpi, ed è vero. Ma sono anche le stille di amarezza, di stizza e bizzarria, che accompagnano l'intera meditazione di Schopenhauer. Per trovare qualcosa su una vera e propria arte di invecchiare, bisogna ricorrere agli &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Aforismi sulla saggezza della vita&lt;/span&gt; che sono contenuti nei &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Parerga e paralipomena&lt;/span&gt;, come fa Volpi, che ne riporta un lungo passo, tratto dall'ultimo capitolo («Sulla differenza tra le età della vita»). Anche da questo lungo brano, tuttavia, si ricava ben poco quanto all'arte di invecchiare. Ci si dice che bisogna solo invecchiare bene perché tutto torni. Però non si indica in che modo. Ad ogni modo, tutto quello che ci può essere di buono nella vecchiaia risulta essere una certa calma, la cessazione dell'agitazione che domina la gioventù. Ma, dopo come prima, sono le tristi verità della vita a dominare: «La vita è privazione, indigenza, bisogno. Dunque preoccupazione e cura, tensione e aspirazione, affanno e dolore». Di arte, in contrario, non se ne può esercitare molta. La vita resta una miseria, e il dolore la sua unica realtà.&lt;br /&gt;Si cita Sofocle, che riteneva la vecchiaia un bene, perché liberava dalla schiavitù del sesso. Ma c'è da domandarsi se proprio la non-liberazione da questa schiavitù, proprio cioè il persistere del desiderio, benché le forze scemino, non sia invece, per i più, la spina nel fianco più pungente della vecchiaia. La calma stessa, d'altra parte, non è che svuotamento, il quale, faute de mieux, consente, volendo e potendo, riflessione e filosofia, al posto della poesia e della famelica e vana, ma corroborante, ricerca della felicità. Senza parlare del disfacimento fisico, che avanza peggiorando fino al «giorno uguale per tutti» (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;unus dies par omni&lt;/span&gt;). Una volta scalata la montagna della vita, si vede sul serio, dall'altra parte, la morte che è ai suoi piedi, e che fino allora si conosceva solo per sentito dire. Tutte le forze si affievoliscono, e questo è perfino bene, sostiene Schopenhauer, perché aiuta l'eutanasia, per cui egli intende la morte non per accidente o malattia, ma per dolce spegnimento, che avviene magari senza che uno se ne accorga.&lt;br /&gt;Dunque l'arte di invecchiare non la si trova, in questo libretto. Ben si trova però Schopenhauer, e non proprio coi rimasugli della sua meditazione, bensì con alcuni picchi della sua dottrina. Per esempio, chi dà la vita per la patria o per la specie, dice, considera la morte il battito di ciglia che non interrompe il vedere e continua a vivere negli altri; «Il motivo per cui si invecchia e si muore non è fisico, ma metafisico»; il sentirsi sempre bambini anche da vecchi è segno che il nostro nucleo, la nostra essenza non muta, perché non sta nel tempo e proprio perciò è indistruttibile. Ci sono osservazioni penetranti, battute fulminanti: «Non appena uno parla di Dio,  non so di che cosa stia parlando»; «La condizione per essere saggio è vivere in un mondo di pazzi»; «Sposarsi significa fare il possibile per venirsi reciprocamente a nausea»; «Certo, sarebbe molto carino se con la morte l'intelletto non si spegnesse: così porteremmo intatto nell'altro mondo il greco che abbiamo imparato in questo».&lt;br /&gt;In tono con la sua concezione delle religioni come mitologie costruite su verità fondamentali oscuramente avvertite, è l'osservazione sul cristianesimo del frammento 116:  «Con il suo Cristo che funge da capro espiatorio, la predestinazione, la giustificazione per fede, eccetera, la tanto intricata, arruffata, anzi bitorzoluta mitologia del cristianesimo è figlia di due genitori assai eterogenei, nata com'è dal conflitto tra la verità sentita e il monoteismo giudaico esistente, che le si contrappone in modo essenziale».&lt;br /&gt;Come si vede, nelle non molte pagine di questo libretto incontriamo insieme il filosofo e il moralista, il pensatore uno e bino, il Giano bifronte,  che è un caso unico nella storia del pensiero. In essa ci sono i filosofi e i moralisti, tra loro separati. Invece Schopenhauer è talmente sia l'uno sia l'altro che Nietzsche, per esempio, è arrivato a negare che egli fosse filosofo per proclamarlo genio moralista. Ma è possibile negare il valore filosofico del grandioso edificio concettuale di Schopenhauer, col suo senso dell'essere e del mistero? Negare la rivoluzione provocata in filosofia dall'irrompere sulla scena della Volontà di vivere cieca onnipotente e irrefrenabile, e dal suo prevaricare sulla ragione?&lt;br /&gt;Mentre comunque gli altri filosofi largheggiano con principi e teorie, ma sono avari di applicazioni ed esempi (il passaggio dall'universale al concreto è il ponte dell'asino dei filosofi), Schopenhauer svolge due operazioni quasi autonomamente l'una dall'altra. Quasi, perché il loro particolare valore viene proprio dalla loro unione di fondo. Le vaste analisi psicologiche che impinguano i suoi volumi, cioè la fenomenologia delle applicazioni alla vita delle teorie enunciate, che dunque non rimangono osservazioni isolate, periferiche e quasi casuali, come nella psicologia, ma risalgono alla «Volontà» come fonte unitaria; il continuo andirivieni dalle teorie alla vita e dalla vita alle teorie, oltre a fornire la prova della validità ed efficacia delle teorie stesse, costituisce un grandioso affresco di vita e uno studio delle passioni di unica acutezza, profondità e coerenza, e ciò spiega appunto la distinzione fatta da Nietzsche e la sua ammirazione del moralista.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115753349495326192?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115753349495326192'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115753349495326192'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_21_archive.html#115753349495326192' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660797359609549</id><published>2006-08-20T17:58:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T10:32:05.226+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;il manifesto 20.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Günter Grass&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;I gerarchi nazisti al fronte occidentale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Archivi americani Eichmann, Globke, Gehlen furono salvati dagli americani in nome della guerra fredda e della ricostruzione di una Germania occidentale fedelmente alleata agli Stati uniti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Fabrizio Tonello&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel mondo compiutamente orwelliano del Corriere della sera del 12 agosto solo pochi centimetri di piombo, in prima pagina, separavano l'editoralista alla moda che predicava il ritorno alla tortura dallo sprezzante critico di Günter Grass che irrideva alla pretesa di quest'ultimo di esercitare un qualunque magistero morale. In altre parole, chi a 17 anni ha fatto parte di un'unità militare SS senza mai aver compiuto alcun crimine, e nemmeno essere stato impegnato in combattimento, dovrebbe astenersi dal dare lezioni di etica pubblica ai governi, lezioni che ci dovrebbero essere impartite, invece, dai sostenitori della tortura i quali, né a 17 anni né in età più matura, hanno mai letto (o compreso) Cesare Beccaria.&lt;br /&gt;C'è qualcosa di leggermente disgustoso, maleodorante, nell'orgia di ipocrisia seguita alle dichiarazioni di Günter Grass del 12 agosto. Ignoranti della storia, giornalisti senza pudore, scribacchini invidiosi e storici improvvisati si sono lanciati sulla ghiotta preda senza darsi la pena di verificare le informazioni, reperibili in qualsiasi buon manuale di storia della seconda guerra mondiale.&lt;br /&gt;Cominciamo dal capire cos'era la divisione SS a cui è appartenuto lo scrittore tra il 10 novembre 1944 e l'8 maggio 1945, quando fu catturato dagli americani in Cecoslovacchia. La 10° Panzer-Division delle SS «Frundsberg» era una unità di costituzione recente, che dopo aver subito durissime perdite in Russia, venne trasferita in Normandia, in seguito allo sbarco delle truppe alleate il 6 giugno 1944. Dopo aspri combattimenti nella sacca di Falaise e altre operazioni difensive venne trasferita in Olanda, dove subì altre gravi perdite e solo il 18 novembre '44 arrivò ad Aquisgrana per un periodo di riposo e ricostituzione dei ranghi. La cartolina precetto arrivò a Grass in questa fase, quando gran parte della forza della divisione era costituita da giovanissimi soldati che avevano bisogno di addestramento. Infatti, lo scrittore afferma che non fu mai impegnato in combattimento. Nel gennaio '45 la «Frundsberg» fu trasferita nell'alto corso del Reno, destinata a forza di riserva, e il 10 febbraio fece ritorno sul Fronte Orientale, dove, dopo un durissimo mese di combattimenti venne costretta a ritirarsi al di là dell'Oder, presso Stettino. A metà aprile era nell'area di Dresda, dove il comandante Harmel, per il suo rifiuto di eseguire gli ordini di Hitler, venne destituito. I resti della «Frundsberg» si consegnarono agli americani, l'8 maggio '45.&lt;br /&gt;Grass, dunque, non fu veramente volontario nelle SS (a 15 anni aveva chiesto di prestare servizio nella più romantica ed esotica delle unità militari, i sottomarini) e quando gli arrivò la convocazione non dovette sottoporsi ad alcun esame di fedeltà al nazismo: le Waffen SS, a partire dal '44, reclutavano tutto ciò che potevano, compresi i giovanissimi, per ricostituire i loro ranghi decimati. Lo stesso Joachim Fest, uno dei più aspri critici di Grass in Germania, sottolinea di essersi arruolato nell'esercito per «sfuggire alla coscrizione obbligatoria nelle SS». Grass non prestò servizio come guardia in un lager, non fece carriera nell'esercito, men che meno nel partito nazista. Il suo unico peccato fu quello di subire il fascino delle uniformi, come milioni dei suoi coetanei.&lt;br /&gt;Esaminiamo, invece, il caso di tre tedeschi la cui sorte fu ben diversa dalla sua: altissimi funzionari del partito nazista, direttamente coinvolti nello sterminio, furono salvati dagli americani in nome della guerra fredda e della ricostruzione di una Germania occidentale fedele alleata agli Usa. Il primo è quello di Adolf Eichmann, uno degli architetti della «soluzione finale del problema ebraico», i cui documenti sono depositati nei National Archives Usa (numero di identificazione XE004471). I documenti dimostrano che la Cia aveva individuato Eichmann in Argentina almeno dal '58 ma si guardò dal fornire le informazioni sul criminale di guerra a Israele, che lo avrebbe rintracciato, portato a Gerusalemme, processato e condannato a morte nel 1962.&lt;br /&gt;Perché la Cia protesse Eichmann? Sembra che lo abbia fatto per proteggere Hans Globke, il consigliere per la sicurezza nazionale del cancelliere tedesco Adenauer. E chi era Globke? Un nazista che aveva lavorato nel dipartimento Affari Ebraici e che era stato forse coinvolto nella stessa elaborazione delle leggi razziali. Lungi dall'assere processato, o escluso da incarichi pubblici, Globke era stato integrato in una posizione di altissima responsablità nel governo della Repubblica Federale. Günter Grass, del resto, ricorda nella sua intervista che il giudice che condannò alla fucilazione sommaria suo zio Franz, arrestato a Danzica, continuò la sua carriera nella magistratura tedesca dopo la guerra. E infine c'è il caso del general Reinhard Gehlen, il capo dei servizi segreti nazisti, che alla fine della guerra venne semplicemente assunto dagli americani per continuare ciò che sapeva fare meglio: lo spionaggio all'Est. Per decenni Gehlen lavorò indisturbato per i nuovi padroni e per la Germania Federale malgrado le sue responsabilità durante la II guerra mondiale. Le informazioni su di lui sono state tenute segrete per 50 anni e solo dal maggio 2004 sono diventate consultabili nei National Archives (Record Group 319, Entry 134A, Boxes 144A-147). Si trattava di tre onesti patrioti, tre persone costrette a collaborare per sfamare la famiglia? Questo è lo specioso argomento invocato da Fest nell'intervista a Repubblica. Al contrario, Eichmann, Globke e Gehlen avrebbero meritato di essere processati a Norimberga assieme a quelle altre centinaia di gerarchi nazisti di livello inferiore che sfuggirono alla cattura grazie al Vaticano e agli Stati Uniti, spesso partendo dal porto di Genova. Gli ammiratori dell'amministrazione Bush, gli scribi e i farisei che si stracciano le vesti al sentire la parola «SS» hanno mai sentito il detto biblico sulla pagliuzza nell'occhio dell'altro, da confrontare con la trave nel proprio?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Giornale 20.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Dostoevskij fra delitto, castigo e filosofia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Giuseppe Cantarano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È possibile parlare di una «filosofia» di Dostoevskij? Se ci atteniamo scrupolosamente alla semantica del termine, evidentemente no. Dostoevskij è uno scrittore. Egli ha raccontato storie. Eppure, tanti personaggi che ha immortalato nei suoi racconti, a loro modo sono «filosofi». Ivan Karamazov, ad esempio. Oppure padre Zosima. E lo stesso Versilov de L'adolescente. Per non parlare dell'uomo del sottosuolo. Tutte figure attraverso le quali Dostoevskij ha lanciato alla filosofia una vera e propria sfida.&lt;br /&gt;Alla quale la filosofia non può sottrarsi. Pensiamo alla questione della libertà e della responsabilità, evocata dal Grande Inquisitore. Oppure al nichilismo, prospettato dalla «morte di Dio».&lt;br /&gt;Chi non si è sottratto a questa sfida è il filosofo Sergio Givone. Che all'opera di Dostoevskij ha dedicato un bel libro: Dostoevskij e la filosofia (Laterza, pagg. 165, euro 18). Bello e importante. Perché in questo libro Givone demolisce alcune convinzioni filosofiche che credevamo tranquillamente acquisite.&lt;br /&gt;Parlavamo del nichilismo, ad esempio. Una parola chiave della filosofia contemporanea, che quasi di riflesso associamo al nome di Nietzsche. Invece - ci dice Givone - Dostoevskij fa una diagnosi molto più radicale del fenomeno. A differenza di Nietzsche. Il quale aveva messo l'accento sul carattere positivo e sostanzialmente liberatorio del nichilismo. Dostoevskij è invece penetrato nel suo cuore di tenebra. Svelandone tutte le terribili e inquietanti ambivalenze. Nonostante ciò, nelle mode correnti,  è diventato Nietzsche il filosofo del nichilismo. Mentre Dostoevskij - di cui lo stesso Nietzsche subì un grandissimo fascino - è stato quasi del tutto rimosso. Quando Nietzsche ebbe modo di leggere, in una versione francese, Delitto e castigo e I demoni disse: «Ho incontrato il mio fratello di sangue».&lt;br /&gt;Ben prima di Nietzsche, Dostoevskij ci ha parlato di un nichilismo che si lascia alle spalle il suo cupo impulso distruttivo. Mettendo al centro della sua opera la sofferenza inutile, la morte, il dolore innocente, il grande scrittore russo ci ha parlato del nostro costitutivo limite di esseri umani. Inaugurando così una nuova epoca maggiormente sensibile ai valori della solidarietà e della condivisione di un destino comune. Ma siamo sicuri di tutto ciò, si chiede Givone? Non si tratta invece di un clamoroso abbaglio? Quando Dostoevskij si mette - e ci mette - alla «scuola del sospetto», egli riesce a calarsi negli abissi dello spirito ai quali non è saputo sprofondare neanche Nietzsche.&lt;br /&gt;Certo, Dostoevskij non è un filosofo ma uno scrittore. E Givone ce lo ripete più volte, nelle pagine del suo libro. È pur vero, però, che la scrittura di Dostoevskij ha incrociato la filosofia. Senza tuttavia risolversi in essa. Se la filosofia non può essere interpretazione della realtà - compito della scienza - bensì interrogazione del senso della realtà, ebbene, luogo privilegiato in cui questo senso si mostra è la letteratura. Ma è anche la poesia, l'arte, il mito, la religione. Ecco perché la filosofia - che non è letteratura - intrattiene con la letteratura un rapporto strettissimo, osserva Givone.&lt;br /&gt;Il quale, dopo aver trascorso una parte della sua vita a leggere filosoficamente i romanzi, ha deciso ad un certo punto di scriverne a sua volta: Favola delle cose ultime e Nel nome di un dio barbaro. Due bellissimi romanzi «filosofici» da cui traspare un inconfondibile timbro dostoevskiano, pubblicati da Einaudi rispettivamente nel 1998 e nel 2002. E con questi due romanzi Givone ha contribuito a regalare alla filosofia quei materiali di cui, come filosofo, andava in cerca nei labirinti incantati della letteratura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660797359609549?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660797359609549'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660797359609549'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_20_archive.html#115660797359609549' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660787718300479</id><published>2006-08-19T17:57:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T10:30:24.173+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa Tuttolibri 19.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Con Edoardo Sanguineti alla riscoperta di un classico del ‘900 Il poeta crepuscolare moriva nell’agosto di novant’anni fa, una breve esistenza sospesa tra sogno e ironia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Bruno Quaranta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOVANT’ANNI fa, il 9 agosto, nella torinese via Cibrario, si spegneva la candela gozzaniana. A Torino («...mi sei cara come la fantesca / che m’ha veduto nascere») Gozzano era nato nel 1883. Riposa ad Agliè, dal 1951 nella Chiesa di San Gaudenzio. «Cronista» della traslazione fu Franco Antonicelli: «...il canto di elegia con il quale Gozzano chiuse le porte dell’Ottocento ci arriva ancora con la dolcezza con la quale si cullano i sogni». Sogno e ironia, gli emblemi di una vita breve, trentatré anni appena. La cuna di una testimonianza letteraria assurta via via a classico. Edoardo Sanguineti ha offerto in tal senso un contributo essenziale. Restituendo alla voce crepuscolare - lungamente stipata negli orizzonti angusti - l’autentico tono.&lt;br /&gt;Gozzano scompare il giorno della presa di Gorizia. Lui che, in «Pioggia d’agosto», lamenta: «La Patria? Dio? L’Umanità? Parole / che i retori t’han fatto nauseose!...». Una coincidenza bizzarra... «Eppure l’ultimo Gozzano subisce una sorta di conversione sventurata, lui così consapevole dell’inautenticità dannunziana. Di fronte alla guerra di Libia e, in seguito, alla Grande Guerra, si delinea la resa. Già nel ‘13, su La Stampa, confessava: “Io ho trovato la Patria, una cosa come un’altra, alla quale voler bene”. No, non solo gli spiriti programmaticamente guerrieri come i futuristi indossano l’elmetto e scendono in trincea. L’unico a resistere sarà Palazzeschi. Si opporrà al nazionalismo interventista di Papini e Soffici su Lacerba, 1914: “Io oggi sono pacifista”».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Gozzano, dirà Montale, pregò Dio perché lo liberasse dalla «lue dannunziana». Salvando se stesso, salverà chi lo seguirà, Montale in primis... E’ questo il suo principale merito?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Così Montale legge Gozzano. Dopo “quella cosa vivente” che ha sbrecciato con l’ironia la mitologia dannunziana è finalmente possibile abbassare i toni, voltare le spalle alla retorica. Ecco Eusebio canzonare, negli Ossi, nei “Limoni”, la poesia che li inaugura, i poeti laureati, cinti d’alloro, “l’alloro premio di colui / che tra clangor di buccine s’esalta” nella “Signorina Felicita”, memore di Alcyone ».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;L’altro autore di Montale è, allora, Svevo...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«E non a caso. Gozzano e Svevo, lì a rappresentare la mitologia dell’inetto, dell’inettitudine. Fra “l’’imbecillità’ dei personaggi di Svevo” e lo sguardo impietoso verso se stesso che è Totò Merúmeni: “Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti, / non è cattivo. E’ il buono che derideva il Nietzsche: ... in verità derido l’inetto che si dice / buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti...”». La poesia, l’officina poetica, come sconfitta sul piano della vitalità e come privilegio, e orgoglio».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Montale che spugneggia Gozzano: la «muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» di «Meriggiare» evocante «i cocci innumeri di vetro sulla cima vetusta» della «Signorina Felicita»... C’è una linea gozzaniana nella poesia nostrana, fino ad oggi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Non mancano, oggi, tracce crepuscolari. Quel prosaismo corredato di ambizioni liriche e emotive... Lo si può riconoscere in un certo Erba, in un certo Giudici, in un certo Raboni».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C’è un nesso fra le formiche rosse e nere di Gozzano e i chierici rossi e neri di Montale? Un rifiuto di questi e di quelli, dalla parte di coloro che prezzolinianamente «non la bevono»?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Siamo cauti. Vi sono connessioni verbali tanto seduttive quanto esposte al cortocircuito. Ma scorgere in Gozzano e in Montale la divisa dell’impartecipazione, la vocazione a far parte per se stessi, non è scorretto».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Una nota della poesia di Gozzano è la «perplessità». «Ma ti levasti quasi ribelle / alla perplessità crepuscolare»...Nella «perplessità» sta la sua modernità?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Il crepuscolo è sia l’ora in cui scemano le luci, sia il momento in cui le luci sorgono, l’aurora, l’alba. Poeticamente, Gozzano è l’interprete di una forma tradizionale (è, cioè, ligio ai modi antiqui), ma non chiusa, anzi, permeata di una critica sottilmente, inesorabilmente eversiva».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Un’altra caratteristica: l’ansia di tutto preservare, il «ciarpame reietto, così caro alla mia Musa!». Che cosa sospinge Gozzano a farsi «rigattiere»?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Gozzano fabbrica l’obsoleto, traveste di tempo - ha un sentimento forte del tempo, espressione peraltro non gozzaniana - le cose e le anime (Carlotta, il nome che «come l’essenze» risuscita le diligenze, lo scialle, la crinolina). Il tempo a cui tende è morto, è tappezzato di illusioni morte. “Ma lasciatemi sognare!” è il verso che suggella La via del rifugio. Il sogno che vince la volgare e scipita realtà. La vera vita è altrove, direbbe Rimbaud. Il viaggio in India, verso le città morte, non è un a sé».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il classico Gozzano a colloquio con i classici. Dante, Petrarca, Leopardi, Tasso sono i suoi maggiori... Chi più maggiore di altri?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Statisticamente, Dante e Petrarca. Ancorché non li conosca benissimo. Li approfondirà e li assoggetterà a non ortodosse operazioni di straniamento. Scrollatesi di dosso le liturgie dannunziane, si volgerà “liberamente” ai Padri. Prende Dante in contropiede, non lo cita per alzare lo stile, tende invece al ribasso. E così Petrarca, convocato in Totò Merúmeni: “... non ricco, giunta l’ora di ‘vender parolette’ / (il suo Petrarca!...) e farsi baratto o gazzettiere...”».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lei, in Luigi Vigliani, professore al liceo D’Azeglio, è solito ricordare «il primo maestro nello studio della poesia di Gozzano». Che cosa l’ha condotta da Nonna Speranza?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«E’ una storia inedita. Anni Cinquanta. L’associazione ex allievi del D’Azeglio mi chiede di tenere una conferenza. Propongo, come tema, Montale. I più anziani, in testa Vigliani, figura estremamente intelligente, ironica, un conservatore illuminato, mi sospingono a variare. Montale, che è Montale, è vivo, gli difetterebbe dunque un’aura sacrale... Vigliani mi suggerisce Gozzano. E io lo accontento non rinunciando all’originale intenzione. “Da Gozzano a Montale” andrò. Giovanni Getto, di cui ero diventato allievo, accoglierà il testo in Letture italiane».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Gozzano e Torino: un rapporto - lei ha osservato - tra «consenso patetico e critico distacco». O forse qualcosa di più acre? Gozzano non è forse un «ordigno» borghese che mette a nudo l’anima borghese, beota, pettegola, bigotta?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Gozzano non è il celebratore di Torino. Non incensa né la città che sale di boccioniana memoria né la città del silenzio, una specie di reliquiario. Le riserva ora un’affettuosa ironia ora un robusto risentimento. Rivelandosi, infine per ragioni pubbliche, più distensivo, più affabile, nella prosa». Gozzano oppone alla città, che lo «nausea grandemente», come scrive a Ettore Colla, la «serenità canavesana»: Agliè, il Meleto, Villa Amarena... Che cosa c’è di nobilmente «provinciale» in lui? «Gozzano era naturalmente intonato al costume provinciale, sorretto anche da una vivida curiosità sociologica, si pensi ai tipi sbalzati nella “Signorina Felicita”: il farmacista, il regio notaio, il dottore, il sindaco... Dalla città non esita a distanziarsi. La proda canavesana è una stazione dell’esotismo che lo contraddistingue». Torino è la città che, attraverso Debenedetti, svelerà Proust all’Italia colta. Sotto la Mole, Gozzano non svetta forse come un proustiano ante litteram? «Il lato proustiano di Gozzano è l’esperienza infantile, dominante. Già accostando la Vita alfieriana, i primi passi, vien da domandarsi: siamo di fronte a Proust o a Freud?».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Egualmente proustiana l’esperienza della malattia. Gozzano è tisico come Gian Pietro Lucini, l’autore di «Revolverate e nuove revolverate», un’ulteriore sua passione. Che cosa li accomuna?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Lucini non amava Gozzano. Lo leggeva alla maniera dei più, come il cantore delle buone cose di pessimo gusto. E poi: a differenza dell’ironico Gozzano, aveva un passo satirico».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lo scritto di Debenedetti su Proust appare sul «Baretti». La Torino civile, da Gobetti a Bobbio, relegherà Gozzano in una dimensione gianduiesca («A l’è questiôn d’nen piessla..» come manifesto del disimpegno, dell’indifferenza).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Gozzano, è innegabile, non “sente” la rivoluzione industriale, manco lo sfiorano le questioni ad essa legate. Si muove fuori del mondo. Chi è artefice o epigono della città laboratorio ovviamente lo avverte. Diverso, insulso, sarebbe ridurre Gozzano a una macchietta».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Chi lo capta è Leone Ginzburg. In una lettera a Carlo Muscetta esclamerà: «Ritengo “Lavorare stanca” il più bel libro di versi uscito in Italia a rivelare un poeta nuovo dopo “La via del rifugio”»...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Ginzburg, nella Torino “civile”, risalta quale letterato totale. Credo che l’accostamento fra Lavorare stanca e La via del rifugio lo faccia in special modo per mettere in rilievo le poesie di Pavese, secondo me la sua opera più riuscita. Quindi per sottolineare la peculiarità e la robustezza della linea piemontese».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A proposito di Proust: dirà che «i versi sono la carne delle idee». Quali le «idee» del canzoniere gozzaniano?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Il canzoniere. Gozzano ambiva scriverlo. E un libro compatto, unius libri, lo ha scritto. Voleva essere il riassunto di una vita. La vedeva piuttosto nel suo divenire, sfuggendogli la formula finale. L’”idea”? Approdare alla natura per paura della storia. Lui che sta supino nel trifoglio...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa Tuttolibri 19.8.06&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Richard Sennett: il bisogno di autorità è primario, dal potere ci si emancipa con un discorso sempre aperto sulla sua legittimità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Ermanno Bencivenga&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AUTORITÀ» di Richard Sennett ha il respiro e le suggestioni di un’altra èra: di quando la critica sociale faceva parte della sociologia e gli psicologi parlavano di esigenze e tattiche liberatorie. L’èra di Erving Goffman e R. D. Laing, e di quanti riuscivano a discutere con serenità dei gravi errori del comunismo invece di usarlo brutalmente come una parolaccia. Pubblicato nel 1980, doveva essere il primo di quattro saggi sui legami emotivi presenti nella società moderna; gli altri testi avrebbero dovuto occuparsi della solitudine, della fratellanza e del rituale. Il progetto non fu completato, per motivi che non conosco. Ma non posso non riflettere sul significato simbolico di quell’anno, in cui su tante speranze forse folli ma umane e appassionate sembrò calare per sempre la notte. Nel 1980 morirono Sartre, Hitchcock e John Lennon, e il fallimento spettacolare de I cancelli del cielo chiuse l’ultima grande stagione del cinema hollywoodiano; in novembre fu eletto Reagan. Il futuro possibile suggerito dall’utopia moderata di Sennett diventò a un tratto un patetico passato. L’idea centrale del libro è ambiziosa e controversa. Si tratta di studiare prima il ruolo ambiguo e ambivalente dell’autorità nella psiche individuale e poi di illuminare con i risultati così conseguiti un percorso politico. «Il bisogno di autorità è primario» afferma Sennett, e limitarsi alla ribellione, al rifiuto o a una «fantasia di scomparsa» ha l’effetto di vincolare ancora più strettamente chi ne è soggetto. «Il solo atto di disobbedire unisce le persone». Una perversa mescolanza di astio e complicità fra dominante e dominato copre l’intero spettro delle manifestazioni del potere nel mondo contemporaneo: da un paternalismo in cui il leader dichiara di prendersi cura dei suoi sudditi o dipendenti, negandone la dignità di esseri umani adulti e causando spesso in loro un’«ingiustificata» aggressività, all’indifferenza burocratica di chi scarica ogni responsabilità su regole e strutture impersonali e si fa velo dell’astratto riferimento a tali regole e strutture mentre manipola con sublime efficacia la vita di chiunque cada sotto il suo controllo. Come uscire da questo circolo vizioso e incestuoso? «La crisi che spinge a rinunciare all’onnipotenza dell’autorità ha una struttura definita. Innanzitutto c’è il distacco dall’influenza dell’autorità. Quindi segue una domanda riflessiva: che cos’ero sotto l’influenza dell’autorità?». Infine, «quando abbiamo imparato a sottrarci alla sfera dell’autorità possiamo rientrarci, con il senso dei suoi limiti e la consapevolezza del modo in cui i comandi e l’obbedienza potrebbero essere trasformati conformemente ai nostri bisogni reali di protezione e di rassicurazione». Senza l’iniziale «sganciamento» non si uscirà dall’ambito del pio desiderio e senza l’esplorazione cosciente del nostro e dell’altrui ruolo non si farà che dare strattoni a una corda i cui nodi stringono sempre più forte; compiute queste due fasi, si comprenderà che dal potere non ci si libera con un singolo atto radicale ma con un’interminabile contestazione, un discorso sempre aperto sulla sua legittimità, sul suo significato e sui suoi confini. I principali strumenti di cui Sennett si serve per arrivare a tali conclusioni sono la coscienza infelice di Hegel e la lettera al padre di Kafka; né l’una né l’altra, però, danno indicazioni su come andare al di là di «uno scenario intimo». Per estendere a una dimensione pubblica le strategie con cui si esorcizzano i fantasmi personali e familiari, Sennett deve esporsi in proprio; e lo fa, con modesto coraggio, nel penultimo capitolo, dove propone cinque modi non tanto di spezzare la «catena del comando» quanto piuttosto di sottoporla a una costante analisi critica. Il primo e più radicale consiste nell’esigere l’uso della forma attiva, nel richiedere che si dica «Il tale ha deciso» invece di «È stato deciso»; seguono l’uso di categorie non rigide, la disponibilità a delegare il potere finalizzandolo al conseguimento di obiettivi specifici, lo scambio di ruolo e il negoziato diretto sulla cura di cui gli individui hanno bisogno. Per queste (e, certo, altre) vie l’autorità può essere resa visibile e leggibile, e non provocare più quella paura che associamo al mistero e all’ignoto. È infantile pensare che il processo sia realizzabile una volta per tutte, con risultati definitivi. «Il dominio è una malattia necessaria di cui soffre l’organismo sociale. Non c’è modo di guarire la malattia; possiamo soltanto combatterla. L’anarchismo moderno dovrebbe essere concepito come un disordine intenzionale introdotto dentro l’edificio del potere; è questo il difficile, scomodo e spesso amaro compito della democrazia». Un compito del quale, nell’ultimo quarto di secolo, sembriamo esserci dimenticati. Richard Sennett&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Autorità, prefaz. di Ota de Leonardis trad. di S. d’Alessandro Bruno Mondadori pp. XXII-181, e18&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660787718300479?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660787718300479'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660787718300479'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_19_archive.html#115660787718300479' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660780399678891</id><published>2006-08-18T17:56:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T10:25:23.890+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Anche in Italia le donne vengono picchiate e uccise. E la Cassazione arriva a giustificare gli stupri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Hina e Jennifer, vittime della cultura patriarcale (e non della religione)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Laura Eduati&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’Italia che riserva in Parlamento appena il 12% dei seggi alla rappresentanza femminile, le donne sono un oggetto di proprietà dei maschi. Che le maltrattano, le violentano, le uccidono. Abbiamo spesso pubblicato le cifre: ogni anno 200 donne muoiono ammazzate dai mariti, dai fidanzati, dagli amanti che non sopportano la loro ribellione, il loro volere amare un altro o un’altra vita. Gli assassini sono tutti, o quasi, italiani. Come sono italiani nel 90% dei casi gli autori dei circa 30mila stupri e tentati stupri compiuti ogni anno nel nostro Paese.&lt;br /&gt;Parlando di Hina, sgozzata e sepolta in una buca nel giardino di casa, ci siamo dimenticati di un’altra fossa: quella in cui morì asfissiata Jennifer Zacconi, ventenne di Martellago (Venezia) massacrata a calci e pugni dal padre del bimbo che portava in grembo e che avrebbe partorito appena quindici giorni dopo. Lucio Niero, titolare di un night club, quel figlio non lo voleva. E così ha pensato di risolvere il disonore (era sposato e non sopportava l’idea che la moglie venisse a sapere del tradimento) eliminando la giovane ragazza. In nome di quale dio e di quale religione è stata uccisa Jennifer?&lt;br /&gt;Mohammed Sallem, il padre di Hina, invece non sopportava più le critiche di una parte della comunità pakistana che lo additavano come un pater familias incapace di farsi obbedire dalla figlia. L’indomani della morte di Jennifer un editoriale del Gazzettino la bollava come una “ragazza facile”: una ragazza bella e libera che passava le serate in discoteca e che si era concessa ad un uomo di diciotto anni più grande di lei, e per giunta sposato. Troppo, per la cultura provincial-cattolica del Nordest.&lt;br /&gt;Mohammed Sallem ha detto di aver ucciso Hina perché non voleva che diventasse una ragazza occidentale, cioè una di facili costumi. Come Jennifer, Hina amava uscire la sera, andare a ballare, lavorava in un night club come cameriera, fumava canne e beveva birra. In pochi mesi aveva percorso quel tragitto di emancipazione che le donne italiane hanno compiuto in trent’anni, ma che in molte parti d’Italia rimane ancora un obiettivo irraggiungibile. La cronaca nera pulsa di casi efferati: il 5 luglio scorso Francesca B., 36 anni di Macerata, venne ritrovata moribonda in un cassonetto dell’immondizia. La sera prima il marito, direttore artistico del teatro della città, italiano e certamente uomo di fine cultura, l’aveva riempita di botte e poi l’aveva chiusa in un sacco nero. Poi, come si fa con la spazzatura, l’aveva gettata via. I due vivevano separati e a quanto pare lei non voleva saperne di tornare insieme. Ancora: due giorni fa, a Siracusa, un uomo ha ammazzato moglie e suocera e poi si è impiccato. I vicini dicono che la coppia litigava spesso.&lt;br /&gt;Dopo lo sgozzamento di Hina, Giuliano Amato ci ripensa sulla cittadinanza in cinque anni, e studia di prorogarla a sette. «La donna si rispetta secondo regole che io considero universali», ha commentato. Regole che però in Italia sembrano appannarsi. Nel 2005 alla Conferenza Mondiale di New York il governo Berlusconi ricevette una dura reprimenda: inaccettabili e retrivi, si disse, gli stereotipi con cui viene raffigurata la donna italiana. Provocante bomba del sesso nella pubblicità, nei media e persino nei settimanali femminili. Insomma, se non è santa è una puttana. Come nella sentenza della Cassazione che la scorsa primavera diede le attenuanti ad uno stupratore perché la vittima, minorenne, non era più vergine e dunque lo shock da violenza sessuale le era sicuramente parso meno forte. In Pakistan vige ancora la terribile tradizione dello stupro di gruppo per punire le donne macchiate di disonore. In Italia lo stupro ha spesso delle attenuanti: avevi i jeans troppo stretti (e dunque te li eri tolti tu), eri già avvezza al sesso, era solo sesso orale, in fondo ti violentava tuo marito. Sempre la Cassazione, nel 2003, stabilì che non è reato giustificare lo stupro. Si riferiva alla vicenda di una donna che da anni subiva le attenzioni sessuali del suocero. Quando se ne lamentò col marito, questi le rispose: «Che vuoi che ti dica? E’ mio padre, può permettersi di fare ciò che vuole».&lt;br /&gt;I media italiani stanno facendo della storia di Hina la storia di una comunità, quella pakistana, che non riesce a integrarsi nella società italiana. E per estensione resuscita il fantasma dell’Islam irriducibile. Lo ha ribadito persino Francesco Merlo su La Repubblica di tre giorni fa: l’omicidio di Hina è «un atto di guerra contro l’Occidente», come se solo nelle comunità musulmane la donna subisse la prevaricazione maschile. Bossi dice: «Se gli dai la cittadinanza può darsi che votino per qualche partito, ma gli uomini hanno radici profonde, e gli uomini ritornano sempre alle loro radici, alla loro storia». La premio Nobel iraniana Shirin Ebadi ricorda spesso come queste radici non siano affatto religiose ma patriarcali, e che la sharia (la legge islamica) spesso non c’entri nulla. Lo dimostrano le mutilazioni genitali, l’evirazione del piacere sessuale femminile praticata indifferentemente da cristiani, musulmani, animisti.&lt;br /&gt;Per Daniela Santanché (An) è invece tutta colpa del Corano: in commento pubblicato ieri sul Tempo parla dei «luoghi» (le comunità musulmane in Italia) «dove leggi italiane - che garantiscono a tutti il diritto alla vita, alla salute, alla dignità, alla libertà di parola e di comportamento - non valgono più». In parte è vero. Ma perché non estendere la difesa delle donne musulmane alle donne italiane? A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta a carico di alcune famiglie straniere dove, si sospetta, i padri maltrattano le figlie desiderose di uno stile di vita più occidentale. Non è difficile ipotizzare che in altre case, italiane, avvengano i medesimi conflitti. In fondo, come ricordava ieri Il Riformista, il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981. E fino al 1996 la violenza sessuale veniva considerata reato contro la morale e non, com’è oggi, contro la persona. 1996. Dieci anni fa, non secoli fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L’assassinio di Hina, la religione, i dogmi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;I vantaggi del relativismo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Marco Aime&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora inizierà il facile tormentone sulle culture. Accade sempre così, quando succedono fatti come quelli che hanno visto Hina, una povera ragazza pakistana di ventun’anni, uccisa barbaramente dalla propria famiglia, forse dal padre stesso. Si darà la colpa all’Islam e via di seguito. Come se davanti a episodi così atroci non ci fossero responsabilità individuali, colpe di singoli individui che ragionano, male, malissimo, e che si autoassolvono imputando a una religione l’inevitabilità dell’accaduto.&lt;br /&gt;Finisce poi che ci si divide tra chi, facendo d’ogni erba un fascio, acuisce la propria insofferenza verso gli stranieri in genere, accomunandoli in un unico calderone di cultura "altra" e tra chi reputa che i dettami dei testi religiosi costituiscono una legge irrinunciabile e immutabile. Il rischio è sempre che ci si trovi di fronte a due fondamentalismi culturali, che attribuiscono, con fini e motivazioni assolutamente diversi, alle culture un potere coercitivo sugli individui e finiscono per diventare marionette manovrate da una tradizione creata da chissà chi, chissà quando, spesso da un profeta.&lt;br /&gt;Gli esseri umani però non sono monoliti inscalfibili, crescono, è vero, in un quadro culturale di riferimento, ma non in uno solo. Non c’è solo la religione, come non c’è solo la famiglia, la scuola, ma anche gli amici, le influenze esterne che mutano, i media. E poi gli individui si muovono, incontrano realtà nuove, creano nuovi panorami culturali, nei quali si mescolano orizzonti vecchi e nuovi, spesso senza molta coerenza, come accade in ogni sistema culturale.&lt;br /&gt;Hina era giovane e come i giovani era stata più rapida ad assorbire gli stimoli della nuova realtà in cui si era trovata a vivere. Non quella del Pakistan musulmano, ma quella di un paese occidentale, laico, seppur impregnato di cattolicesimo. Un paese dove i rapporti, soprattutto quelli tra donna e uomo sono diversi e dove l’amore si può coltivare anche al di fuori delle scelte dei genitori. Come tutti i giovani, giustamente, Hina si scontrava con i genitori. Il conflitto generazionale è il motore dell’evoluzione e dei cambiamenti, ma la sua famiglia, o meglio, i maschi della sua famiglia non lo hanno accettato.&lt;br /&gt;Giusta ogni condanna: l’alibi della cultura non può essere un’attenuante, anche se, non scordiamocelo, fino a non molti decenni fa la nostra legge prevedeva il delitto d’onore. Così come non possiamo scordare che pochi mesi fa una donna è stata colpita alla testa da un colpo di pistola sparatole dal fratello, partito da Reggio Calabria per raggiungerla a Messina, dove lei viveva con il suo nuovo compagno sgradito alla famiglia. Anche in questo caso, non c’è alibi culturale. Quante sono le donne siciliane che si sono ribellate a una tradizione che le voleva assoggettate all’autorità familiare? E quante le ragazze come Hina, nate in un paese straniero, venute in Occidente e adattatesi al nuovo contesto, che hanno mutato il loro stile di vita? Sicuramente anche loro avranno avuto contrasti più o meno forti con i genitori, litigi, prove di forza, ma quante sono riuscite a conquistarsi un loro spazio? Ovviamente non fanno notizia, non ne veniamo a conoscenza e pertanto non lo sappiamo.&lt;br /&gt;E ancora, quanta “cultura” c’è davvero in certi gesti? Possiamo sempre attribuire alla società le colpe dei singoli? Avremmo il coraggio di dire che c’è una predisposizione culturale dei giovani tortonesi a tirare sassi dai cavalcavia? Oppure dei minorenni di Novi Ligure a uccidere i genitori? O forse dobbiamo ammettere che ci sono fatti, gesti, azioni che di cultura ne contengono proprio poca, che sono svuotati di significati condivisi e attengono alla sfera della devianza più che a quella della cultura in quanto tale, cioè in quanto eredità acquisita.&lt;br /&gt;L’assassino di Hina non è un pakistano, è, prima di tutto un assassino e come tale va trattato. Il relativismo è una grande conquista del pensiero occidentale, e questi fatti portano acqua fresca e abbondante al mulino dei suoi denigratori, ma essere relativisti non significa cadere in un fondamentalismo opposto a quello etnocentrico. Il relativismo non è un dogma ed è qui la sua forza, nel concedere la possibilità di ammettere le eccezioni. Si possono accettare, non per forza condividere, aspetti di culture diverse dalla nostra, così come non per forza si devono accettare tutte le opzioni previste da quelle culture.&lt;br /&gt;La troppa enfasi sulle culture porta a degli eccessi, ma adottare una prospettiva meno rigida e classificatoria, non significa abdicare da quella relativista, semmai affinarla e contestualizzarla. Ci sono argomenti che presentano gradi diversi di criticità. Un esempio: possiamo paragonare la questione del velo a quella delle mutilazioni genitali femminili? Si tratta in entrambi i casi di questioni culturali che ci riportano al dibattito tra relativismo e universalismo. Peraltro, anche nel caso del velo ci sono distinzioni. Se nel caso del velo può essere più semplice arrivare a una soluzione negoziale, rispetto alle mutilazioni, almeno personalmente, prevale il senso di tutela dell’integrità del corpo. Il diritto al non subire violenza può e deve senza alcun dubbio essere universalmente esteso. Questo non significa che tutto ciò che esula dalle nostre abitudini sia da condannare a priori: esistono gradi diversi di alterità. In alcuni casi è più semplice attenuare l’impatto con la differenza, in altri meno, in altri ancora per nulla. » impossibile tracciare una linea netta di confine tra ciò che riteniamo accettabile e cosa invece no, anche perché in molti casi la questione non attiene alla società intera e pertanto alla sua cultura, ma alla morale individuale. Nella stessa nostra società abbiamo antiabortisti e abortisti, divorzisti e antidivorzisti, individui favorevoli all’utilizzo delle cellule staminali e altri contrari. La differenza sta nel fatto che gli "anti" sono tendenzialmente proibizionisti, mentre gli altri concedono libertà di scelta. Per questo il relativismo non è una fede, perché non ha dogmi, perché non porta a escludere l’altro, non crea "infedeli".&lt;br /&gt;Riportiamo, pertanto, la morte di Hina in un quadro molto più complesso di quello che rimanda a una semplice professione di fede religiosa, o a un quadro di valori dominante, che rischia di nascondere le molte scelte che ogni individuo, di qualunque cultura, può compiere e delle quali è il solo responsabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione Lettere 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;No alla prescrizione di psicofarmaci ai bambini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Egregio direttore, sono una mamma di due spendidi ragazzi, ma soprattutto nonna di una bellissima nipotina dell’età di tre anni e in queste due vesti volevo comunicare, attraverso questa mia lettera, la mia grande preoccupazione interiore e il mio disaccordo circa l’autorizzazione e l’approvazione alla somministrazione dell’antidepressivo Prozac anche ai minori ed ai bambini di almeno 8 anni di età. Quando facevo la mamma ricordo che anche i miei figli a volte, nella loro infanzia e durante l’adolescenza, hanno avuto momenti in cui erano tristi, depressi, come si usa dire adesso, ed i motivi scatenanti erano i più svariati: un voto brutto a scuola, un voltafaccia dell’amico del cuore, l’essere stati lasciati dalla ragazza, una perdita, che causava in loro un temporaneo calo d’interesse nella vita di tutti i giorni, pianti e insonnia; ma io e mio marito, armati di amore, comprensione e tanta pazienza e buona volontà, siamo sempre riusciti a calarci nella loro realtà ed ad aiutarli ad affrontare i problemi che di volta in volta si presentavano, per poi risolverli nel migliore dei modi. Ora sono adulti, lavorano, hanno una famiglia e vivono la vita! Con i loro alti e bassi, come tutte le persone del mondo! Gli stati d’animo non sono malattie! Ho già sentito parlare di questo antidepressivo nel passato e so che è stato al centro di pesanti polemiche in America per i suoi molteplici e pericolosissimi effetti collaterali, tra i quali agitazione, cambiamento nel comportamento, ideazione suicidiaria ed omicida… e per essere stato collegato ad episodi di cronaca, ricordo in particolare alcune stragi scolastiche commesse da adolescenti in cura da antidepressivi. Concludo la mia lettera gridando a gran voce: «No alla prescrizione degli psicofarmaci ai bambini!». Così facendo, uccideremo la loro naturale vitalità, la luce dei loro occhi, uccideremo il loro ed il nostro futuro! Continuerò a fare la nonna, amando la mia nipotina, non avvelenandola!&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;Agnese Ferri via e-mail&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione Lettere 18.08.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Hina Saleem. Il problema sono le religioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caro direttore, in questa strana estate che, a differenza di altre volte, non ha il potere di mettere a tacere i grossi problemi in cui versa l’italia, il fatto di Hina Saleem, la ragazza pachistana uccisa dal padre e dai cognati, costituisce il compendio di molte questioni trattate da “Liberazione” su temi di primaria importanza quali la donna e le religioni. Ho letto gli articoli che parlano della vicenda sul “la Repubblica” e sul suo quotidiano e, tralasciando quello che a mio parere non è da prendere in considerazione (faccio riferimento all’articolo di Francesco Merlo che parla di “fragoline”da proteggere) ho invece apprezzato l’articolo di Monica Lanfranco. Ma la cosa che mi ha stupefatto di più sono i commenti televisivi: “voleva vivere alla maniera occidentale…” dicono di Hina, come se la maniera occidentale fosse meglio o peggio di quella orientale o di altre culture del mondo, oppure come se l’integralismo islamico, con quello che predica il corano, sia meglio o peggio di quello che predica la chiesa cattolica sulla sessualità, sulla famiglia, sulla procreazione e sul rapporto uomo donna. Il problema nonè trovare un meglio o un peggio tra oriente ed occidente o tra le varie fedi religiose che sono tutte, nessuna esclusa, da secoli causa principale di guerre e distruzioni. La speranza è pensare ad una ricerca sulla realtà umana, sulla realtà inconscia che porti ad una sessualità vera e pulita, estranea ad ogni religione, estranea a qualunque credo razionale ed ideologico. La passionalità è cosa preziosa risevata agli esseri umani più “belli”, è confronto fra due identità umane, ed è forse questa libertà che scatena la violenza più inaudita verso quelle donne che hanno il coraggio di viverla rischiando anche la propria vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Patrizia Cencetti&lt;/span&gt; via e-mail&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica  18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Paolo Boringhieri impresario di Freud&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il ricordo affettuoso di Renata Colorni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Luciana Sica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pazienza e incoscienza, erano queste - per Paolo Boringhieri, scomparso a Torino all’età di 85 anni - le principali virtù di un editore. Dalla scena pubblica era già sparito da tempo, preso dalle sue tante passioni: dai viaggi alla musica, dalla montagna alla riscoperta delle sue radici familiari in Engadina.&lt;br /&gt;Ma che importa? C’è gente - come lui - capace di grandi imprese che restano per sempre, è questo che conta, ed è quasi superfluo dire che il nome di Paolo Boringhieri rimarrà comunque legato all’avventura editoriale delle opere complete di Freud innanzitutto - sembrava una follia, fu una sfida vinta -, ma anche di Jung e poi di Abraham e Ferenczi, di Anna Freud e Melanie Klein, di Reik e Binswanger, di Kohut e Piaget. Ma anche di Einstein e dei maggiori fisici del Novecento.&lt;br /&gt;Adorava la scienza Paolo Boringhieri, la precisione e la perentorietà del suo linguaggio che sopporta poche mediazioni, puntava con entusiasmo sui testi di ricerca. Detestava invece la divulgazione, quelli che definiva con disprezzo "bignamini pseudoscientifici". Il suo catalogo spaziava dall’antropologia all’elettronica, dalla biologia alla chimica, dall’economia all’informatica, dalla matematica alla geologia, dalla linguistica alla psichiatria. Una disciplina di cui invece il raffinato editore ha sempre apertamente diffidato è la sociologia: spesso banale, scontata, piena di luoghi comuni, influenzata e condizionata dalla politica con il gravame delle sue ideologie e le sue utopie.&lt;br /&gt;Se Freud lo ha irresistibilmente attratto è perché la psicoanalisi nasceva come "scienza medica", perché parlava di psiche e non di anima. Questo non gli impedirà di affrontare anche un autore asistematico e disordinato come Jung, un appassionante rompicapo, un fascinoso riscopritore proprio dell’anima. Ma per Paolo Boringhieri sono comunque i dodici volumi del grande Sigmund - usciti tra il ‘66 e l’80 - le "tavole della Legge", quello che davvero conta in psicoanalisi. Senza alcun dubbio l’edizione italiana dell’opera di Freud - la prima integrale in tutta Europa - fu il frutto di un ampio rigore sistematico e filologico, di un lavoro che ha contato sulla direzione di Cesare Musatti ma soprattutto sulla traduzione e sulla cura puntualissima di Renata Colorni.&lt;br /&gt;È lei, oggi alla testa dei Meridiani Mondadori, a ricordare l’editore scomparso, l’amico di sempre, quei lunghi anni che la videro accanto a lui, tutti i giorni fianco a fianco, per restituire in italiano la sofisticata prosa del maestro viennese, il senso autentico dei suoi scritti. «Sono molto rattristata», dice la Colorni. «L’avevo incontrato solo qualche settimana fa... Era stanco ma lucido, sereno, per quanto ancora sconcertato da certe recenti ritraduzioni di Freud assolutamente discutibili. Paolo è stato una persona di grande rigore, ostinazione e direi purezza nel perseguire i suoi obiettivi. Credeva moltissimo in quello che faceva, da vero editore di razza interessato innanzitutto agli aspetti ermeneutici e quindi filosofici della scienza. Mi sento molto debitrice nei suoi confronti, gli sarò sempre grata per avermi dato tanta fiducia».&lt;br /&gt;Paolo Boringhieri le ha sempre riconosciuto il ruolo di "vestale" dell’impresa, l’ha più volte evocata con ammirazione, descritta come "bravissima" e "appassionata". Scherzava invece sul ruolo di Musatti, uno psicoanalista - a suo dire - molto sopravvalutato, inesistente sul piano internazionale, per quanto abbia avuto l’innegabile merito di introdurre la psicoanalisi nel nostro Paese in anni in cui veniva avversata dalla Chiesa e dalla cultura marxista, prima ancora derisa e messa all’indice dal fascismo. In ogni caso, «se c’era da sgobbare, Musatti si tirava indietro volentieri».&lt;br /&gt;Era proprio così che andava, signora Colorni? Risposta un po’ diplomatica, ma sincera: «A Musatti piaceva soprattutto fare il suo mestiere di analista... Direi che è stato un direttore di massima, che ha dato senz’altro un’impronta generale al nostro lavoro, ma non c’è dubbio che si vedeva un paio di volte l’anno».&lt;br /&gt;1957-1987: trent’anni esatti dura la vicenda editoriale di Paolo Boringhieri, che comincia come redattore all’Einaudi nel ‘49. Accolto nel Consiglio editoriale, partecipa per otto anni alle celebri riunioni del mercoledì con i pochi eletti del "principe" Giulio, che nel ‘57 gli venderà le Edizioni scientifiche. È la svolta, è l’anno di fondazione della nuova casa editrice torinese con il logo del cielo stellato. Paolo Boringhieri si mette in proprio e si dedica a promuovere la scienza, non in antitesi ma accanto alle discipline umanistiche. Nell’87 la decisione di vendere il 90 per cento delle azioni a Romilda Bollati, mantenendo una piccola quota che dovrebbe consentirgli di conservare una qualche voce in capitolo per la parte più strettamente scientifica e psicoanalitica.&lt;br /&gt;La presidenza è affidata alla nuova proprietaria, un’amica cara di gioventù, l’amministratore delegato è suo fratello, il geniale Giulio Bollati, la vicepresidenza resta nelle mani di Paolo Boringhieri che crede ciecamente nell’alleanza ma ben presto ne uscirà ferito, e ostinatamente silenzioso.&lt;br /&gt;È ancora la Colorni a rievocare quella vicenda: «Seppure con il dieci per cento delle azioni, Paolo era convinto che la "sua" linea editoriale sarebbe stata rispettata. Ma Giulio Bollati aveva il progetto di una casa editrice più "generalista", di una piccola Einaudi... La rottura fu inevitabile, e certamente molto dolorosa».&lt;br /&gt;(I funerali di Paolo Boringhieri sono in programma per le 10.30 di questa mattina, nel Tempio Valdese di Torino).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Giornale 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Paolo Boringhieri, l’ultimo pioniere delle scienze umane&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Stefania Vitulli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Trent'anni fa l'editoria culturale consentiva a un uomo come Paolo Boringhieri, profondamente appassionato del suo lavoro e delle sue scelte, di destinare una persona interna alla casa editrice a coordinare, rivedere, tradurre, annotare, curare le opere di Freud. Ho lavorato per sei anni consecutivi a questa edizione, senza occuparmi di nient'altro. Oggi una casa editrice non potrebbe più permettersi una cosa del genere». Così in un'intervista di qualche anno fa Renata Colorni, oggi direttrice dei Meridiani, ricordava una delle pionieristiche imprese editoriali di Paolo Boringhieri: la traduzione delle opere complete di Sigmund Freud.&lt;br /&gt;Quando la Colorni arrivò alla Boringhieri, nel 1973, ad ambizioso progetto iniziato dal 1966 con L'interpretazione dei sogni, la Boringhieri - fondata nell'aprile del 1957 - era già nota per offrire spesso la prima traduzione italiana di opere capitali. Formatosi all'Einaudi, dove entrò nel 1949 come redattore e uscì come direttore di collana, Boringhieri si mise in proprio rilevando da Einaudi le Edizioni scientifiche,  la Biblioteca di cultura economica, la collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici e i Manuali Einaudi.&lt;br /&gt;Ingegnere appassionato di filosofia, nato nel 1921 a Torino, ma con passaporto svizzero perché figlio di un ex console della confederazione elvetica, scelse per l'editrice il simbolo del firmamento e la scritta «celum stellatum», con l'obiettivo di promuovere la scienza accanto alle scienze umane, in un tentativo d'integrazione tra culture tradizionalmente separate di cui in Italia sarebbe stato il principale, e forse unico, portavoce.&lt;br /&gt;Uno dei monumentali progetti originali della casa editrice fu realizzato insieme all'amico filosofo Giorgio Colli: l'Enciclopedia di autori classici, pubblicata dal 1958 al 1965 per offrire al lettore «qualcosa di altrettanto vivo e individuale, che sia di prim'ordine, ossia un “classico”, presentato nelle sue parole autentiche, senza mediazioni». A Colli affidò direzione e stesura - in molti casi - delle introduzioni (uscite postume in raccolta per Adelphi nel 1983, rendono l'idea della singolarità dell'opera) insieme alla redazione di Firenze, che contava tra i collaboratori Mazzino Montinari, Gianfranco Cantelli, Piero Bertolucci. Il lavoro fu serrato: novanta titoli in otto anni, settantasei solo nei primi cinque, per «una strana collana in cui Colli si era proposto di ripubblicare tutti i libri letti da Nietzsche specialmente sotto la suggestione di Schopenhauer. Anche se fosse solo questo, essa ci restituirebbe una fetta rispettabile di cultura ottocentesca» racconta Giuliana Lanata nel testo che accompagna appunto la raccolta delle introduzioni: da Hölderlin a Taine, passando per Chamfort, Vauvenargues, Hume, Voltaire, le Upanishad e Burckhardt.&lt;br /&gt;Le imprese titaniche di Boringhieri furono molte, dai Classici alla Storia della tecnologia, ma quella per cui viene ricordato è ancora la traduzione delle opere di Freud, per cui volle come direttore l'allora massimo esponente della psicoanalisi in Italia, Cesare Musatti, al fine di creare, come scrive in un articolo apparso in Psicoterapia e scienze umane nel 1989, «l'edizione che per decenni potesse costituire il punto di riferimento per gli studiosi italiani».&lt;br /&gt;Fu grazie a quell'opera omnia che si creò nel nostro Paese una terminologia condivisa del linguaggio psicoanalitico freudiano, anche se il lavoro non fu esente da critiche: l'apparente lentezza nelle uscite, dovuta all'esigenza di dare vita ad una vera «traduzione globale», uniformando circa 6000 pagine di un classico della lingua tedesca, originarono scontento da parte dei difensori di «un'editoria più superficiale», scrisse lo stesso Boringhieri, tanto che la casa editrice «fu&lt;br /&gt;addirittura accusata» aggiunse, «di ritardare ad arte, per suoi occulti fini, la conoscenza del pensiero di Freud».&lt;br /&gt;A trent'anni dalla fondazione, con ottocento titoli in catalogo, Boringhieri cedette il 90% delle quote nelle mani dell'amica Romilda Bollati, che affidò il ruolo di amministratore delegato al fratello Giulio, anch'egli della scuola einaudiana. Rimase per poco vicepresidente e poi si dedicò alle sue passioni di sempre: viaggi, musica e montagna, in particolare quella della regione svizzera, l'Engadina, cui ha dedicato il suo ultimo scritto, Frammenti di un'ascendenza engadinese, terminato lo scorso giugno per l'Archivio cantonale di Coira&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Sotto le stelle di Paolo Boringhieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Maria Serena Palieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Si svolgeranno stamattina nel Tempio Valdese di Torino i funerali di Paolo Boringhieri, morto martedì all’età di 85 anni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Il periodo tra le due guerre è stato il periodo della diffusione della psicoanalisi nel mondo, della traduzione delle opere di Freud in tutti i principali paesi: in America ed Inghilterra, in Francia, ma pure in Spagna e nei paesi ispano-americani, e anche - in un primo tempo - nell’Unione Sovietica. L’unico paese europeo in cui la diffusione della psicoanalisi trovò difficoltà fu proprio l’Italia». Così Cesare Musatti introduce il contesto in cui, tra il 1966 e il 1980, avrebbe visto la luce la prima edizione italiana dell’opera omnia di Sigmund Freud, in dodici volumi, da lui curata, in Mia sorella gemella la psicoanalisi (erano nati entrambi, celiava Musatti, il 21 settembre 1897, lui dalla pancia di una madre affetta da itterizia, la psicoanalisi da una storica e «biliosa» lettera di Freud al collega Fliess). Perchè l’Italia era rimasta un’enclave impermeabile alla scienza dell’inconscio? Secondo Freud, ricordava Musatti, perché noi italiani saremmo inclini «a risolvere i problemi pulsionali in modo aperto», ad essere dei simpatici estroversi, insomma, senza voglia di crearci complicazioni. Musatti attribuiva invece la responsabilità all’idealismo crociano «che escludeva la possibilità di una qualsiasi psicologia scientifica» e al fascismo che, come ogni dittatura, come poi lo stalinismo, non amava ciò si sottrae all’ordine pubblico: l’inconscio e il suo potenziale sovversivo.&lt;br /&gt;La pubblicazione - tarda - di tutte le opere di Sigmund Freud, nella traduzione italiana curata da Renata Colorni, con la supervisione di Cesare Musatti, è stata il capolavoro editoriale di Paolo Boringhieri, l’editore scomparso l’altro ieri all’età di ottantacinque anni. Un’impresa nel segno della sua idea ispiratrice più profonda: il superamento del divorzio tra le «due culture», umanistica e scientifica. Fondatore della casa editrice del cielo stellato, Boringhieri ne aveva tenuto le redini fino al 1987, quando si era risoluto a cedere il 90% delle quote a Romilda Bollati che, sotto la direzione del fratello Giulio, l’avrebbe trasformata, da Editrice Boringhieri, in Bollati Boringhieri. Rimasto vice-presidente, non molto tempo dopo si era staccato del tutto.&lt;br /&gt;Paolo Boringhieri era nato il 4 luglio 1921 a Torino, da una famiglia originaria dell’Engadina. Deteneva un passaporto svizzero. E una passione per la storia della sua terra d’origine e della sua famiglia che aveva riversato nella stesura di Frammenti di un’ascendenza engadinese, terminato in questo giugno. Dalle vicende della «sua» casa editrice negli ultimi anni si era tenuto lontano: certo non doveva avergli fatto piacere lo scandalo della nuova edizione delle opere del «suo» Freud, curata da Michele Ranchetti, filologicamente tanto disinvolta da suscitare una denuncia dell’antica curatrice, Colorni, ed essere ritirata dal commercio.&lt;br /&gt;Il padre aveva creato a Torino una nota fabbrica di birra, in fondo al corso Vittorio Emanuele II, ed era stato console della Confederazione elvetica. Ultimo di quattro fratelli, Boringhieri iniziò la sua avventura editoriale nel 1949 nel luogo più naturale allora per un torinese, in casa Einaudi. Studente di Ingegneria e appassionato di filosofia, fu accolto come redattore scientifico, in stanze che ospitavano Luciano Foà, Cesare Cases, Franco Fortini, Italo Calvino, Renato Solmi, e dove l’anno successivo, dopo il suicidio di Cesare Pavese, sarebbero arrivati anche Daniele Ponchiroli e Giulio Bollati. Nel 1951 Giulio Einaudi varò le Edizioni scientifiche e gliele affidò. Trentenne, Boringhieri cominciò a frequentare le celebri riunioni del mercoledì, con Norberto Bobbio, Felce Balbo, lo stesso Bollati, accolto tra i «prescelti».&lt;br /&gt;La casa editrice col marchio del firmamento - tratto da una stampa del Quattrocento - nacque da una delle periodiche crisi economiche di via Biancamano: nel 1957 Einaudi gli cedette infatti la Biblioteca di cultura scientifica, la Biblioteca di cultura economica, i Manuali e la «collana viola» di studi psicologici, etnologici e antropologici nata per ispirazione di Cesare Pavese. Così, nell’Italia del liceo classico e di Croce, si affacciò una casa editrice che aveva il proposito d’essere di sola scienza, ma non nemica delle scienze umane, anzi, interessata al dialogo con esse. Oggi gli epigoni non mancano, per esempio le sontuose pubblicazioni della Codice di un altro ex einaudiano, Vittorio Bo. Allora fu una sobria ed elegante rivoluzione. Nel catalogo della Boringhieri negli anni hanno trovato posto le opere di Einstein e degli altri grandi fisici del Novecento, ma anche l’Enciclopedia di classici del pensiero curata da Giorgio Colli (per redigere quest’ultima nacque una redazione apposita a Firenze, con quattro dipendenti). Chi s’interessa di psicoanalisi sa che in questo catalogo trova non solo Freud, ma anche le opere di Jung e storie poderose e preziose come La scoperta dell’inconscio di Ellenberger. Per chiarire il clima della casa editrice, vale il ricordo che Renata Colorni, in un’intervista, dava del lavoro sulla «summa» freudiana: «Ho lavorato per sei anni consecutivi a questa edizione, senza occuparmi di nient’altro. Oggi una casa editrice non potrebbe più permettersi una cosa del genere, forse una fondazione, un centro di studi, un Cnr». Lì ricorda anche l’atteggiamento di singolare disinteresse da parte della Società psicoanalitica italiana nei confronti dell’opera, così come il bizzarro distacco di Musatti nei confronti delle questioni lessicali-filologiche. Nei titoli Boringhieri si spazia da Spinoza alle Upanishad, da Cartesio a Eulero, da Goethe a Darwin.&lt;br /&gt;Per far capire chi è l’editore che il 16 agosto di questo 2006 se n’è andato, le parole più giuste sono quelle con cui Gian Arturo Ferrari, suo allievo, ora boss della Mondadori, qualche anno fa liquidò con un nostalgico ma sostanziale addio la genìa degli editori puri: «Tutto quello che so l’ho imparato da Boringhieri, un personaggio straordinario, dominato da una specie di ossessione, dopo il suo incontro con Freud. Conosco molto bene dunque l’editoria di cultura, il suo fascino, l’eleganza di quell’ ambiente, i suoi valori alti, le sue passioni. Ma quel mondo è finito. Il mito dell’editore/proprietario è un mito del Novecento, un secolo che ci lasciamo alle spalle».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Muore a 85 anni l’editore che portò la psicoanalisi in Italia pubblicando l’opera omnia di Sigmund Freud. Un’impresa realizzata nel segno della sua idea ispiratrice: superare il divorzio tra la cultura umanistica e quella scientifica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;LA STORIA &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Einstein, Eliade e Jung nel suo firmamento &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Gian Carlo Ferretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La casa editrice Boringhieri nacque da una costola di Giulio Einaudi in senso quasi letterale. Paolo Boringhieri infatti era diventato redattore Einaudi in occasione di una riorganizzazione editoriale, che iniziata nel 1949 era proseguita fino al 1952. In mezzo c’era stato il suicidio di Cesare Pavese nel 1950, che aveva aperto un grande vuoto nell’assetto direttivo e redazionale della casa editrice. In quegli anni, a figure già consolidate come il segretario generale Luciano Foà, si erano aggiunti due giovani appena usciti dalla Normale di Pisa come Daniele Ponchiroli e Giulio Bollati, destinati a diventare l’uno redattore capo e l’altro prima condirettore generale e poi direttore generale, e inoltre Renato Solmi e Paolo Boringhieri redattori rispettivamente per i testi di economia e politica e per i testi scientifici (Boringhieri in particolare, a partire dal 1951), e Cesare Cases e Franco Fortini consulenti; mentre veniva crescendo il peso di un redattore-consulente-autore come Italo Calvino. Un contesto davvero formidabile.&lt;br /&gt;Nel 1957 per far fronte a una delle sue periodiche crisi finanziarie, Giulio Einaudi cedeva al suo redattore Paolo Boringhieri le edizioni scientifiche, e perciò anche quella «collana viola» che era stata fondata e diretta proprio da Pavese e da Ernesto De Martino a partire dal 1948. Giulio Einaudi avrebbe ricordato più tardi quel «doloroso scorporo» («un po’ come amputarsi una gamba»), per la perdita della Biblioteca di cultura economica, della Biblioteca di cultura scientifica, dei Manuali di agraria, biologia, chimica, fisica, ingegneria, matematica, medicina, psicologia, eccetera, oltre che della «collana viola», più precisamente detta Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici. Paolo Boringhieri ereditava così un prezioso patrimonio di autori e di titoli. La «collana viola» in particolare, con opere di Jung, Lévy-Bruhl, Frazer, Kerényi, Eliade, si presentava come un’iniziativa tanto rigorosa quanto controcorrente e anticipatrice per quegli anni. In contrasto cioè con lo «storicismo imperversante» (come scriveva Pavese), e con i pregiudizi ideologici della stessa area politica comunista di cui Casa Einaudi faceva parte.&lt;br /&gt;Ma Boringhieri partendo da questa solida base e da questa vasta gamma disciplinare, impostava e sviluppava una produzione di eccezionale rilievo, aprendo anche alla linguistica, alla filosofia (con Chomsky e Nietzsche), ai testi classici delle religioni orientali, e conquistando un ruolo specifico nel panorama dell’editoria italiana soprattutto con le sezioni di psichiatria, psicologia e psicoanalisi. Una produzione ricchissima, articolata in tre blocchi strettamente collegati tra loro, come si poteva leggere per esempio nel Catalogo generale 1974: «l’Universale scientifica Boringhieri, collana di grande diffusione a prezzo basso; opere di informazione e discussione nell’ambito delle scienze e, in genere, del pensiero teoretico; testi e manuali di più diretta destinazione accademica e didattica». Al centro di questo catalogo si collocava la pubblicazione integrale degli scritti di Freud e Jung.&lt;br /&gt;La casa editrice Boringhieri sarebbe stata rifondata da Giulio Bollati nel 1987. Della Casa da lui rilevata non sarebbero passate alla nuova Casa soltanto una temporanea vicepresidenza del Paolo Boringhieri editore, e il suo patrimonio di testi scientifici classici e moderni, molti dei quali riproposti da Bollati in varie edizioni e collane. Sarebbe passata e avrebbe trovato nuovo sviluppo anche la tensione di ricerca che aveva accomunato in passato Casa Einaudi e Casa Boringhieri all’interno di una visione non specialistica e non separata della cultura scientifica e della cultura umanistica. Una tensione di ricerca del resto sottesa anche al piccolo firmamento con la scritta celum stellatum del logo, tratto da un testo della fine del Quattrocento, già adottato da Boringhieri e ripreso da Bollati. Il quale avrebbe aperto appunto il catalogo Boringhieri ad altri filoni della tradizione einaudiana, dalla letteratura alla storia alla saggistica sociopolitica. Una evoluzione innovativa dunque, e al tempo stesso una feconda continuità con le esperienze precedenti che (nonostante certe divergenze tra vecchio e nuovo editore) avrebbe recuperato anche l’identità da Paolo Boringhieri costruita e affermata per alcuni decenni, in un contesto culturale spesso refrattario o addirittura ostile. Una evoluzione inoltre coerente con la progettualità e storicità del disegno e catalogo einaudiano, e in contrasto invece con l’antiprogettualità e astoricità del disegno adelphiano, nonostante apparenti analogie.&lt;br /&gt;Gian Arturo Ferrari lo definì «un personaggio straordinario, dominato da una specie di ossessione dopo il suo incontro con Freud»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Boringhieri, addio all’editore di Freud&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Monia Cappuccini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Occorre affrontare i tempi nuovi con strumenti nuovi. Potrebbe essere riassunto così lo spirito che ha animato per quasi sessant’anni l’attività di Paolo Boringhieri, fondatore della casa editrice omonima, morto martedì scorso a Torino, sua città natale, all’età di 85 anni. Per ironia della sorte, il lutto avviene nell’anno del centocinquantesimo anniversario della nascita di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi di cui Paolo Boringhieri vanta il merito di aver fatto conoscere il pensiero al pubblico italiano, pubblicando l’opera omnia in 12 volumi, a partire dal 1966 e fino al 1980.&lt;br /&gt;Nato il 4 luglio 1921 da famiglia originaria dell’Engadina (Svizzera), Paolo Boringhieri aveva cominciato la sua carriera nel 1949 presso Einaudi, apprendendo il mestiere, insieme a Italo Calvino, direttamente da Cesare Pavese. Fu prima membro del consiglio editoriale e poi responsabile delle edizioni scientifiche. Divorziò dalla casa madre otto anni dopo, portandosi appresso quattro collane (la Biblioteca di cultura scientifica, la Biblioteca di cultura economica, la collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici - la famosa “collana viola” - e i Manuali Einaudi), che costituirono il patrimonio con cui avviare il progetto autonomo che porta il suo nome. Nel 1957 cominciarono così ad uscire le pubblicazioni di libri contrassegnati dal logo del “cielum stellatum”, simbolo suggerito dallo stesso Giulio Bollati (suo ex collega alla Einaudi e futuro socio). Erano gli anni in cui nella Birreria Boringhieri (di proprietà del padre) si ritrovava la società intellettuale torinese per parlare e discutere di cultura, perché si lavorava sempre anche quando si era in trattoria o nelle osterie fuori porta.&lt;br /&gt;La novità del programma editoriale di Paolo Boringhieri consisteva nella piena integrazione di cultura scientifica, letteraria e filosofica. Programma che seppe arricchire con la pubblicazione delle opere di Freud, Jung, Einstein e dei maggiori fisici del Novecento. Agì da precursore e fece breccia. Nel 1966 cominciò il suo progetto più ambizioso, la pubblicazione dell’opera omnia di Sigmund Freud in dodici volumi, un impegno concluso nel 1980 avvalendosi della collaborazione di Cesare Musatti, il padre della psicoanalisi italiana. Un’operazione di portata enorme e dal significato oggi incomprensibile, se non si tiene conto di quale fosse la condizione dell’editoria di cultura di allora. «Ho lavorato per sei anni consecutivi a coordinare, rivedere, tradurre, curare e annotare tutte le opere di Freud - ha ricordato in una recente intervista Renata Colorni, la traduttrice scelta da Paolo Boringhieri -. Quando sono arrivata alla casa editrice erano già usciti alcuni volumi ma non esisteva ancora una terminologia condivisa, un glossario coerente e compatto del linguaggio psicoanalitico freudiano. E’ stato un lavoro assai complesso». L’impresa contribuì non solo alla diffusione del pensiero freudiano ma fece scuola nel modo di fare i libri, definendo la possibilità di un progetto culturale che fosse condiviso dagli autori e inserito all’interno di un quadro di contributi che tutti insieme dovevano dare alla società e alla politica.&lt;br /&gt;A 30 anni dalla fondazione della sua creatura, Paolo Boringhieri si era ritirato dal mondo editoriale. Nel 1987 maturò la decisione di trovare un socio forte per potenziare l’azienda. La Boringhieri passa così al 90% nelle mani di Romilda Bollati, che ne diviene presidente e che affida il ruolo di amministratore delegato al fratello Giulio. Paolo Boringhieri rimane, ma non per molto tempo, vicepresidente, prima di lasciare l’editrice e dedicarsi alle sue passioni: i viaggi, la musica la montagna e la riscoperta delle sue radici familiari, in quell’Engadina cui ha dedicato anche un libro (Frammenti di un’ascendenza engadinese) terminato nel giugno scorso.&lt;br /&gt;Oggi la Bollati Boringhieri è diversa da quella che fu nel corso degli anni Sessanta e Settanta, ma ha mantenuto la peculiarità di accendere i riflettori sulla scienza, rimasta centrale nel catalogo. Francesco Cataluccio, attuale direttore editoriale della Bollati Boringhieri ricorda: «L’ultima volta che incontrai Paolo fu la primavera scorsa. Mi disse che gli sarebbe piaciuto veder pubblicato finalmente l’ultimo volume delle opere di Jung (19/2) atteso da dieci anni. Un progetto che realizzeremo il prossimo anno in occasione del 50entario della casa editrice». I funerali di Paolo Boringhieri avranno luogo nella mattinata di oggi nel Tempio Valdese di Torino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;La Stampa 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La morte dell'editore Paolo Boringhieri. Il capolavoro: l'opera integrale di Freud&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Alberto Sinigaglia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ morto la mattina del 16 agosto Paolo Boringhieri, l’editore italiano di Freud, di Jung, di Einstein: schivo e caparbio fecondatore della nostra cultura nel secondo Novecento, è spirato nella casa di via Po; nato il 4 luglio 1921 a Torino, ultimo di quattro figli, aveva passaporto svizzero, perché dell’Engadina erano le sue radici, che fino all’ultimo ha investigato.&lt;br /&gt;Il padre Giacomo per vent’anni fu console della Confederazione Elvetica, dalla quale provenivano confettieri, cioccolatai e birrai come lui. Dalla «fabbrica di birra» nell’attuale piazza Adriano il quartiere veniva chiamato «zona Boringhieri».&lt;br /&gt;Finito il biennio d’Ingegneria, apprendista in un’industria metalmeccanica, ma appassionato di filosofia, Paolo seppe che Giulio Einaudi cercava un redattore.&lt;br /&gt;Il fratello Gustavo aveva studiato con Einaudi, Massimo Mila e Felice Balbo, figure centrali dell’editrice. Vi entrò nel 1949.&lt;br /&gt;Gli diedero da rivedere le bozze di Menzogna e sortilegio della Morante.&lt;br /&gt;Passato alle pubblicazioni scientifiche, curò la «collana azzurra» di storia della scienza, parallela alla «collana viola» di Pavese e De Martino, e alla «collana marrone» riservata all’economia.&lt;br /&gt;Accolto nel Consiglio editoriale, partecipò per otto anni alle famose riunioni del mercoledì con Bobbio, Balbo, Bollati e altri eletti del «principe».&lt;br /&gt;Il quale nel 1951 creò le Edizioni scientifiche Einaudi e gliele affidò fino al ‘57, quando difficoltà economiche l’indussero a vendergliele.&lt;br /&gt;Boringhieri scelse l’emblema del firmamento con la scritta «Celum stellatum» e un programma ardito: essere il primo editore italiano totalmente dedito alla scienza e promuoverla non in antitesi ma accanto alle scienze umane. Sarebbe rimasto l’unico.&lt;br /&gt;Varò i Classici con due successi: Galileo ed Eulero, geniale matematico tedesco del Settecento, che s’occupò di meccanica, ottica, balistica, idrodinamica.&lt;br /&gt;Avviò una Storia della tecnologia: «Su scienza e tecnologia - diceva - la civiltà è destinata a poggiare». Affiancato dal fisico Luigi Radicati di Brozzolo e dallo psicoanalista Pierfrancesco Galli, consulenti prestigiosi, sfornò saggi di matematica, biologia, elettronica, informatica, fisica, scienze umane e sociali, psicologia e psicoanalisi.&lt;br /&gt;Lo spirito cartesiano spinse Boringhieri a intrecciare sempre più scienza e filosofia, tecnica e pensiero.&lt;br /&gt;Con il filosofo Giorgio Colli allestì l’Enciclopedia degli Autori classici.&lt;br /&gt;Spaziava dalla storia scientifica alle religioni orientali: Boyle, Spinoza, Schopenhauer, Darwin, Burckhardt, Nietzsche, il sanscrito Upanishad.&lt;br /&gt;Poi Descartes, Diderot, persino un poco noto Goethe.&lt;br /&gt;Perché Boringhieri scandagliava pure i rapporti tra letteratura e scienza, avvalorava le qualità letterarie e filosofiche di Einstein e di Freud, collocandoli tra i giganti della vita culturale del nostro tempo.&lt;br /&gt;Dunque l’editore doveva osare la grande avventura: tutte le Opere di Sigmund Freud in dodici volumi. «È uno scienziato - precisava -, ma anche un classico della letteratura tedesca».&lt;br /&gt;A dargli forza e sostegno era frattanto arrivata Oretta di Suni, moglie bellissima, dolce, piena di fascino. Cominciò nel 1966, con L’interpretazione dei sogni, un’impresa editoriale complessa, appassionata, rigorosa.&lt;br /&gt;«E una follia, dal lato economico». Aveva accanto Cesare Musatti, il massimo esponente italiano della psicoanalisi.&lt;br /&gt;A metà strada assunse Renata Colorni, magnifica traduttrice, che alla produzione diede ritmo, ne diventò l’anima, la vestale.&lt;br /&gt;Nel 1980 portarono a termine un’opera definitiva, ammirata, benedetta dai figli di Freud.&lt;br /&gt;Sfida vinta. La Boringhieri era ormai la casa editrice sognata dal suo creatore e a lui simile, rispecchiandone esperienze, gusti, intuizioni.&lt;br /&gt;Certo con il coraggio, la liberalità di pubblicare opere di cui non condivideva le idee, ma che fiutava importanti. A trent’anni dalla fondazione, all’apice del prestigio con ottocento titoli in catalogo, al profilarsi d’una generale crisi del libro, Paolo Boringhieri pensò che si dovesse potenziare l’azienda.&lt;br /&gt;Accettò la proposta di un’amica della giovinezza, Romilda Bollati: al fondatore il 10 per cento, la vicepresidenza, il rispetto del marchio e della linea; a lei il 90 per cento e la presidenza; al fratello Giulio, pure lui allievo geniale e ribelle di Einaudi, il ruolo di amministratore delegato. «Davvero pensi che Giulio verrà? Sarebbe bellissimo».&lt;br /&gt;Venne. Scherzò Einaudi, «principe» malizioso, chiamando «Bobo» l’alleanza dei due transfughi, che aveva assunti lo stesso giorno del 1949. Scherzarono anche loro, in pubblico, sul nome: «”Boringhieri Bollati” sposta gli accenti, eufonicamente non va. “Bollati Boringhieri” è un bel settenario».&lt;br /&gt;S’è visto, non era solo questione di metrica. Paolo Boringhieri tanto riponeva fiducia nell’alleanza, quanto ne fu ferito. Uscì dal mondo editoriale, per sempre. Silenzio. Nessuna dichiarazione. Né accettò di farne recentemente, nei centocinquant’anni dalla nascita di Freud, quando dalla Bollati Boringhieri uscirono discusse ritraduzioni delle sue opere.&lt;br /&gt;In disparte, tornava ai filosofi, ascoltava Beethoven o Stockhausen. Viaggiava.&lt;br /&gt;In Turchia si portava Erodoto con il testo a fronte. Montanaro, sciatore, escursionista, baita a Cesana, frequentando l’Engadina si gettò a capofitto nello studio della genealogia famigliare e della storia locale, risalendo fino al Duecento.&lt;br /&gt;Ne è appena nato un volume corposo, Frammenti di un’ascendenza engadinese, che Paolo Boringhieri è riuscito a consegnare in giugno all’Archivio cantonale di Coira, capitale dei Grigioni.&lt;br /&gt;Dettagliato, approfondito, puntuale. Come fermamente pensava debbano essere la conoscenza e il sapere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ezra Pound, il “miglior fabbro”&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt; tra oriente e occidente&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Alberto Bertoni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102); font-style: italic;"&gt;Figura di spicco della poesia del ’900 e forza trainante di movimenti modernisti quali l’immaginismo e il voriticismo, nel 1945 pagò con l’internamento in un manicomio criminale le sue posizioni anti-americane e filomussoliniane. Oggi è un’icona per la cultura di destra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi avesse avuto l’intenzione e la necessità, l’estate scorsa in Inghilterra, di acquistare ABC of Reading, (L’Abc della lettura), un saggio del poeta americano Ezra Pound (nato nell’Idaho nel 1885, ma trasferito in Europa a partire già dal 1908, tra Londra, Parigi, Rapallo e Venezia, dov’è morto nel 1972 e dov’è tuttora sepolto, nel settore protestante del cimitero di San Michele), si sarebbe imbattuto in un’amara sorpresa: quasi niente, infatti, nelle imponenti catene librarie di città quali Liverpool e Manchester, era disponibile della sua vasta opera, non fosse che per una sola copia in edizione economica del testo più famoso, i Cantos. Una mancanza tanto vistosa e ingiustificata non poteva non sorprendere l’appassionato italiano di poesia, pur abituato a fare i conti con l’irreperibilità di opere in versi o saggistiche anche fondamentali sugli scaffali delle “sue” librerie e delle “sue” biblioteche pubbliche. Si trattava di un vero e proprio esempio contemporaneo di condanna e di dannazione della memoria, quasi che anche la civilissima, libertaria (?) Inghilterra non fosse consapevole - a terzo millennio abbondantemente cominciato - che vige, almeno a partire dal ’900, un principio di scissione quasi sempre radicale tra i libri prodotti e le personalità biografiche dei loro autori.&lt;br /&gt;E’ un dato di fatto che da vite grigie, antieroiche, piccolo-borghesi e da psicologie abiette, malate, contraddittorie scaturiscono tranquillamente capolavori decisivi, durevoli, brillantemente inventivi e a ogni riga sorprendenti. Al contrario, scrittori (o registi) che si stagliano come autentici eroi civili, incarnando un sentire diffuso, non producono che opere noiose, scontate, piatte. La constatazione vede amplificato il suo valore se - in aggiunta - gli autori si abbandonano a pensieri e atteggiamenti politici apertamente conservatori o - peggio - reazionari. Certo, per la salute del nostro sguardo di lettori impazienti e distratti, importa che sia rivoluzionaria l’opera, non il suo creatore.&lt;br /&gt;Il caso di Ezra Pound, da questo punto di vista, è addirittura eclatante. Egli incarna infatti una delle più alte e ancora vive, attuali esperienze poetiche del Novecento, nonostante che - sul piano ideologico - sia stato ammiratore di Mussolini e sostenitore delle forze dell’Asse, contro gli Stati Uniti e i loro alleati, durante la Seconda Guerra Mondiale. Pound pagò un prezzo altissimo per questa ossessione manifestata con articoli e trasmissioni radiofoniche. Prima, infatti, venne esposto al ludibrio, sospeso in gabbia come un animale, in un campo di prigionia americano nei pressi di Pisa. E qui compose la mirabile sequenza degli undici Cantos detti pisani, con versi tanto belli: «Odore di menta sotto i lembi della tenda/ specie dopo la pioggia/ e un bue bianco sulla strada per Pisa/ come volto alla torre, / pecore nere sul campo d’esercitazione e nei giorni di pioggia le nuvole/ sui monti più basse delle torri di guardia».&lt;br /&gt;In seguito, venne riportato negli Stati Uniti per essere processato e incarcerato per dodici lunghissimi anni nel manicomio criminale di Saint Elizabeth. Il suo antisemitismo, in realtà, non aveva mai assunto accenti razziali e razzistici, ma meramente economici: ed era coinciso con un orrore assoluto per il capitalismo americano, nella credenza che il denaro coincide con l’usura (quasi un’anticipazione del pensiero no global, nei termini di oggi) e ogni guerra è motivata da fattori economici.&lt;br /&gt;Naturalmente non è come economista o sgangherato, aberrante ideologo, bensì come poeta, talent scout (per esempio di Joyce), critico e saggista culturale che Pound riveste un ruolo di protagonista primario, nella poesia contemporanea. Trasferitosi, sulla scia di Henry James e in sintonia con Eliot e con Hemingway, dagli Stati Uniti in Europa, egli contribuì in primo luogo a ricostruire e a rendere di nuovo problematico e attivo un concetto rischioso come quello di tradizione, non più fondato su un’idea di museo in cui si raccolgono manufatti artistici destinati a una contemplazione passiva, ma su un principio di energia, che si trasmette dall’opera d’arte alla coscienza che la interpreta, interagendo con un’esperienza in atto. A dire di Pound, una lingua poetica è sempre uno strumento d’indagine, che si carica di significato al massimo grado possibile: e ciò che ne sprigiona è simile all’elettricità o alla radioattività, una forza che trasfonde, salva e unifica.&lt;br /&gt;Questa funzione di coscienza dinamica della poesia contemporanea e di legislazione del nuovo incarnata da Ezra Pound (nel passaggio dall’eredità simbolista al tumulto delle avanguardie) non deve tuttavia far passare in secondo piano il suo lavoro poetico, già perfettamente delineato fin dagli anni ’10. Al 1916 appartiene per esempio questo distico, In una stazione del metro, considerato un esempio sommo della poetica dell’Imagismo, che poi autori quali Eliot e Montale avrebbero ampliato nell’istituto del “correlativo oggettivo”, in nome di una poesia visiva, allegorica e concreta: «Questi volti apparsi tra la folla: / Petali su un ramo umido e nero».&lt;br /&gt;Fautore convinto del verso libero, poiché il poeta deve sempre comporre secondo il ritmo della frase musicale e non secondo quello del metronomo, Pound mette mano in quegli stessi anni ’10 al grande poema dei Cantos, un esempio mirabile di polifonia strutturale (probabile alter ego in versi dell’Ulisse di Joyce), nel quale entrano materiali diversi (riflessivi, prosastici, economici, storici, mitologici, cronistici), intonazioni diverse e soprattutto lingue diverse. Pound, infatti, è stato anche un filologo di straordinaria levatura, un lettore attentissimo dei poeti provenzali e di Guido Cavalcanti, oltre che un interprete acuto e curioso della poesia antica cinese, dalla quale trae una funzione dell’ideogramma in chiave di figurazione pre-cinematografica e non più astrattiva; e della tradizione del Nô giapponese. Tutti questi elementi all’apparenza spuri concorrono a formare la tessitura profonda dell’unico campione di epica contemporanea, i Cantos, capace di rimanere estraneo alla sceneggiatura - spesso artefatta in quanto fondata sul rispetto dei nessi causali - del genere romanzesco.&lt;br /&gt;Consigliere e sodale di un altro protagonista della poesia europea come l’irlandese William Butler Yeats, redattore e collaboratore di riviste di punta quali “Poetry”, “Dial”, “Criterion”, alfiere dell’idea che la traduzione sia estensione interpretativa, inventiva e rischiosa del lavoro poetico, Ezra Pound ha ricombinato e riattualizzato la tradizione artistica del mondo occidentale e di quello orientale, del Medioevo e della modernità tumultuosa e meccanica: e dal cozzo della lirica con la storia e l’economia è uscita l’opera tutta da riassaporare di colui che Eliot - riprendendo Dante - ha opportunamente definito il “miglior fabbro”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 18.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Sorella di Pietro Ingrao e madre di Maria Luisa Boccia, è scomparsa ieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ciao Anna, “ospite messaggera”&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt; della politica e del vivere&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Rina Gagliardi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anna Ingrao, sorella di Pietro e madre di Maria Luisa Boccia, era nata a Lenola 86 anni fa. Nel 1941 aveva sposato Ubaldo Boccia, magistrato, con cui ha condiviso quasi 40 anni della sua vita. Ha avuto quattro figlie, Vincenza, Maria Luisa, Valeria e Marcella, e due nipoti, Valdo e Ruggero. Appassionata di politica, si è iscritta al Pci subito dopo la guerra, vivendo gli anni ’50 nella sezione di S. Giovanni e i ’70-’80 in quella della Balduina. Gli anni ’80 sono stati per lei anche quelli del femminismo, al centro Virginia Woolf di Roma. Negli anni ’90, Anna ha pubblicato due volumi di poesie: “Ospite messaggera” e “Fiamma e accostamento”. Stava lavorando ad una terza raccolta, ancora inedita, di cui vi proponiamo un frammento: “l’essere è più del dire / eppure quello strano vaneggiare / fa sentire essere nel dire”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Manni fa, Maria Luisa Boccia mi chiese di recensire un libro alquanto singolare: era il primo volume delle poesie di sua madre. Un titolo lirico e accattivante, “Ospite messaggera”. L’edizione sobria, come una plaquette aristocratica e, insieme, clandestina. Lo lessi - e lo rilessi - con curiosità: erano belle poesie, ispirate da un continuum lirico-esistenziale molto coinvolgente. L’autrice era una donna che si scopriva poetessa in età matura, non per ghiribizzo, non per ricerca di una qualche gloria mondana, ma per un bisogno profondo di comunicazione con “le altre”. Anche questo mi piacque. E mi apparve una sfida in qualche modo “vincente”. Ora che Anna Ingrao è scomparsa così improvvisamente, mi pare di averla conosciuta davvero. E mi pare di avvertire tutta la durezza della prova a cui in questo momento sono sottoposti Luisa, le sue sorelle, le sue cugine. E Pietro.&lt;br /&gt;Anna e Pietro erano molto legati, avevano un rapporto speciale di intimità. Parlavano molto, alla sera, specie nelle lunghe sere d’estate. Si scambiavano idee, e forse anche ricordi, giudizi e sensazioni. Lei, che per quasi tutta la sua vita si era dedicata alla famiglia - un marito e quattro figlie da accudire, una militanza politica, nel Pci, che non era mai venuta meno - con il passar degli anni era stata “conquistata” dal femmininismo, quello più sofisticato, colto e radicale del “Centro Viriginia Woolf “: Non deve esser stato così facile, per lei, condividere quell’esperienza con ragazze tanto più giovani, e tanto diverse - ma lo ha fatto, e certo ne dev’esser uscita trasformata, in un punto della vita nel quale la gran parte delle persone tende a riprodurre il se stesso, la se stessa di sempre, e comunque non osa avventurarsi su sentieri nuovi. E si può immaginare che anche per Pietro, così capace di declinare la sua straordinaria umanità nella forma della ricerca e della curiosità, questa sia stata un’occasione ulteriore per “conoscere” e “riconoscere” sua sorella. Del resto, nella famiglia Ingrao, nelle sue diverse generazioni, nelle differenze politiche, intellettuali, professionali, che caratterizzano ciascuno, c’è una speciale capacità non solo di vivere gli affetti, ma di essere, ciascuna e ciascuno a suo modo, un individuo singolare, ricco di autonomia. Penso a Giulia, così diversa da Anna, così immersa nella comunità di “Amore e Psiche”, ma così tanto, anche, sorella di Pietro. E di Anna. E, fino a qualche anno fa, di Ciccio, un uomo e un medico meraviglioso, anch’egli scomparso in un triste giorno d’agosto.&lt;br /&gt;Penso, più di tutte, a Maria Luisa, con la quale da tre mesi, in Senato, è cominciato un duro lavoro comune, un’impresa politica appassionante - e appassionata. Tra un’aula e una commissione, o nelle lunghe pause di attesa di una votazione, Luisa parlava quotidianamente con sua madre - e l’ho spesso vista preoccupata perché Anna non stava bene, non poteva uscire molto, si sentiva tagliata fuori dal “centro delle cose”. Si intuiva un rapporto complesso ma intenso e maturo, tra due donne che non erano unite soltanto dall’affetto, o da quello speciale cordone ombelicale che prima unisce una madre alle sue creature, e poi i figli ai genitori diventati anziani, e fragili. Ora, mi sento ancora più vicina a Luisa, e alla forza d’intelligenza e di politica che sa esprimere.&lt;br /&gt;Altre cose si vorrebbero dire, ma le parole rischiano di diventare ridondanti. A Pietro, a Luisa, a Giulia e a tutta la famiglia un abbraccio filiale. Ad Anna vorrei dire soltanto: “Che la terra ti sia lieve”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660780399678891?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660780399678891'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660780399678891'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_18_archive.html#115660780399678891' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660770117908335</id><published>2006-08-17T17:54:00.000+02:00</published><updated>2006-08-31T17:03:15.246+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 17.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il padre nobile del Prc bacchetta il leader indiscusso del partito. Argomento, tra i più delicati, Fidel Castro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Come militante di Rifondazione comunista sento il bisogno di esprimere il mio dissenso dal messaggio che in questi giorni il presidente Bertinotti&lt;br /&gt;e anche il compagno Giordano hanno inviato a Fidel Castro». Con queste parole inizia la lettera di Pietro Ingrao, pubblicata da Liberazione sull’edizione di Ferragosto. Un rimprovero in piena regola. «Da tempo penso che a Cuba sia in atto un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione, instaurando nell'isola un clima di dura illibertà», argomenta Ingrao. Gli auguri a cui si riferisce sono quelli che Bertinotti e Giordano hanno deciso di inviare a Castro nel giorno del suo ottantesimo compleanno. «Nel suo messaggio Bertinotti si riferiva all’«importante presenza nel mondo» di Castro, «presenza congiunta al cammino della rivoluzione cubana. Nessuno dei dissensi che abbiamo lealmente espresso può cancellare le speranze e le emozioni che hanno suscitato nella mia generazione e nel mio paese le donne e gli uomini della Sierra Maestra». A difesa di segretario e ex Segretario replica Liberazione: «L'opinione di Pietro Ingrao conta sempre molto», ma i messaggi di Bertinotti e Giordano a a titolo personale, rispecchiano la linea politica del Prc su Cuba. «Una linea di grande rispetto, naturalmente, per la rivoluzione e per molti dei suoi valori e per la lotta che Cuba ha dovuto sostenere, in questi quasi 50 anni, contro il continuo attacco degli Stati Uniti, ma insieme di critica severa per i limiti fortissimi alla libertà e allo svolgimento democratico della politica», si legge nella replica. Che ricorda come Bertinotti e Giordano abbiano molte volte differenziato l'esperienza castrista dal regime sovietico e dalla storia del partito comunista bulgaro. Spiega il Direttore, Piero Sansonetti: «Le critiche a Cuba sono tutte legittimissime. E Cuba non si può prendere certo a modello, ma è stato l’unico luogo che ha resistito all’assedio americano». Dentro Rifondazione tutti ribadiscono le critiche a Castro ma si schierano - pur con qualche distinguo - con l’opinione espressa dal quotidiano del partito. E così pur “restando un passo indietro” al Pdci che è stato il più vicino al leader maximo nei giorni della sua malattia, Rifondazione non rinuncia alla sua anima cubana. «Il giudizio di Ingrao è sbagliato, esagerato. Noi non abbiamo mai risparmiato le critiche nè a Castro nè al partito cubano - dice il deputato, Ramon Mantovani - Ma finchè ci sono l’embargo e l’aggressione c’è la giustificazione per vivere in condizioni diverse da quelle che si vorrebbero». Rina Gagliardi, ammettendo che si tratta di una questione delicata, ci tiene a sottolineare la differenza tra l’importanza simbolica di Cuba e la sua effettiva realtà: «L’opinione di Ingrao è da tenere in conto, dopodichè Unità 17/08/06&lt;br /&gt;è evidente che anche dal punto di vista simbolico e affettivo per molti giovani Cuba è importante». Anche il capogruppo del partito al Senato, Giovanni Russo Spena ribadisce, fatte salve le critiche, che «in America Latina Castro è un punto di riferimento della critica al liberalismo». E propone: «Lottiamo tutti insieme contro il blocco economico da parte degli Usa condannato anche dall’Onu e convinciamo i cubani ad una maggior democrazia interna».«Credo che il messaggio d’auguri sia un problema di civiltà di rapporti con un personaggio storico del 900, che tra l’altro Bertinotti conosce», dice il vicepresidente del Senato, Caprili. Si differenzia, invece, sia da Bertinotti che da Ingrao il leader della minoranza Sinistra Critica, Cannavò: «Non mi sembra che la discussione su Cuba si possa basare sugli auguri a Fidel Castro. Io glieli avrei fatti, perchè è giusto, ma li avrei fatti anche a Cuba perchè torni a essere una democrazia socialista». Mentre altri delle minoranze trotzkiste del partito esprimono disaccordo con Ingrao. «Mi sembra che sia un giudizio ingeneroso nei confronti di quest’esperienza che pure certamente vive delle difficoltà e può aver commesso degli errori», afferma il leader dell’Ernesto, Claudio Grassi. «Non mi permetto di liquidare in maniera così sbrigativa la grande esperienza anticapitalista di Cuba», dice anche Burgio (l’Ernesto).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 17.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il fascino delle divise naziste&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;A sorpresa il libro è in vendita da ieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ecco i ricordi del romanziere che cita "la recluta che porta il mio nome"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di A.T.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BERLINO. Sbucciando la cipolla, il libro in cui Günter Grass confessa di aver creduto nel nazismo e di aver servito nelle SS, è già in vendita da ieri. L’editore Steidl ha scelto di non attendere più settembre, e di lanciarlo sull’onda delle polemiche. Ecco alcuni passi significativi delle Memorie-confessione di Grass:&lt;br /&gt;Lo scoppio della guerra - «La mia infanzia finì in uno spazio ristretto, quando la guerra cominciò proprio dove io crescevo (...) i ricordi amano il gioco a nascondino dei bambini, si accucciano. Tendono a farsi belli, spesso senza necessità. Contraddicono la Memoria, che pedante e tenace vuole avere ragione».&lt;br /&gt;Un familiare assassinato dai nazisti - «La guerra era iniziata da pochi giorni quando un cugino di mia madre, zio Franz, che come postino appartenne ai difensori della Posta polacca (di Danzica, ndr), subito dopo la fine del breve combattimento fu fucilato sul posto su ordine tedesco. Il giudice del campo che firmò la condanna a morte, dopo la guerra poté lavorare a lungo indisturbato come giudice in Schleswig-Holstein e firmare altre sentenze. Era abituale nell’epoca del cancelliere Adenauer (...) in famiglia di zio Franz improvvisamente non si parlò più. Il suo nome restò taciuto, come se non fosse mai esistito, come se fosse inenarrabile tutto quanto riguardava lui e la sua famiglia».&lt;br /&gt;Il Reich di vittoria in vittoria - «Notizie straordinarie sul’offensiva-Blitzkrieg contro la Francia, la capitolazione dell’arcinemico (...) così andava avanti attraverso le conquiste, come una lezione di geografia allargata: colpo dopo colpo, vittoria dopo vittoria (...) alcuni di noi, anch’io, sperammo, in tre o quattro anni, se la guerra fosse durata abbastanza, di andare in marina, se possibile come marinai degli U-Boot. In costume da bagno festeggiavamo l’enumerarsi di successi militari».&lt;br /&gt;Il fascino del nazismo - «Già negli ultimi tempi dello Stato libero di Danzica - avevo dieci anni - il giovane che portava il mio nome fu membro volontario dello Jungvolk, una organizzazione affiliata alla Hitlerjugend (...) come regalo di Natale sognavo l’uniforme (...) non solo l’uniforme seduceva. Lo slogan "la gioventù deve essere guidata dalla gioventù" esprimeva un’offerta di vita: campeggi, giochi all’aria aperta, falò (...) cantavamo, come se i nostri canti avessero potuto rendere il Reich sempre più grande».&lt;br /&gt;Il giovane Grass diventa nazista convinto - «Come membro della Hitlerjugend ero un giovane nazista. Credente fino in fondo. Non ero fanatico, ma riflettendo con lo sguardo alla Bandiera che, si diceva, valeva "più della morte", restai nei ranghi, uso a marciare al passo. Nessun dubbio tormentava la Fede, niente di sovversivo come la distribuzione segreta di volantini, può assolvermi, nessun narrare barzellette su Goering mi rendeva sospetto. Io vedevo la Patria minacciata, perché circondata da nemici» (...) Per assolvere quel giovane, cioè me, non si può neppure dire "ci hanno sedotti"! No, noi ci lasciammo sedurre, io mi lasciai sedurre».&lt;br /&gt;Arruolarsi per affrancarsi dal padre - «L’odio del figlio di mamma verso il padre, questo fiume di sentimenti che già muove le tragedie greche e poi rese il dottor Freud e i suoi discepoli così sensibili, fu in me, se non la causa, la spinta di cercare di prendere il largo. Sondai più vie di fuga. Tutte indicavano una direzione: via da qui, al fronte, a uno dei diversi fronti, il più presto possibile».&lt;br /&gt;L’arruolamento nelle SS - «Al piano nobile d’una grande villa borghese, nel quartiere di Weisser Hirsch, seppi a quale truppa sarei appartenuto. Il mio ordine di mobilitazione chiarì dove la recluta che portava il mio nome avrebbe dovuto essere addestrata come carrista in un centro d’addestramento delle Waffen-SS. Da qualche parte nelle selve boeme. Mi chiedo: mi scosse allora quanto allora non era possibile non vedere all’ufficio di reclutamento, quel che oggi ancora - la doppia S - mi sembra orribile? (...) allora consideravo le Waffen-SS piuttosto come un’unità scelta (...) e le Waffen-SS avevano anche qualcosa di europeo: nelle sue divisioni combattevano volontari francesi, valloni, fiamminghi, olandesi, molti norvegesi, persino neutrali svedesi, insieme al fronte orientale in una battaglia di difesa, che, si diceva, avrebbe salvato l’Occidente dalla marea bolscevica».&lt;br /&gt;Certezze allora, dubbi oggi - «C’erano abbastanza scuse da accampare. Eppure per decenni mi sono rifiutato di ammettere, di fare i conti con quelle due lettere. Quel che avevo messo in conto con lo stupido orgoglio della mia gioventù, lo volli nascondere dopo la guerra con una vergogna che cresceva nel mio animo. Ma il peso restò, e nessuno poté mai alleviarlo. Certo, durante l’addestramento, non sentii mai parlare dei crimini di guerra che più tardi vennero alla luce, ma la presunta non conoscenza non poteva coprire come un velo la mia scelta d’allora di servire un sistema che pianificò, organizzò ed eseguì lo sterminio di milioni di persone».&lt;br /&gt;Ricordo d’un compagno di prigionia - «Ah, se allora (in servizio, ndr) avessi già avuto i barattoli e i dadi che poi, dopo la fine della guerra, furono bottino. Con barattoli e dadi io e un coetaneo, nel campo di prigionia alleato di Bad Aibling, giocavamo a dadi sul futuro. Joseph si chiamava quel ragazzo, era così fervente cattolico, che voleva ad ogni costo farsi prete, diventare vescovo, se possibile cardinale. Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che fare con i miei ricordi del servizio, nella selva oscura».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Redazione Lanci – Agenzia Zadigroma 17 agosto 2006&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Scienza7 - le notizie di Ulisse&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il gene che ci rende più umani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Chiamato HAR1F è responsabile della crescita della neocorteccia cerebrale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si chiama HAR1F ed è uno dei geni che ci distingue dagli scimpanzé e che contribuisce a rendere unici gli esseri umani unici. Il gene è stato scoperto da un gruppo di ricercatori americani coordinati da David Haussler dell'Università della California di Santa Cruz ed è descritto in un articolo pubblicato sulla rivista “Nature”.&lt;br /&gt;I ricercatori hanno confrontato le sequenze genetiche di vari animali (pollo, scimpanzé e ratto) con quelle dell’uomo alla ricerca delle principali differenze. È così emerso il ruolo del gene HAR1F che entra in azione proprio in uno dei momenti più delicati dello sviluppo del cervello dell’embrione, e cioè quando si forma la neocorteccia, la regione nella quale avvengono le attività cerebrali più complesse. Dunque HAR1F si esprime in quella parte del cervello tipicamente umana, ed è per questo che è stato additato come “gene spartiacque”, che in qualche modo contribuisce a separare l'uomo dalla scimmia.&lt;br /&gt;Il gene si trova all'interno di una regione del genoma, chiamata HAR1 (Human Accelerated Region 1), che si è modificata moltissimo negli ultimi 5 milioni di anni e nella quale sono emerse le principali differenze (a livello genetico) tra uomini e scimpanzé. In questa regione infatti ci sono ben 18 differenze tra le due specie, contro le solo due riscontrate confrontando invece il genoma degli scimpanzé con quello dei polli.&lt;br /&gt;Dallo studio è emerso anche che il gene HAR1F è legato alla relina, una sostanza che è coinvolta nello sviluppo della schizofrenia, nell’Alzheimer e in una malattia mortale molto rara che colpisce un bambino ogni centomila chiamata lissencefalia. Se venisse confermato che HAR1F è un regolatore della relina, si aprirebbero molte prospettive terapeutiche per la cura dell'Alzheimer, dal momento che questa patologia è proprio causata da un alto livello di relina.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://ulisse.sissa.it/scienzaEsperienza/notizia/2006/ago/Uesp060824n002"&gt;http://ulisse.sissa.it/scienzaEsperienza/notizia/2006/ago/Uesp060824n002&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660770117908335?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660770117908335'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660770117908335'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_17_archive.html#115660770117908335' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660762719630910</id><published>2006-08-16T17:53:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T10:01:30.406+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Giornale 16.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ingrao dà lezione a Bertinotti: «Un errore gli auguri a Castro»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Alessio Garofoli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma. No, il dibattito no, si potrebbe dire citando il giovane Moretti di Io sono un autarchico. Dopo i mal di pancia causati dal rifinanziamento della missione in Afghanistan e quelli, attesi a breve, per l'invio delle nostre truppe in Libano, Rifondazione comunista è scossa da un'altra querelle. E stavolta si tratta di Fidel Castro, non proprio un personaggio di secondo piano nell'immaginario del popolo rosso.&lt;br /&gt;Pietro Ingrao, uno dei padri nobili della sinistra nonché primo comunista a presiedere l'assemblea di Montecitorio, &lt;br /&gt;ha inviato ieri l'altro una lettera al quotidiano del Prc, Liberazione, con la quale prende nettamente le distanze dagli auguri commossi mandati al leader caraibico dal suo successore alla presidenza della Camera, Fausto Bertinotti, e da Franco Giordano, in occasione dei suoi ottant'anni. «Come militante di Rifondazione comunista sento il bisogno - scrive Ingrao - di esprimere il mio dissenso dal messaggio che in questi giorni il presidente Bertinotti e anche il compagno Giordano hanno inviato a Fidel Castro. &lt;br /&gt;Da tempo penso che a Cuba sia in atto un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione, instaurando nell'isola un clima di dura illibertà. Può darsi che io mi sbagli - conclude - ma ritengo giusto si sappia che sulla situazione in atto a Cuba ci sono in Rifondazione rilevanti differenze di opinione».&lt;br /&gt;Una posizione che non stupisce, per la verità. Basti pensare al giudizio poco lusinghiero che il decano del comunismo italiano regalò ad Aldo Cazzullo sul líder máximo:  «Quando (Fidel, ndr) prese il potere passai un mese a Cuba. E Castro non mi piacque per nulla. Parlava per ore, senza ascoltare mai».&lt;br /&gt;La lettera di Ingrao rischia di aprire una ferita nell'animo di tanti compañeros nostrani laddove parla delle diverse idee presenti nel Prc su Fidel e il suo regime. Il direttore di Liberazione, infatti, non lo smentisce. Premettendo nella sua replica che «l'opinione di Pietro Ingrao conta sempre molto. Specialmente su questioni così grandi e generali: &lt;br /&gt;come l'idea di libertà, di Stato, di dittatura, di regime», Piero Sansonetti ribadisce che il messaggio di auguri a Castro di Bertinotti e Giordano è coerente con la linea politica che da sempre Rifondazione ha espresso su Cuba. «Una linea di grande rispetto, naturalmente, per la rivoluzione e per molti dei suoi valori e per la lotta che Cuba ha dovuto sostenere, in questi quasi 50 anni, contro il continuo attacco degli Stati Uniti - prosegue Sansonetti -, ma insieme di critica severa per i limiti fortissimi alla libertà e allo svolgimento democratico della politica e per ogni singolo atto di repressione e di punizione del dissenso, &lt;br /&gt;o di violazione dei diritti umani. Questa critica Rifondazione l'ha espressa anche solennemente nelle aule parlamentari».&lt;br /&gt;Né con Fidel né contro di lui, parrebbe di capire. Poi il direttore di Liberazione conclude: «Naturalmente Ingrao ha ragione: in Rifondazione convivono giudizi abbastanza diversi su Cuba e sul castrismo. Bertinotti e Giordano, per esempio, hanno detto molte volte di non essere convinti che l'esperienza castrista possa essere liquidata in toto, come fosse il regime sovietico o la storia del partito comunista bulgaro».&lt;br /&gt;E l'impressione che Ingrao abbia detto la verità è confortata da Elettra Deiana, vice presidente della commissione Difesa della Camera. La deputata trotzkista di Rifondazione ricorda di aver criticato da sempre le «esperienze autoritarie legate alla statualità sovietica». Il problema vero, dice Deiana, investe la natura del regime cubano, che lei non considera né democratico né «partecipato». Pur trovando eccessiva la carica polemica della lettera di Ingrao, la deputata ammette di essere d'accordo con quest'ultimo.  &lt;br /&gt;Anche se è fisiologico che il dibattito resti aperto, poiché il castrismo è «un'esperienza che ha attraversato la storia della sinistra». In ogni caso, Deiana è convinta che la società cubana sia vitale e che possa trovare da sola la forza di evolversi, e si dichiara perciò «ostile a qualunque trasmissione eterodiretta (dagli Stati Uniti, ndr) di democrazia». Almeno su questo, all'interno di Rifondazione sono tutti d'accordo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660762719630910?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660762719630910'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660762719630910'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_16_archive.html#115660762719630910' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660752048625776</id><published>2006-08-15T17:51:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T10:00:06.060+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 15.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Una inversione nella politica internazionale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Piero Sansonetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha ragione Giulio Andreotti (come spesso gli capita in politica estera): la risoluzione 1701 dell’Onu, che pone fine a un mese di guerra feroce in Libano, non risolve il problema fondamentale che è la causa di quella guerra e della drammaticissima crisi del Medioriente: il problema palestinese. Mezzo milione di profughi in Libano, disperati, poveri, senza una prospettiva, e poi l’inferno di Gaza, dove l’esercito israeliano continua ad uccidere, e le centinaia di migliaia di senza patria, in Israele e altrove. Un popolo intero che non ha una terra, uno stato, un suo sistema di diritti, la possibilità di creare un’economia, e per di più è sottoposto alla violenza brutale di Israele e spesso a plateali violazioni di ogni forma di legalità. Oltre che alle sanzioni - ingiuste e odiose - decise dall’Occidente e dall’Europa, che non hanno gradito il risultato delle elezioni parlamentari a Gaza.&lt;br /&gt;La questione palestinese è gigantesca e non la si può affrontare se non si rompe il sistema di potere-totale instaurato dal binomio Usa-Israele; e se non la si affronta non si potrà mai pensare di avere avviato a soluzione i problemi infernali di quella parte del mondo.&lt;br /&gt;Detto questo, la risoluzione 1701 dell’Onu, dopo molti e molti decenni, segna una svolta nella politica internazionale. Badate che è una svolta importantissima. La 1701 mette fine (speriamo in modo non troppo effimero) a una guerra che aveva provocato centinaia di morti e di orrendi crimini (soprattutto dell’esercito di Israele). E produce una notevole quantità di effetti collaterali importanti: rilancia dopo anni di umiliazioni il ruolo dell’Onu (quasi cancellato dal Kosovo, dall’Afghanistan, dall’Iraq, eccetera); esclude di fatto la Nato e gli Stati Uniti dal ruolo guida e dalla partecipazione alla azione militare; assegna il compito di stabilire la pace all’Unifil (che è già presente sul posto ma vedrà aumentare i suoi uomini e i mezzi) e quindi a un gruppo di paesi europei guidati dalla Francia, e poi dall’Italia e dalla Spagna; impone a Israele di ritirarsi, e garantisce il ritiro con truppe neutrali. In sostanza imprime alla politica internazionale una inversione di tendenza. Che viene accolta con favore dal Libano e dal mondo arabo in tutte le sue formazioni, compresi Hezbollah e persino Jiad islamica. Ora voi capite che opporsi a questa risoluzione può avvenire solo o per errore, per una valutazione distratta, o - però sul versante opposto - perché non si vuole fermare Israele e ridurre il suo ruolo.&lt;br /&gt;Dopodiché è giusto discutere, fare dei distinguo, chiedere garanzie: perché una missione militare è sempre una cosa molto complicata, ed è importante che sia controllata dal parlamento e dall’opinione pubblica e che avvenga dentro i confini delle regole costituzionali e della vocazione pacifista del centrosinistra italiano. Discutiamo bene, però tenendo conto che i tempi non li stabiliamo noi ma l’emergenza umanitaria, ed evitando di fare pasticci come confondere la missione in Libano con quella in Iraq o quella in Afghanistan: non è che sono imprese diverse, sono del tutto opposte. Nei fini, nei modi, nel senso politico.&lt;br /&gt;P. S. Il mio amico Furio Colombo continua a polemizzare con la Rai perché è filopalestinese. Gli ha risposto Sandro Curzi con molta durezza. Ho grande affetto per Furio, che è stato mio direttore tanti anni, e col quale ho lavorato molto bene: però la sua polemica contro colleghi bravissimi del Tg3 è del tutto infondata e molto pericolosa. Infondata perché i giornalisti del Tg3 si sono limitati a riportare le notizie, e se le notizie erano di stragi orrende e di gravissime violazioni della legalità internazionale da parte di Israele, loro non potevano farci niente. Potevano tacere, sorvolare: avrebbero fatto un pessimo lavoro. Furio dice che non hanno dato con sufficiente rilievo la notizia che i bambini uccisi a Cana erano 17 e non 25. Già, ma tutti sappiamo benissimo che è difficile fare un titolo che dice: “Solo 17 i bambini uccisi a Cana dai missili israeliani... ” Non vi pare?&lt;br /&gt;La polemica di Colombo è anche pericolosa, perché indicare pubblicamente dei giornalisti del servizio pubblico, e dire che sono sgraditi, e farlo dalle pagine di un giornale di partito - considerato il partito che ha la maggiore influenza sul Tg3 - potrebbe avere conseguenze. E noi di epurazioni di giornalisti ne abbiamo abbastanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 15.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;«Fausto, perchè mandi messaggi a Castro? Lì c’è una dittatura...»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Pietro Ingrao&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Caro direttore,&lt;br /&gt;Come militante di Rifondazione comunista sento il bisogno di esprimere il mio dissenso dal messaggio che in questi giorni il presidente Bertinotti e anche il compagno Giordano hanno inviato a Fidel Castro. Da tempo penso che a Cuba sia in atto un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione, instaurando nell’isola un clima di dura illibertà.&lt;br /&gt;Può darsi che io mi sbagli, ma ritengo giusto si sappia che sulla situazione in atto a Cuba ci sono in Rifondazione rilevanti differenze di opinione.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’opinione di Pietro Ingrao conta sempre molto. Specialmente su questioni così grandi e generali: come l’idea di libertà, di Stato, di dittatura, di regime. Il messaggio che Bertinotti e Giordano hanno inviato a Castro - e lo hanno fatto a titolo personale - rispecchia la linea politica (se si può usare questo termine un po’ antico) che Rifondazione ha sempre espresso su Cuba. Una linea di grande rispetto - naturalmente - per la rivoluzione e per molti dei suoi valori, (e per la lotta che Cuba ha dovuto sostenere, in questi quasi 50 anni, contro il continuo attacco degli Stati Uniti), ma insieme di critica severa per i limiti fortissimi alla libertà - e allo svolgimento democratico della politica - e per ogni singolo atto di repressione e di punizione del dissenso, o di violazione dei diritti umani. Questa critica Rifondazione l’ha espressa anche solennemente nella aule parlamentari.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Naturalmente Ingrao ha ragione: in Rifondazione convivono giudizi abbastanza diversi su Cuba e sul castrismo. Bertinotti e Giordano, per esempio, hanno detto molte volte di non essere convinti che l’esperienza castrista possa essere liquidata in toto, come fosse il regime sovietico o la storia del partito comunista bulgaro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 15.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Saleem, sgozzata perché non seguiva le regole del patriarcato fondamentalista&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Alle volte i maschi di famiglia decidono che il prezzo della libertà di una donna è la vita&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Monica Lanfranco&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali.&lt;br /&gt;E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini.&lt;br /&gt;In questi giorni di ansia per il Libano, per l’Iraq e per chissà quante altre guerre e pericoli che incombono rischia di passare come secondaria, o solo come fatto di ordinaria cronaca nera, la morte atroce, in luogo e tempo di relativa pace quale è la provincia bresciana, della giovane Hina Saleem, di origine pakistana, trovata uccisa e seppellita nel giardino della casa paterna. Dopo due giorni di inutili ricerche, innescate dall’allarme lanciato dal fidanzato italiano con il quale la ragazza viveva da poco, il ritrovamento del corpo ha dato il via alle indagini, dalle quali emergono inquietanti risvolti. Sembrerebbe infatti che l’esecuzione di Hina sia stata decisa da un consiglio di famiglia, che preferiva la sua morte piuttosto che il disonore di una convivenza con un uomo di diversa religione: la giovane si sarebbe sottratta ad un matrimonio combinato, trasgredendo al punto da osare convivere. Il padre, che si è costituito ieri pomeriggio insieme a un cognato, si rifiuta di rispondere agli inquirenti, mentre il fidanzato italiano sarebbe ancora sotto protezione, in un luogo segreto, per timore di eventuali ritorsioni da parte di altri familiari di Hina.&lt;br /&gt;La foto della ragazza pubblicata dai giornali la ritrae bella, profondi occhi scuri, il sorriso aperto e pieno di vita che ogni ragazza dovrebbe avere nell’affrontare le promesse dell’amore, del futuro, della costruzione della propria esistenza, che invece è stata fermata per sempre dal coltello che le ha tagliato la gola. L’orrore della sua morte ci ricorda che ancora troppi sono i pericoli che le donne corrono, solo perché sono donne: pericoli che hanno le sembianze non di maniaci sconosciuti, di uomini folli o spietati che ti aggrediscono per strada, ma che hanno il volto, lo sguardo e le mani di tuo marito, del tuo compagno, di un tuo parente, di tuo fratello, di tuo padre. Uomini vicini, vicinissimi, che hai amato, spesso che ti sei scelta, con i quali hai progettato la vita, o percorsi di esistenza. Ci rammenta che fino a quando la libertà di scelta delle donne di vivere pienamente e senza vincoli, terreni e ultraterreni, non verrà considerata indicatore prioritario per la realizzazione della civiltà, della cultura e della politica di un paese e di un popolo nessuna donna e nessun uomo saranno al sicuro.&lt;br /&gt;CI testimonia che la pace e l’armonia tra i generi si costruiscono a cominciare dalla sconfitta delle tenaci e letali visioni fondamentaliste di chi usa le religioni brandendole come spade e come uniche fonti per tenere l’ordine e il controllo, visioni che diventano leggi di regimi totalitari, spesso succhiate con il latte dalle madri, che purtroppo sorreggono l’architrave patriarcale, potente alleato di ogni regime liberticida, sessuofobo e oscurantista. Ci incalza a non perdere di vista che la sfida, oggi specialmente in tempi di guerra e scontro di civiltà, che deve raccogliere chi si dice femminista e di sinistra è quella di rilanciare i valori della laicità e dell’autodeterminazione femminile, fragili sempre e da tramandare con costanza e ostinazione alle giovani generazioni, per metterli a disposizione di ogni persona, specialmente di chi arriva in occidente, come beni preziosi, collettivi, e irrinunciabili. Hina ne voleva godere, e forse è stata lasciata sola, troppo sola di fronte al pericolo. Così come era stata lasciata sola la giovane operaia italiana perseguitata dall’ex fidanzato, nonostante lo avesse più volte denunciato alla polizia, e uccisa dallo stesso alcuni mesi fa. Così come sole sono state lasciate le oltre 200 donne ammazzate tra le mura domestiche lo scorso anno, punte sanguinanti dell’iceberg della violenza di genere. Sole, perché accanto alla costernazione e all’orrore c’è ancora troppa gente, e troppe culture, e troppi modi di pensare, che giustificano la violenza contro le donne. Si dice: certo è orribile che sia stata stuprata, picchiata o uccisa. Però. Però forse una donna non dovrebbe essere troppo libera; non dovrebbe provocare con l’abbigliamento, e perché poi studiare, o lavorare fuori casa invece di sposarsi e fare la mamma, perché essere inquieta, non stare al suo posto, chiedere, volere vivere? Perché non sottostare alla legge del padre, a quella del clan, a quella di dio? Troppo spesso gli omicidi di donne vengono giustificati e letti, quasi compresi e quasi empatizzati, come gesti di uomini disperati che non sono riusciti a sopportare il dolore e il peso della separazione, per troppo amore, per troppo attaccamento. E va a finire che era lei, la vittima, quella donna così troppo autonoma, ad essere egoista, insensibile: troppo poco donna, appunto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;il manifesto 15.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ma il Corano non permette di uccidere la figlia ribelle&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il diritto musulmano non delega alla famiglia il diritto di decidere sulla vita o la morte dei figli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Annalena Di Giovanni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tempo ritenuto una tradizione culturale «mediterranea», ultimamente ritenuto da molti una pratica tipicamente islamica, il delitto cosiddetto d'onore è in realtà un fenomeno trasversale a culture e religioni, riscontrabile in qualsivoglia cultura dove la discendenza è patrilineare e dove il controllo della sessualità femminile viene caricato di precise istanze sociali. Tuttavia, che la condotta di una donna divenga il baricentro del prestigio della sua famiglia non è assolutamente sancito in ambito islamico. Non soltanto: che sia la famiglia, a giudicare e punire una donna, è insensato ed apertamente condannabile dal diritto musulmano.&lt;br /&gt;Anzitutto, il complesso sistema probatorio del diritto islamico mal si adatta all'arbitrario sistema punitivo del delitto d'onore. Nel Corano sono condannati l'adulterio ed il sesso extra-maritale, o zina, e dunque meritevoli di punizione colui o colei li pratichino. Il problema, nel caso di una donna, è riuscire a provarne la colpevolezza. Per farlo occorrono quattro testimoni oculari pronti a giurare di aver visto la donna accusata fornicare consensualmente con un uomo che non sia suo marito. Contro i diffamatori esistono pene severe, e comunque cinque giuramenti di innocenza di una donna valgono più di quattro improbabili testimoni oculari messi insieme. Nel caso che la donna sia incinta, la prova non è sufficiente perchè una gravidanza non ne prova la colpa di consensualità; in questo, l'unica scuola giuridica a far eccezione è quella malikita, in vigore soprattutto in Africa occidentale, che considera la gravidanza prova sufficiente di zina. L'episodio nella vita del profeta Maometto alla base di questo questo complesso sistema di «tutela» dalla diffamazione (che all'epoca servì per discolparle sua moglie A'sha, sparita per una notte in compagni di un giovane) segnò un'evidente e volontaria frattura con il diritto consuetudinario e con l'intera struttura politico-sociale araba arcaica che proprio sul controllo e sulla reclusione delle donne si basavano. A prescindere dalla probatorietà o meno della zina, nessun sistema di diritto autorizza figure estranee al proprio ordinamento ad amministrare le pene ed il diritto musulmano non è da meno:perchè un padre o un fratello dovrebbero essere autorizzati a fare il lavoro di un tribunale? La dottrina giuridica islamica si è minutamente articolata e sviluppata per secoli, proprio per sostituirsi a quelli che erano i costumi e le tradizioni locali, svincolare gli individui dal potere del clan e garantire a tutti un «giusto processo» secondo i propri criteri. Perchè abdicare dunque? Un esempio lampante della distanza del diritto islamico dalla pratica del delitto d'onore è la turchia ottomana del 1500, quando nel tentativo di armonizzare l'estesa popolazione musulmana si istituirono corti sciaraitiche su tutto il territorio. Accadeva spesso che le donne «disonorate» ricorressero al tribunale autoaccusandosi. Il motivo era semplice: le pene dispensate dal Qadhi (giudice) rispetto a quelle del padre o del fratello maggiore erano ben diverse dalla morte. Dal canto suo, la comunità si riteneva soddisfatta dalla pubblica ammissione del proprio «errore». La morale era in qualche modo ribadita, l'ordine pubblico «salvo» e la reintegrazione della «svergognata» possibile.&lt;br /&gt;Indubbiamente c'è un problema a monte, quello che sorge di fronte ad una morale religiosa e la sua imposizione. Anche l'Antico Testamento, come il Corano, prevedeva severe pene per l'adulterio ma sono ormai molti gli stati in cui religione ed ordine pubblico,sono ambiti distinti ed ognuno è libero di condurre la propria sfera privata in base alle proprie convinzione. Ma è logica e profonda la distanza tra delitto d'onore ed islam, quantomeno sul piano teorico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;il manifesto 15.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Sulla strada dei diritti e della responsabilità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Un saggio di Francesco Fistetti che ripercorre la storia recente del pensiero critico italiano indicando nell'incontro di Gramsci e di Foucault la strada per uscire dalla sua crisi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Carlo Altini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo lungo post-1989 parlare di marxismo, in Italia, non è ritenuto un elemento caratterizzante l'«intellettuale impegnato». Più rassicurante è parlare di «sinistra», magari senza specificarne la natura. Con tutta evidenza, si tratta di uno slittamento linguistico cui corrisponde uno slittamento culturale che indica un blocco etico ed epistemologico nell'elaborazione di una teoria critica della società. Malgrado questo tabù diventa, tuttavia, sempre più innegabile che proprio oggi alcuni elementi del pensiero marxista appaiono preziosi per cogliere la forma universale di astrazione che il capitalismo ha assunto nell'età globale, cioè nell'epoca della crisi della produzione fordista e della sovranità statale. Ma quale marxismo? E da dove ripartire, dopo gli anni del deserto?&lt;br /&gt;Su il manifesto (24, 28, 30 marzo, 11 e 22 aprile) sono già apparsi contributi di filosofi e economisti che mirano a mettere a tema alcune prove di rinascita del marxismo. Francesco Fistetti (La crisi del marxismo in Italia. Cronache di filosofia politica: 1980-2005, il Melangolo, pp. 103, euro 16) ci indica una strada feconda, elaborando un intreccio esemplare tra filosofia politica e storia della filosofia. Infatti il suo ritorno su alcuni snodi fondamentali della storia intellettuale italiana degli ultimi tre decenni non intende limitarsi a proporre percorsi eruditi di catalogazione storica, ma intende proprio - attraverso la comprensione delle anomalie, delle svolte, degli errori e dei problemi inevasi del marxismo italiano - individuare una nuova via di pensiero critico.&lt;br /&gt;Senza perdere il gusto per la complessità concettuale e le stratificazioni teoriche, le analisi politiche e i profili intellettuali tracciati da Fistetti si presentano come fugaci e lapidari giudizi sull'incapacità del pensiero marxista, negli anni Ottanta, di «guardare in faccia la realtà e di volgersi ad un atteggiamento critico nei confronti dei paradigmi filosofico-politici dominanti». Non meno vivide le accuse contro le politiche dei partiti della sinistra, in particolare contro la «legge bronzea delle élites» e contro la separazione tra teoria e politica. Addirittura disastrosa l'illusione nutrita da tanti intellettuali di trovare nelle pagine di Carl Schmitt e Niklas Luhmann la via d'uscita ai problemi della democrazia, mentre decisivo sarebbe stato l'incrocio - mai tentato - tra i concetti di egemonia e governamentalità, cioè tra le indagini di Antonio Gramsci e Michael Foucault sulla «metafisica» e sull'antropologia dello Stato keynesiano-fordista (e, in misura minore, per l'autore sarebbe stato utile il confronto con l'austromarxismo di Bauer e Adler, con il socialismo liberale di Carlo Rosselli e con il liberalsocialismo di Guido Calogero).&lt;br /&gt;Ne risulta pertanto una galleria di errori (da quelli compiti secondo Fistetti dai marxisti Tronti, Geymonat, Negri e Asor Rosa e dagli intellettuali di «sinistra» Cacciari, Vattimo, Veca e Flores d'Arcais), di fronte ai quali vengono invocati gli esempi di riflessione critica offerti da Claude Lefort, per esempio intorno al tema-chiave della biopolitica totalitaria.&lt;br /&gt;Risiede in questo mancato aggiornamento della «cassetta degli attrezzi» dei marxisti italiani (ma, possiamo aggiungere, non solo italiani) l'incapacità di comprendere e di governare il decisivo passaggio culturale dal paradigma distributivo al paradigma del riconoscimento che si è consumato negli anni Novanta e la cui onda lunga è ancora al centro (talvolta in modo tragico, come nei tribalismi fondamentalisti) delle attuali politiche nazionali e internazionali.&lt;br /&gt;La pars destruens del volume serve a spiegare lo status quo del pensiero marxista dovuto alla sciagurata divaricazione tra le «due sinistre», cioè tra coloro che accettano un angusto liberalismo economico-politico e coloro che, pur smascherando le illusioni del neoliberalismo, non riescono a definire un nuovo paradigma democratico, visto che si limitano a enfatizzare le tendenze negative della cittadinanza nazionale e della governance globale. Fistetti non ha dubbi sul nucleo del problema: «Il punto critico della teoria di Marx e dei marxismi è esattamente il politico» che porta a pagare un prezzo altissimo alla difesa della democrazia e dei diritti.&lt;br /&gt;In breve: al marxismo italiano è mancata un'elaborazione concettuale che, a partire da una riflessione critica sui propri limiti nell'analisi dello Stato keynesiano-fordista, fosse in grado di rispondere all'attuale crisi della democrazia, senza gettare via la democrazia stessa.&lt;br /&gt;Qui Fistetti recupera la lezione di Lévinas assumendo la «responsabilità per l'altro» quale terreno di ricostruzione di una polis autenticamente democratica e quale risposta al rapporto problematico tra giustizia e riconoscimento. I diritti non devono dunque essere intesi individualisticamente, ma come bene comune (ecco perché è necessario parlare di asimmetria dell'altro e di eccedenza della diversità): solo così le differenze non si presentano come affermazione di identità contrapposte, ma come espressione di una finitudine consapevole dei propri limiti. Qui, in un'etica del limite che intacca lo statuto del soggetto «proprietario» senza corrodere il linguaggio dei diritti, risiede la vera sfida che il pensiero marxista può lanciare - senza complessi d'inferiorità - al pensiero liberale, soprattutto attraverso un ripensamento dell'ethos delle nostre categorie filosofiche e politiche, così da rimettere in gioco le questioni del dono e dell'obbligazione verso gli altri, anche e soprattutto nell'epoca della globalizzazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;il manifesto 15.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Variazioni attorno al trittico maledetto della filosofia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Oltre la tradizione Marx, Spinoza e Machiavelli. L'altra storia del materialismo. «Incursioni spinoziste» di Vittorio Morfino per Mimesis Il vuoto del presente Un teorico che costringe a misurarsi con l'aleatorietà degli eventi storici e le possibilità offerte dalla contingenza&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Roberto Ceccarelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una fortuna che nessuno abbia ancora avuto il cattivo gusto di dichiarare l'avvento di un «rinascimento di Spinoza», anche se in Italia continuano a moltiplicarsi libri, convegni, tesi di laurea e un certo fascino diffuso per il filosofo olandese. Spinoza non è mai stato arruolato e, di conseguenza, abbandonato da un partito, dalle masse o semplicemente dagli specialisti. Dopo il «secolo grande e terribile», il Novecento, oggi non viene riscoperto proprio da «nessuno».&lt;br /&gt;Al contrario di quanto purtroppo accade a Marx da qualche tempo. A nessuno infatti passerebbe per la testa che una rinnovata analisi filologica dell'opera di Spinoza possa scatenare le fantasie di una riscossa contro un mondo ingiusto. Non solo perché essa sia più impervia di quella del filosofo di Treviri, e non consente facili analogie con il presente, ma perché lo studio dei pensatori materialisti dovrebbe avvertire che raramente la teoria offre una chiave universale capace di imbandire la tavola per la rivoluzione.&lt;br /&gt;L'indice di serietà di un libro su uno dei principali autori della tradizione materialista sta nello schiarire il cielo da ogni velleitarismo politico e teorico. Per chi crede che Spinoza - per non dire Marx - abbia inteso la teoria innanzitutto come il campo di battaglia contro altre teorie, segno che la teoria è sempre prodotta dalle contingenze storiche, da uno scontro, da una polemica, e che alla storia vanno strette la camicia di forza della teleologia o del finalismo, una lettura interessante è quella del libro di Vittorio Morfino Incursioni spinoziste. Causa, tempo, relazione (Mimesis, pp.235, € 16).&lt;br /&gt;La ragione è evidente, basta scorrere i suoi primi tre saggi. Quello di Spinoza è ancora un pensiero che serve a muovere guerra contro le immagini consolidate del pensiero occidentale. Morfino scardina ad esempio l'immagine classica che la storia della filosofia ha dato di Spinoza. Quella cioè di una filosofia improntata all'idea che Heidegger aveva della storia dell'«Essere» e che oggi, dopo un trentennio di penetrazione nelle nostre università, mantiene ancora la testa nelle classifiche del gradimento accademico.&lt;br /&gt;Nella ricostruzione fornita dal filosofo tedesco, scrive Morfino, sono presenti tutti i pregiudizi che hanno flagellato per secoli la ricezione dello spinozismo. Panteista, irrazionale, mistico è il pensiero spinozista nel quale, parola di Hegel e di Schelling, non esiste riflessione ma solo immediatezza; non esiste il lavoro del negativo ma solo la cieca necessità delle cose; non esiste storia ma solo teologia. In Heidegger, poi, come Cartesio, e più di Leibniz, Spinoza altro non sarebbe che un pensatore dell'anima occidentale, fautrice del nichilismo.&lt;br /&gt;Morfino sostiene esattamente il contrario. Spinoza è la rottura con il nichilismo. Egli nega l'esistenza di essenze estranee (l'anima, l'essere, Dio e molto altro ancora) all'esperienza mondana e alla sua storia. Per lui non vi sono che eventi prodotti da una trama di relazioni tra individui, dall'intreccio delle causalità immanenti della storia, e dall'assenza di direzione degli incontri dai quali scaturiscono le condizioni per costruire la storia.&lt;br /&gt;E' una prospettiva che si fa interessante quando, verso la fine del libro, Morfino riprende gli ultimi scritti di Louis Althusser. Si tratta dei testi «maledett»", scritti dal 1982 in poi, quando il filosofo francese usciva dal fondo oscuro in cui la sua mente era precipitata dopo l'omicidio della moglie. Testi trascurati che Morfino, animatore di riviste ma anche di collane editoriali, ha saputo valorizzare negli anni Novanta proponendo la loro traduzione in Italia. In questi testi Spinoza viene inserito in una «corrente materialista» che risale a Lucrezio e si allunga sino a Machiavelli e Marx. Althusser pensava questa storia «altra» della filosofia proprio in opposizione a quella descritta da Heidegger, per non parlare di quella sulla bocca di tutti i marxisti-leninisti ortodossi ed eretici del Novecento, il cui marxismo - scriveva - «è una forma trasformata e mascherata di idealismo».&lt;br /&gt;Spinoza-Machiavelli-Marx. E' questa la triade maledetta indicata da Althusser nell'«altra» storia del materialismo che non serve solo a dimostrare che un altro mondo è possibile, ma che in questo mondo non esiste nessuna garanzia per nessuno. Questo perché esso naviga in un «vuoto» abbacinante: di valori, di fondamenti, di direzione, dove è necessario - con duro realismo - irrompere nella congiuntura politica e teorica e invertirne il senso.&lt;br /&gt;Ma il vuoto della congiuntura è un drago difficile da domare. Perché ogni congiuntura matura per una trasformazione politica e sociale è sempre sospesa all'aleatorietà degli eventi. E può anche accadere che, una volta raggiunta una conquista (una rivoluzione, e persino lo stato sociale) la si perda nel breve giro di una generazione. Quella «crisi del marxismo», denunciata da Althusser alla fine degli anni Settanta, è oggi più attuale che mai perché è diventata crisi della politica tout court: incapace di fermare l'evento e di darsi una filosofia della storia; di consolidare le aperture politiche e sociali di una particolare congiuntura.&lt;br /&gt;Il tragico alternarsi degli eventi sulla scena della politica, constatato in maniera rapsodica dall'ultimo Althusser, non sembra lasciare nel libro di Morfino alcuna traccia di scetticismo o di fallimento. Al contrario, alla fine della sua lettura ci si chiede se il costruttivismo politico dell'ontologia delle relazioni - una tesi già molto diffusa in Europa, a iniziare da Etienne Balibar nel suo ultimo libro su Spinoza Il transindividuale (Ghibli) - non sia un modo per credere materialisticamente in questo mondo. E di non tradirlo intonando l'inno crepuscolare del come eravamo che sembra ormai diventato l'unico modo per essere riconosciuti materialisti e di «sinistra», oggi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660752048625776?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660752048625776'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660752048625776'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_15_archive.html#115660752048625776' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660744980555616</id><published>2006-08-13T17:50:00.000+02:00</published><updated>2006-08-30T11:49:31.456+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Tempo.it 13.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il Festival di Venezia l’8 settembre renderà omaggio al regista&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Premio Bianchi a Marco Bellocchio. Restaurato «Il diavolo in corpo»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VENEZIA — Andrà a a Marco Bellocchio il Premio «Pietro Bianchi» 2006. Lo ha deciso il direttivo nazionale del Sngci, il Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani, che tradizionalmente assegna il Bianchi a Venezia, durante la Mostra del Cinema, in collaborazione con la Biennale e la direzione del festival. L'8 settembre prossimo al Lido la consegna del premio, con la proiezione alla Sala Pasinetti del Palazzo del Cinema di un film scelto dallo stesso Bellocchio: «Il diavolo in corpo» con Maruschka Detmers, accolto nel 1986 come un film-scandalo e tra i più sottovalutati nell'opera del regista, messo a disposizione per Venezia dall'Istituto Luce: un'occasione, per l'Sngci, anche per ricordare Leo Pescarolo che di quel film fu produttore. Il «Bianchi» è un premio al quale il sindacato è particolarmente affezionato perchè è intitolato alla memoria di un grande critico e giornalista. Il premio è stato negli anni assegnato ad attori come Alberto Sordi, Sophia Loren e Nino Manfredi, a produttori come Dino De Laurentiis e Goffredo Lombardo, ma soprattutto ad autori quali Mario Soldati, Cesare Zavattini, Alessandro Blasetti, Renato Castellani, Luigi Zampa, Alberto Lattuada, Mario Monicelli, Luigi Comencini, Giuseppe De Santis, Francesco Rosi, Dino Risi, Ettore Scola, Paolo e Vittorio Taviani, Luigi Magni, Carlo Lizzani, Bernardo Bertolucci. Tra grandi firme come Age e Scarpelli, Suso Cecchi D'Amico e Peppino Rotunno, lo ha ritirato anche Michelangelo Antonioni che, proprio nel 1946, quando ancora non era passato dietro la cinepresa, è stato tra l'altro tra i fondatori del Sngci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Notizia riportata anche da: Il Giornale, Libertà, GR TV Agenzia Stampa Internazionale, TRovaCinema, Il Resto del Carlino e altri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 13.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il giallo del poeta soldato che scoprì Heidegger&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;annotati a mano dell’autore di "Essere e tempo"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Beppe Sebaste&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Nel 1945 un francese di origine polacca, ebreo e antifascista, Frédéric de Towarnicki, di stanza nella Germania occupata, deviò con la sua jeep per far visita al filosofo compromesso col nazismo. E ne divenne il messaggero segreto presso la nuova cultura europea&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Dalla casa della Foresta Nera il giovane militare contrabbandava nella sua bisaccia i preziosi dattiloscritti &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Raccontava il poeta René Char, amico di Martin Heidegger dal 1955, che ai seminari di Thor negli anni Sessanta, nel sud della Francia, ogni volta che udiva il nome di Frédéric de Towarnicki, il volto del filosofo tedesco «si illuminava di un largo, lungo sorriso».&lt;br /&gt;Fu quel giovane francese nato a Vienna nel 1920, origine polacca e madre ebrea viennese, Frédéric de Towarnicki, che con l’uniforme di soldato, di stanza nella Germania occupata insieme all’amico Alain Resnais, futuro cineasta, nel 1945 fece una deviazione con la jeep militare per far visita nella Foresta Nera al celebre filosofo di Friburgo, caduto in disgrazia per la sua compromissione col regime nazista. La visita ebbe conseguenze incalcolabili nella vita di entrambi: Towarnicki, discepolo del «pensiero che medita» agli antipodi del «pensiero che calcola», ne divenne il messaggero, rompendone dunque l’isolamento; fu «agente di collegamento filosofico» tra Heidegger e i filosofi europei (Sartre e Jean Beaufret soprattutto), portando nella sua bisaccia di soldato, tra un giallo e un romanzo di cappa e spada, i preziosi dattiloscritti annotati a mano dall’autore di Essere e tempo. Ma nel presentare Frédéric de Towarnicki al lettore italiano va premesso che già da prima la sua biografia è quella di un’erranza divenuta quête, e scandita da continui incontri con «persone straordinarie». Metafisica che lui trasformò in mestiere, avendo fatto il giornalista culturale e lavorato per anni al servizio di ricerca della televisione francese. Il suo rapporto con la parola scritta inizia però con la poesia, con quei versi, rigorosamente costruiti a coppie ritmate, con cui avrebbe divertito il più improbabile degli interlocutori, Heidegger appunto, sulla cui lunga frequentazione Towarnicki ha scritto il suo libro più bello, Ricordi di un messaggero della Foresta Nera, tradotto in italiano da Diabasis. Poche vicende reali si prestano come questa all’esclamazione: «Bisognerebbe farci un film».&lt;br /&gt;«Poiché io cerco / Senza aver trovato / Oppure ho trovato / Quel che un altro cerca», è una delle quartine che fecero scoppiare a ridere il sussiegoso filosofo e la sua consorte nella veranda della casa di Todtnauberg. I suoi versi, scritti per gioco a partire dagli anni passati con un’eteroclita compagnia di rifugiati antifascisti tra Nizza e Saint Paul de Vence, tra Picasso e Braque, Jacques Prévert e Heinrich Mann, gli valsero nel 1952 la proposta del pittore Pablo Picasso, che in essi riconosceva il ritmo vitale del flamenco e del fado (il "blues" portoghese) di illustrarli con propri disegni. Troppo vagabondo per darle importanza, Towarnicki lasciò col tempo cadere la proposta, e soltanto tra breve le sue poesie (conservate da una delle sue fidanzate) saranno pubblicate in Francia. Tipica di lui fu anche la storia del film poliziesco, mai realizzato, che doveva fare con l’amico Alain Resnais a una certa epoca, Les aventures de Harry Dickson, di cui i media però parlarono come se fosse uscito. È un film che lui definisce «mitologico-amoroso», quasi un giallo dell’immaginazione, cui avevano aderito tra gli altri gli attori Lawrence Olivier e Vanessa Redgrave, e la cui sceneggiatura è ora in via di pubblicazione negli Usa presso l’Università della Pennsylvania, nel quadro di una serie di studi e celebrazioni di Towarnicki.&lt;br /&gt;Frédéric de Towarnicki è stato intimo di pittori, poeti, scrittori, uomini e donne di teatro, filosofi e altri maestri: di tutti o quasi ha scritto e conserva una miniera di materiali vivi, archivio di conversazioni e testimonianze, da Brecht a Ernst Jü nger, da Mircea Eliade a Max Ernst, da Chagall al maestro Satprem (né va dimenticato l’impegno politico per i dissidenti sovietici e il suo rapporto con Sacharov). Che Towarnicki stesso sia un personaggio epico lo dice il recente romanzo di Georges Walter, Sous le règne de Magog, 1939-1945 (Denoel), dove il giovane poeta Towarnicki, innamorato e temerario, è raccontato negli anni cupi in cui la Gestapo imperversava anche sulla Riviera francese (Magog, nome biblico, è parola in codice per dire Hitler).&lt;br /&gt;Anche l’Italia ha significato molto per Towarnicki. Come mi ricorda lui stesso, «l’Italia è sempre stata presente nella mia vita, fin da quando vivevo a Mentone e a Nizza prima di venire a Parigi. E poi la prima donna che ho avuto era piemontese, e la mia attuale compagna è originaria di Parma. Ho vagabondato a lungo sotto il ponte dei Sospiri a Venezia e ho girato varie trasmissioni televisive a Roma, per esempio documentari sul mio amico Jiri Pelikan, eroe della Primavera di Praga in esilio. Ho diretto in Francia un’ampia Enciclopedia del Teatro, e sarebbe troppo lungo dire tutto quello che devo ad autori come Goldoni o Pirandello…». Tra i suoi ricordi italiani figurano le conversazioni con Federico Fellini, gli incontri col famoso Club di Roma e la frequentazione di Giorgio De Chirico all’epoca in cui faceva per il settimanale Le Point un’inchiesta sulla mafia dei falsari di quadri: «L’Italia per me significa anche il legame con De Chirico e sua moglie. Ricordo come se fosse ieri le visite al suo appartamento in piazza di Spagna, le conversazioni in cui De Chirico mi spiegava il ruolo giocato dalla sua lettura di Nietzsche nella composizione delle "piazze d’Italia", la cui atmosfera nostalgica, accentuata dal vuoto e dalle ombre, suggeriva il declino di un mondo che finisce, o che è già alle spalle. De Chirico mi mostrò anche tutti i trucchi diabolici inventati dai falsari per imitare i suoi quadri».&lt;br /&gt;Frédéric de Towarnicki abita da qualche anno con la sua compagna Nora Sagnes in un piccolo comune a sud di Parigi che si chiama Vanves. È collegato dalla metropolitana al centro della capitale, ma è anche un villaggio appartato e autonomo, con un suo centro storico e un suo parco, un ristorante cinese e una pizzeria italiana, e contrasti architettonici che miniaturizzano il conflitto-conciliazione tra vecchie forme abitative e nuovi palazzi, dando alle case di una volta un’aura di archeologia o modernariato non priva di tenerezza. L’abitazione di Towarnicki è al secondo piano di una palazzina moderna di cinque piani, di fronte a una piazzetta con un vecchio bistrot e un garage, e in mezzo alcuni alberi. Già al nostro primo appuntamento, anni fa, nella pizzeria italiana di Vanves, sentii con lui una forte connivenza morale e affettiva, «in questo terribile mondo della tecnica», come vezzosamente ama ripetere.&lt;br /&gt;Appassionato e istrionico, umoristico e sincero, il vagabondo-narratore Frédéric de Towarnicki ha ancora i tratti di spirito con cui dovette sedurre e divertire il compunto filosofo della Foresta Nera. Per quanto sia un’illazione trasferire i caratteri di un autore alla sua opera, quando penso a Towarnicki e alla sua amicizia con Heidegger mi viene in mente non tanto la foto di lui, giovane soldato francese, a lato del «ridicolo filosofo con i calzoni alla zuava» (come direbbe Thomas Bernhard); ma, per proprietà transitiva, un’altra fotografia in cui si vede Heidegger, con Beaufret e René Char, tra i giocatori di pétanque nel Sud della Francia, totalmente assimilato a essi anche nel modo di vestire e nella gestualità. È in questo sfondo ideale che le parole di Towarnicki trovano lo spazio più luminoso. Secondo Towarnicki, rispetto ai suoi amici heideggeriani di Francia duri e puri, rigorosi «come benedettini», la sua relazione con Heidegger fu piuttosto una «commedia», un «teatro all’italiana». Ma forse proprio questo ha fatto dire con formula felice a un noto commentatore parigino che «Heidegger ebbe molta fortuna a incontrare Towarnicki». La fecondità e bellezza del loro incontro consisté anche nell’improbabilità, nell’apparente non-corrispondenza e discontinuità dei linguaggi e dei modi.&lt;br /&gt;Il suo libro racconta l’avvicinamento a un «maestro», e alcuni degli effetti che un allievo può sperimentare. Per esempio la magia della trasformazione delle contraddizioni in evidenze, che per Towarnicki fu la dimensione filosofica dell’essere, parola che riassume un’opera considerata tra le più difficili, e di cui Towarnicki colse la «sorprendente semplicità». Accanto alle altezze del pensiero, in felice contrasto con la quotidianità del filosofo, Towarnicki descrive la relazione maestro-discepolo e il suo spaesamento, il perdersi, lo scarto a volte drammatico che l’apprendistato alla comprensione richiede, la sensazione di dover ritornare alle origini, alla semplicità di un procedere che scaturisce dalla sorgente stessa del nostro essere al mondo, e del dire. Cambiando modo e idea del comprendere, il maestro scompone per ricomporre, disgrega per riaggregare, e così facendo «illumina». Ma ciò che vale, più dei concetti e dei «dati», è il cammino, il corso del pensiero che inaugura in noi. Così è stato per Towarnicki. Ha raccontato con onestà un’esperienza terribilmente difficile da ri-trasmettere a terzi, e lo ha fatto con fedeltà a se stesso, ma anche «senza commettere un solo errore» (di filosofia) - come mi ha detto una volta con un candore che mi ha fatto sorridere. Se il suo è un romanzo «di iniziazione», come lo definì Julien Gracq, cioè di formazione al cospetto di un maestro, il suo autore si merita pienamente quella poesia di Bertolt Brecht con cui lo stesso Heidegger lo omaggiò, leggendogli un giorno a sorpresa la storia di Lao Tze e del traghettatore-gabelliere (Leggenda sull’origine del libro Tao Te King): «… Ma non solo al saggio si dia lode / che sul libro col suo nome splende! / Che strappargliela si deve, prima, al Saggio la saggezza. / Anche sia grazie dunque al gabelliere / che la seppe volere». Ecco, Towarnicki fu quel gabelliere.&lt;br /&gt;La prima volta che ho parlato con Frédéric de Towarnicki fu al telefono una sera d’inverno. Il contatto stabilito per ragioni editoriali venne da lui trasformato quasi subito in un dialogo sulla vita. Mi disse, come se fosse la cosa più naturale al mondo e la vera ragione della mia telefonata, che verso i quarant’anni si incontra una nuova adolescenza, una «semplificazione di quel magma incomprensibile che è la vita». E ci siamo messi a parlare della Via, proprio così, che per lui fu l’incontro con Heidegger e «la filosofia», per me qualcosa di un po’ diverso, e per altri può essere di tutto. Poiché il maestro, qualunque cosa sia, lo si riconosce alla fine del cammino, o nell’approssimarsi a esso, Frédéric de Towarnicki, che non ha mai smesso di sentirsi in cammino, mi disse pressappoco questo: di sentirsi come un esploratore che sia arrivato nei pressi della sua destinazione ma non se ne sia reso conto, o abbia capito tardi di esserci passato di fianco, di esservi forse già stato da sempre e di averci girato intorno. La meraviglia lo sprona a continuare il cammino, e più passano gli anni più chiaramente intravede la «radura», quella semplicità che solo un Dire anteriore a ogni Detto può forse rivelare. «Non ci sono scorciatoie».&lt;br /&gt;Ci siamo rivisti per cenare insieme questa primavera, e nel candore dei suoi ottantasei anni mi ha detto: «Sono felice di studiare un pensiero che non è una dottrina e non poteva diventarla, che non permetteva dunque nessuna ricetta, nessun programma definitivo, nessuna spiegazione decisiva; solo la percezione di un cammino in cui quello che non si può dire, che non è mai stato detto, non sarà mai detto, diventa un richiamo, anzi, il punto di partenza di un’altra percezione che raggiunge quella dei poeti e degli artisti». Poi abbiamo mangiato le bouchées de la reine, involtini di pasta al forno farcita di cui è ghiotto, abbiamo riguardato la sua collezione di Budda, mi ha recitato alcuni dei suoi fado in rima - versi sull’amore, la guerra, le donne, le città - mentre fumavo un paio di quelle sigarette di cui pure è ghiotto, ma che ahimè non può più fumare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="20060813Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 13.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Legge 180. Nessuna proposta“catto-comunista”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo Sansonetti, così con il servizio dell’8 agosto sulla 180 (Titolo: “Binetti e Valpiana, diritto a cura e più strutture”) la nota legge ispirata da Franco Basaglia, avrei “traviato” “Liberazione” che il 9 agosto, riprendendo alcune parti del mio servizio, titolava un suo pezzo “Riformare la 180? proposta catto-comunista”. Il 10 agosto leggo su “Liberazione” che avrei incluso tra “i revisionisti” della 180 la senatrice di Rifondazione Comunista, Tiziana Valpiana: e che poi avrei costruito una “inverosimile opera” di restyling. A mia difesa porto quel che ho scritto: non c’è traccia alcuna nel mio pezzo di “proposta catto-comunista” così come non ho annoverato tra i“revisionisti” la senatrice Valpiana, per il semplice fatto che non mai usato la parola “revisionisti”. Tutto è partito da una interessante conversazione avuta con il poeta Edoardo Sanguineti che segnalava la necessità di «assicurare a tutti il diritto alla cura, ad esser curati per star bene, per non esser di peso a se stessi, alla famiglia, alla società» e quindi «se trent’anni fa è stato giusto chiudere i manicomi, oggi è giusto fare strutture sanitarie adeguate di trattamento e cura: chi ha disagi psichici, se non vere e proprie patologie mentali deve aver il luogo deputato al trattamento e alla cura». E su queste interessanti affermazioni di Sanguineti ho sentito la Binetti e la Valpiana: ognuna ha detto quel che pensava e a questo mi sono attenuto. Non ho attribuito cose non dette, né manipolato le cose dette. Ma poi, ho pensato, è giusto il titolo di “Liberazione” perché la legge 180 è nata da una proposta e - aggiungo io - da un’intesa catto-comunista nel 1978: il governo era presieduto da Giulio Andreotti, il ministro della Sanità era Tina Anselmi e il vecchio Pci, tutto proteso al compromesso storico, stava nell’area di governo. E un pensiero ne tira un altro e spunta il ricordo di «un tal ingegnere Riccardo, uomo di statura gigantesca» (è scritto nella nota datata Genova 25 agosto 1943 fascicolo “Riccardo Lombardi” della divisione Affari Riservati della Direzione di Ps del Ministero degli Interni e conservata nell’Archivio di Stato) che, allergico alla “doppiezza togliattiana” (svolta di Salerno prima, poi il voto favorevole sull’art. 7 della Costituzione, quindi il provvedimento di amnistia del ’48), in quei tempi andati aveva dubbi sulla bontà della legge: «se gli Ospedali Psichiatrici sono dei lager non è un valido motivo per chiuderli, semmai può essere l’occasione per ristrutturali e riformarli interamente, così da assicurare con altre strutture sul territorio (si riferiva ai Centri di salute mentale introdotti con la riforma sanitaria di Mariotti del 1968) un luogo di trattamento e cura a chi ne ha bisogno». Applicava l’ingegnere («uno degli elementi più attivi - dice la nota della polizia fascista - infaticabile nella sua opera di persuasione», antifascista) quel “riformismo rivoluzionario” per costruire con una prassi “non-violenta”, quella «democrazia socialista che non c’è mai stata, dove a ciascuno sia data la possibilità di realizzare a pieno la propria personalità e identità».&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Carlo Patrignani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Inviato Speciale Agi&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 13.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Caro don Marco, fratello suicida e, forse, pedofilo, se puoi, perdonami!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Don Vitaliano della Sala&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Ai bambini appartiene il Regno dei cieli» è la parola di Gesù che propone proprio i bambini come modelli di vita per ogni cristiano: “se non diventerete come loro, non entrerete nel Regno dei cieli”. Quanto siamo lontani da queste parole e dal rispetto verso i bambini che queste parole presuppongono: bambini resi schiavi, sfruttati, non rispettati nei loro diritti, bambini fatti oggetto di attenzioni e di violenze sessuali da parte di adulti. E’ la cronaca di questi giorni e, purtroppo, di sempre, con una vittima in più: don Marco, prete di Pomezia, sospettato di pedofilia, suicidatosi mentre era agli arresti domiciliari.&lt;br /&gt;Una parola, quella di Gesù, tradita doppiamente da chi quella Parola deve annunziare e testimoniare; tradita dai pedofili in abito talare che, approfittando del proprio ruolo all’interno delle parrocchie, dei seminari, delle scuole, usano violenza proprio contro i bambini “legittimi proprietari” del Regno di Dio.&lt;br /&gt;Nonostante tante chiacchiere, dibattiti, incontri al vertice, sembra che, all’interno della Chiesa e della società, non ci siano soluzioni, o non se ne vogliono trovare, al problema della pedofilia. E, da prete, provo sconcerto di fronte agli atteggiamenti che, come ci viene suggerito dalle gerarchie cattoliche, dovremmo cominciare ad assumere nei confronti dei confratelli accusati di pedofilia, atteggiamenti che si riassumono in affermazioni, cristianamente e umanamente infelici, tipo: “tolleranza zero contro i preti pedofili” e “uno sbaglio e sei fuori”.&lt;br /&gt;I cristiani non possono ragionare così nei confronti di chi ha sbagliato, nemmeno quando si tratta di pedofili.&lt;br /&gt;A chi nelle comunità cristiane è mai passato per la mente che i confratelli preti pedofili sono anche e comunque vittime - e dico questo non per giustificarli - vittime di violenze fisiche, psicologiche e “formative”?&lt;br /&gt;Non sono un esperto, ma penso che il problema pedofilia si deve cominciare a risolvere anche a partire dalla formazione nei seminari e dall’organizzazione dei seminari stessi, strutture spesso tristi e per soli uomini dove, forse senza malafede, la sessualità ti viene “bloccata” alla pre-adolescenza; seminari che dovrebbero invece essere luoghi dove un ragazzo cresce armonicamente e serenamente in un contesto e in un ambiente “normale”.&lt;br /&gt;Sono d’accordo con don Enzo Mazzi, animatore della comunità cristiana di base dell’Isolotto a Firenze, quando afferma che bisognerebbe intervenire sul “disprezzo” per la sessualità che spesso è diffuso tra il clero, e dunque sul seminario, luogo nel quale questo “disprezzo” nasce e si sviluppa. Tutto il cammino formativo dei seminari tende a “congelare” la sessualità, e di fatto è come se bloccasse il naturale sviluppo sessuale dei ragazzi-seminaristi; se non si recupera in seguito, a fatica e da soli, si rischia di diventare adulti con una sessualità ferma al periodo puberale o adolescenziale. E, come potete ben immaginare, parlo non per sentito dire.&lt;br /&gt;Ma questo argomento è tabù e non lo si affronta mai se non di sfuggita, per dovere d’ufficio e comunque, ipocritamente, senza centrare il problema. Come non si affronta mai con serenità l’argomento, tabù dei tabù, del celibato del clero, anzi è espressamente vietato parlarne.&lt;br /&gt;Purtroppo temo che non cambierà granché nel panorama ecclesiale: i preti pedofili continueranno indisturbati ad essere vittime e a fare vittime tra i bambini, casomai cercando di farlo con molta più attenzione; ad uso dei media, sicuramente alcuni tra questi preti pagheranno ma, sono pronto a scommetterci, pagheranno i preti pedofili più sfigati, mai i “potenti”.&lt;br /&gt;Temo ancora di più, che l’adagio “uno sbaglio e sei fuori”, verrà usato contro i preti rompiscatole o critici verso le gerarchie, per screditarli e toglierli di mezzo. Non sarebbe la prima volta che accade: viene creata ad arte la falsa notizia per gettare discredito sul prete che da fastidio, e quale fango peggiore di quello gettato sul prete anche dal solo sospetto che questi sia pedofilo!&lt;br /&gt;Resta il problema, e con esso le persone in carne ed ossa: i bambini vittime e i preti pedofili vittime a loro volta, ma non per questo giustificati; e restiamo noi, i cosiddetti “normali”, coloro che per risolvere il problema sanno proporre solo disumanità: il carcere duro, l’isolamento, la castrazione chimica o fisica, la pena di morte. Noi, i cosiddetti “normali”, che facciamo di tutto per convincerci che per fare pulizia basta nascondere l’immondizia sotto il tappeto della storia; noi, che facciamo finta di dimenticare che i pedofili fanno parte del nostro stesso genere umano, sono un po’ noi e c’è forse un po’ di noi in loro: dobbiamo occuparci di loro perché ci sta a cuore l’umanità e perché non basta nasconderli per risolvere il problema. E restano le parole da pronunciare, insufficienti per dire lo sdegno di fronte a tanta bruttura commessa da confratelli sacerdoti.&lt;br /&gt;Infine resta la domanda che sempre dovremmo porci, soprattutto di fronte a qualcosa di umanamente assurdo come la pedofilia: perché? Perché esseri umani arrivano a tanto? Perché scatta in loro tanta perversione? Perché non si riesce a trovare un rimedio?&lt;br /&gt;In questi giorni don Marco, un uomo come me, un prete come me, un mio confratello, accusato di pedofilia, si è tolto la vita impiccandosi mentre era agli arresti domiciliari. Sicuramente era giusta la pena che stava pagando, meno giusta era la moderna gogna mediatica alla quale era stato sottoposto. Non so se fosse colpevole o meno, e ammettiamo che lo fosse, mi resta comunque l’amaro in bocca e un senso di sconfitta e di fallimento per non aver aiutato un mio fratello. E non basta convincermi che io non c’entro nulla con i suoi problemi: mi sento ugualmente sconfitto, perché l’umanità deturpata dalle sue perversioni è la stessa a cui io, noi, apparteniamo.&lt;br /&gt;Ti chiedo perdono don Marco, fratello mio pedofilo e suicida, perché non ho saputo esserti vicino, non ti ho usato misericordia, non ho raccolto il tuo grido di dolore e la tua supplica di aiuto, ti ho ignorato. Ho fatto finta che ignorandoti avrei messo a tacere la mia coscienza. Ti chiedo perdono perché ho evitato di spendere una parola per te, temendo il giudizio della maggioranza. Ti chiedo perdono perché ti ho considerato indifendibile.&lt;br /&gt;Perdonami perché di fronte a te, “uomo lasciato mezzo morto dai briganti”, dalle accuse, dal senso di colpa, dalla condanna mediatica, per paura di contaminarmi, di sporcarmi le mani, di essere coinvolto, ho fatto come il sacerdote e il levita della parabola evangelica del Buon Samaritano (Luca 10, 30-37): “ti ho visto e sono passato oltre dall’altra parte della strada”. Non ho affatto rispettato il Vangelo, imitando il Samaritano che, “invece, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”.&lt;br /&gt;Perdonami perché, nonostante il brano del Vangelo si concluda con un secco monito di Gesù: “và e anche tu fa lo stesso”, io non ho avuto compassione di te, ho evitato di passarti accanto, di fasciarti le ferite, e ti ho lasciato suicidare.&lt;br /&gt;Caro don Marco, fratello suicida e, forse, pedofilo, se puoi, perdonami!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Il Giornale 13.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Pdci e Prc, ora è guerra aperta tra gli ex compagni di lotta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma. Tra i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione si passa dalle accuse agli insulti. Liberazione scrive in prima pagina che la manifestazione antifascista promossa da Marco Rizzo contro Fausto Bertinotti fa «girare i c...» ai suoi compagni di partito.&lt;br /&gt;L'eurodeputato Rizzo si era scagliato contro Bertinotti reo di aver accettato l'invito di Gianfranco Fini alla Festa nazionale di An per il 16 settembre. Un invito che Bertinotti aveva ritenuto di non poter rifiutare proprio perché ricopre la carica, in teoria super partes, di presidente della Camera. Ma dato che a sinistra c'è sempre qualcuno più uguale degli altri, la scelta di Bertinotti ha scatenato il solito dibattito interno tra i presunti alleati. Ognuno a sinistra ha la sua particolare opinione sulla partecipazione di Bertinotti alla Festa di An e la rende nota al mondo.&lt;br /&gt;E così Gennaro Migliore scrive su Liberazione di avere tentennato un po' prima di infilarsi in questo scontro perché, «le polemiche a sinistra sembrano piccole e strumentali». Poi però attacca a testa bassa il Pdci e Rizzo in particolare del quale si chiede se non sia lo stesso «superpresenzialista che frequenta ogni tipo di trasmissione televisiva con i La Russa e i Gasparri e fa sempre a gara con loro a chi la spara più grossa». E non solo. Liberazione si chiede «quale purezza si intestino quelli del Pdci? Quella del simbolo elettorale sbiancato il giusto per confondersi con Rifondazione?» Migliore ci va giù pesante definendo Rizzo e i suoi «comunisti da buco della serratura, guardoni della nostra iniziativa politica». In sostanza accusa il Pdci di non avere alcuna politica se non quella di criticare le scelte di Rifondazione. Si ha gioco facile, prosegue Migliore «a svelare quella che gli astuti “piddiccini” hanno eletto a vera e propria linea politica. Appostare Rifondazione Comunista, come farebbe l'ispettore Derrick, in attesa dell'inevitabile passo falso. Oppure interpretare le intenzioni dei dirigenti di Rifondazione e agire secondo l'adagio “calunniate, calunniate,  qualcosa resterà”».&lt;br /&gt;Curioso che nello stesso giorno (ieri) in cui Liberazione pubblica questo durissimo attacco a Rizzo, il Corriere della Sera pubblichi una lettera proprio di Rizzo che suona quasi come una risposta alle critiche di Migliore. Telepatia comunista?&lt;br /&gt;Nella lettera al Corriere, Rizzo riconosce che «chi fa politica a sinistra come a destra», si deve inevitabilmente confrontare pure davanti alle telecamere «con gli avversari, anche con quelli più lontani». E dunque, prosegue, «non si capirebbe perché il leader di Rifondazione nonché presidente della Camera» non possa andare all'appuntamento con Fini. Ma confrontarsi con l'avversario in tv e andare alla Festa di An non è la stessa cosa, aggiunge Rizzo. Se si va al dibattito invitati da An, scrive, «si azzera il valore fondante della nostra identità: l'antifascismo». Insomma Rizzo non cambia idea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 13.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Marco Rizzo ha indetto cortei antifascisti contro Bertinotti: un po’ ti viene da ridere un po' provi pena&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;L’unica politica che il Pdci conosce: spiare Rifondazione comunista e sperare che sbagli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Gennaro Migliore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scopro ieri, sul Corriere della Sera, da un articolo di Pierluigi Battista, che il Pdci avrebbe indetto una “giornata europea antifascista” il prossimo 16 settembre, per protestare contro il presidente della Camera Fausto Bertinotti, reo di aver accettato un invito alla festa dei giovani di An. Leggo, inoltre, che un autorevole membro dell’accademia, come Alberto Asor Rosa, pur dichiarandosi infastidito dal paragone con i diarchi pidiccini, Diliberto/Rizzo, ne condivide l’accusa, a Bertinotti, di aver “legittimato una cultura politica” con un gesto simbolico “inaccettabile”.&lt;br /&gt;Ora, io sono sempre stato contrario alle polemiche a sinistra, che sembrano in genere piccole e strumentali. Però voi capite che quando indicono contro di te una manifestazione antifascista, certo, ti viene da ridere, ma poi ti girano anche un poi’ i coglioni...&lt;br /&gt;Passi per Asor Rosa, che mi è antipatico perché è saccente (e non dimentico la sgradevolezza con la quale trattò una compagna bravissima come Ritanna Armeni, per le sue presenze in Tv, per altro molto apprezzate da milioni di telespettatori e da tutti i compagni che conosco). Passi per Asor, dicevo, ma le parole di Rizzo non posso far finta di non averle lette. E dopo averle lette ho provato un senso di tristezza e di pena. E poi mi son chiesto: ma questo Rizzo Marco non sarà mica lo stesso Rizzo, superpresenzialista, che frequenta ogni tipo di trasmissione televisiva con i La Russa, i Gasparri, e fa sempre a gara con loro a chi la spara più grossa? Ma no, sarà un caso di omonimia...&lt;br /&gt;Torniamo seri, se si può. Quale purezza si intestano questi del Pdci? Quella del simbolo elettorale, sbiancato il giusto per “confondersi” con quello di Rifondazione? Voi dite: beh, ma sei troppo cattivo! Avete ragione, ma io non posso farci niente: oggi non mi trattengo...&lt;br /&gt;Credo che si abbia fin troppo gioco facile per svelare quella che gli astuti “piddiccini” hanno eletto a vera e propria linea politica. Appostare Rifondazione comunista, come farebbe l’ispettore Derrik, in attesa dell’inevitabile passo falso! Oppure interpretare le intenzioni dei dirigenti di Rifondazione e agire secondo l’adagio “calunniate, calunniate, qualcosa resterà”.&lt;br /&gt;Liquidato Armando Cossutta, con un sobrio stile da ruggenti anni ‘50, oggi si passa agli spiccioli di ortodossia per accomodarsi nei salotti virtuali della politica. Anche perché, è davvero difficile dire dove fossero questi custodi dell’unica religione civile del nostro Paese quando Bertinotti fece irrompere, dopo lunghissimi anni di silenzio, nell’aula della Camera le parole di Piero Calamandrei.&lt;br /&gt;E poi, in quali lotte, in quali vertenze, in quali movimenti li avete mai visti? Quali masse europee convocheranno? Siamo sicuri solo di alcune sigle: Ansa, Agi, Ap, Dire, Reuters, Velino, Velina rossa, ecc.&lt;br /&gt;Sono comunisti dal buco della serratura. Guardoni della nostra iniziativa politica. Volete qualche esempio? Fondiamo la Sinistra europea... il Pdci dice che è deviazione dalla storia dei comunisti. Rifondazione si schiera contro il Trattato europeo e contro l’esercito europeo…Il Pdci, viceversa, se ne fa alfiere e, quando i francesi lo bocciano per referendum, si affanna a dire che si è fatto un favore agli Usa (con enorme irritazione del Pc francese, protagonista di quella vittoria). O, più recentemente, le sceneggiate dentrofuori le riunioni per poter dichiarare, dall’Afghanistan all’indulto, solo che Rifondazione si era svenduta (agli americani, ai mafiosi, ai fascisti su marte… ma non si possono davvero ricordare tutte!).&lt;br /&gt;Mi sa che il 16 settembre molti saranno i presenti al dibattito di Bertinotti alla festa dei giovani di An, sicuramente anche tanti compagni. E che non ci sarà, azzardo, una roboante “giornata antifascista” promossa da Rizzo.&lt;br /&gt;Probabilmente alcuni di noi, proprio il 16 settembre, saranno a Catania. Lì ci sarà una manifestazione promossa dai Giovani comunisti, da organizzazioni gay, omosessuali, lesbiche, transgender, cui hanno aderito tante altre organizzazioni, protestando per un episodio in cui alcuni neofascisti, il 28 giugno scorso, hanno attaccato il corteo del Gay Pride. I fascisti, si sa, sono omofobi. Chissà se vedremo, almeno in quell’occasione, qualche rappresentante del Pdci insieme a noi. Non è detto: Rizzo, quando Rifondazione presentò Vladimir Luxuria candidato alla Camera, fu molto critico. Disse che i problemi degli omosessuali riguardano solo le libertà borghesi...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660744980555616?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660744980555616'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660744980555616'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_13_archive.html#115660744980555616' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660737767881677</id><published>2006-08-12T17:49:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T09:48:48.930+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 12.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Le affermazioni di Bush e i giornali italiani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il fascismo (casomai) è cristiano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Piero Sansonetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bush dice che siamo in guerra contro i fascisti islamici. Quasi tutti i giornali italiani gli fanno eco, appaludono. Il “Corriere della Sera” - che non è l’organio di qualche partito xenofobo, o di una comunità religiosa cristiana ultratradizionalista e lefevriana, ma è il principale giornale italiano, il più autorevole, ed è tra i quattro o cinque giornali più importanti e prestigiosi d’Europa - pubblica un articolo di fondo di Magdi Allam, che con il solito equilibrio, e la sobirietà che gli è propria, ci spiega che Bush è stato fin troppo gentile con la marmaglia musulmana, e che noi italiani dovremmo farla finita di fare i pesci in barile, e dovremmo mettere tutti l’elmetto per evitare che i nuovi Hitler si impossessino dell’occidente. Allam, si sa, tra i fondamentalisti occidentali e cristiani è uno dei capifila; e tuttavia, se leggete “Libero” o il “Giornale” capite che Magdi non ce la farà mai ad essere il più estremista. Sul “Giornale”, Paolo Guzzanti scrive così: «I musulmani ci odiano per quello che siamo e rappresentiamo a casa nostra, odiano le donne che non siano schiave o mute, odiano la democrazia, la tecnologia e l’arte, non sanno che cosa sia la storia perché nella loro mente sincronica non esiste l’elemento che per noi è rappresentato dallo scorrere dei secoli. Per loro tutto è piatto, per loro tutto è sangue da versare...».&lt;br /&gt;Nonostante questa prosa reazionaria e razzista, neanche Guzzanti ce la fa a vincere la gara del più estremista. La palma, al solito, va a Vittorio Feltri. Lasciamo stare il testo del suo articolo, ci limitiamo a citare il titolo a tutta pagina: “In mano agli imbecilli. L’islam ci vuole tutti morti. E la sinistra che fa? Scarcera i terroristi, fa italiani i clandestini, arresta chi ferma i kamikaze, smantella gli 007”.&lt;br /&gt;Fermiamoci un attimo. Ragioniamo solo su due argomenti tra i tanti che ci vengono proposti (e che suscitano in noi un po’ di sdegno e un po’ di rabbia). Il primo argomento di riflessione è questa definizione assai originale inventata da Bush: i fascisti islamici. L’accostamnento tra fascimso e islam. E’ assolutamente infondato. E’ il frutto della solita incapacità della politica occidentale di guardare fuori dal proprio mondo e dai propri schemi. Il fascismo con l’Islam non c’entra niente, e non c’entra niente con il mondo arabo e con la sua cultura. Il fascismo (anzi il nazi-fascismo) è un fenomeno assolutamente europeo e occidentale, immaginato, costruito e realizzato dalle grandi borghesie europee, non ostacolato dalla Chiesa cattolica, tollerato per molti anni anche dai liberali, e conclusosi con un avvitamento su se stessa della civiltà occidentale che è arrivata a un passo dal collasso e dalla sua fine, ed ha portato l’umanità intera sull’orlo della barbarie e del disastro. E’ inutile che giriamo attorno alla questione: fascismo e nazismo riguardano noi e solo noi: non altri popoli. Lo Shoah l’abbiamo fatta noi, noi borghesi europei: gli arabi e l’Islam c’entrano niente di niente di niente. Noi dobbiamo elaborare il lutto e la vergorna di quell’orrore e di quella morte, ed è illegittimo proiettare i nostri complessi di colpa su popoli estranei e innocenti. Così come è del tutto illegittimo accostare il nazi-fascismo, inteso come “male assoluto” a una religione. E comunque, se proprio si dovesse accostare il fascismo a una religione, ci dispiace dirlo, ma l’unica religione che ha visto la sua gerarchia, la sua “Chiesa”, coinvolta col fascimo è stata la religione cristiana. Il fascismo non è islamico e casomai è cristiano.&lt;br /&gt;Seconda riflesione: Feltri e i feltristi accostano il misterioro attentato sventato dagli inglesi al fatto che in Italia si vuole dare la nazionalità e il voto agli immigrati. Le due cose non hanno nessuna neppure lontana parentela. Come dimostrano, del resto, i fatti. Per esempio il fatto, spiacevole, che alcuni dei presunti terroristi sono ragazzi inglesissimi, biondissimi e con gli occhi azzurrro-mare. Che facciamo: leviamo la cittadinanza a tutti i giovani sotto i 25 anni? O a tutti coloro che non danno prova provata di essere cristiani e possibilmente di destra?&lt;br /&gt;Infine una osservazione generale. Questa intellettualità conservatrice e reazionaria - il cui pensiero al momento è il pensiero prevalente negli organi di informazione italiani - si fa forte di due bandiere. La prima è la cristianità e la seconda è l’occidente. Loro dicono: bisogna difendere le radici cristiane dell’Europa, e dell’IItalia, e bisogna difendere la collocazione, la cultura e la tradizione occidentale e filoamericana.&lt;br /&gt;Noi abbiamo molti dubbi su queste due affermazioni. Li mettiamo per un momento da parte. Ma cosa c’entrano gli articoli di Allam, o di Guzzanti, o di Feltri (e di molti altri) con la cultura e l’insegnamento cristiano? Niente. Per quel che abbiamo letto del Vangelo, di una cosa siamo sicuri: se Cristo Gesù incontrasse questi editorialisti per strada, dopo aver letto i loro articoli, sospenderebbe per un attimo il suo essere non violento (come fece quel giorno famoso nel tempio, coi mercanti) e li frusterebbe a sangue!&lt;br /&gt;Non solo, ma se qualcuno di loro - sfuggito all’ira di Cristo - provasse a portare i suoi articoli nella redazione di un grande giornale americano (“Il New York Times”, o il “Los Angeles Time”, o il “Boston Globe”, eccetera), non so se il caporedattore la prenderebbe a ridere o se li caccerebbe a pedate nel sedere. Di certo su nessun giornale liberale americano sono mai apparsi articoli di questo genere. Anche perché - al di là del pensiero di Bush - gli intellettuali liberali americani considerano quelle invettive puro fascismo; e in alcuni Stati americani potrebbero persino finire sul tavolo di un giudice, con l’accusa di istigazione all’odio razziale, che lì è proibito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Ansa 12.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Festival di Venezia 2006&lt;br /&gt;Il Premio Bianchi a Marco Bellocchio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA - Va a Marco Bellocchio il Premio 'Pietro Bianchi 2006. Lo ha deciso il direttivo nazionale del Sngci, il Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani che tradizionalmente assegna il Bianchi a Venezia, durante la Mostra del Cinema, in collaborazione con la Biennale e la direzione del festival.&lt;br /&gt;L'8 settembre prossimo la consegna al Lido, con la proiezione alla Sala Pasinetti del Palazzo del Cinema di un film scelto dallo stesso Bellocchio: 'Il diavolo in corpo' con Maruschka Detmers, accolto nel 1986 come un film scandalo e tra i più sottovalutati nell'opera del regista, messo a disposizione per Venezia dall Istituto Luce, un occasione, per il Sindacato, anche per ricordare Leo Pescarolo che di quel film fu produttore.&lt;br /&gt;Il Bianchì, lo scorso anno assegnato alle grandi firme della critica e del giornalismo per sottolinearne il valore professionale ma anche le difficoltà in un mondo editoriale sempre meno attento alla qualità dei contenuti, è il riconoscimento con il quale i giornalisti cinematografici tradizionalmente festeggiano a Venezia i protagonisti del miglior cinema italiano. Un premio al quale il Sindacato è particolarmente affezionato perché è intitolato alla memoria di un grande critico e giornalista.&lt;br /&gt;Il Premio è stato negli anni assegnato ad attori come Alberto Sordi, Sophia Loren e Nino Manfredi, a produttori come Dino De Laurentiis e Goffredo Lombardo, ma ritirato, storicamente, soprattutto da autori come: Mario Soldati, Cesare Zavattini, Alessandro Blasetti, Renato Castellani, Luigi Zampa, Alberto Lattuada, Mario Monicelli, Luigi Comencini, Giuseppe De Santis, Francesco Rosi, Dino Risi, Ettore Scola, Paolo e Vittorio Taviani, Luigi Magni, Carlo Lizzani, Bernardo Bertolucci. Tra grandi firme come Age e Scarpelli, Suso Cecchi D' Amico e Peppino Rotunno, lo ha ritirato anche Michelangelo Antonioni che, proprio nel 1946, quando ancora non era passato dietro la cinepresa, è stato tra l altro tra i fondatori del SNGCI.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 12.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Le idee di un grandissimo fisico ossessionato dalla metafisica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il saggio "Psiche e natura"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;"La lezione di piano" è un racconto onirico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;la quantistica alla ricerca della quarta dimensione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Uno dei suoi lavori più importanti era su Keplero&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Ebbe Jung come terapeuta ed amico: entrambi svolgevano ricerche parallele&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Lo scienziato appartiene alla sorprendente élite formatasi a Vienna nei primi del '900&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Eugenio Scalfari&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È uscito qualche mese fa per i tipi della Adelphi-Biblioteca Scientifica il libro di Wolfgang Pauli intitolato &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Psiche e natura&lt;/span&gt; (pagg. 170, euro 24). Il titolo è affascinante anche se in questi ultimi tempi di libri dedicati a quel tema le librerie ne hanno ricevute cataste. Non conosco i dati delle vendite, l’argomento d’altra parte non è di quelli facili da grande pubblico. Il nome dell’autore tuttavia è di per sé in questo caso garanzia d’una qualità che stacca di molte leghe tutti gli altri che si sono recentemente dedicati al problema delle due culture: l’umanistica e la scientifica, la conoscenza oggettiva e quella soggettiva, le idee innate e la loro imperfetta realizzazione nel mondo empirico e infine e per dirla tutta l’esistenza culturale della metafisica oppure la sua definitiva detronizzazione.&lt;br /&gt;Wolfgang Pauli appartiene a quella sorprendente élite scientifica formatasi a Vienna nei primi decenni del Novecento che, proseguendo e per certi aspetti modificando la grande rivoluzione effettuata da Einstein nel campo della fisica teorica, elaborò la fisica dei quanti. La quantistica sconvolse la fisica teorica mettendo in discussione addirittura l’essenza della materia, ipotizzando una sua struttura immateriale formata da onde, da campi dinamici, da numeri; rovesciando i principi della causalità e della contraddizione; introducendo principi nuovissimi come la complementarità, la quaternità, la sincronicità. C’è da stupirsi se nel corso di queste elaborazioni estremamente sofisticate si riaffacciasse la metafisica?&lt;br /&gt;Non tutti gli scienziati di quella generazione rivoluzionaria cedettero alla tentazione di intrecciare ricerca psicologica e ricerca sperimentale nel perenne tentativo di arrivare ad un’unica spiegazione e ad un’unica chiave che risolvesse il "misterioso" e il "numinoso" che ci circondano. Tra loro ci furono molte discussioni in proposito e polemiche che arrivarono a mettere in crisi amicizie da tempo collaudate.&lt;br /&gt;Pauli fu quello più intensamente impegnato nella ricerca di quella chiave. Stavo per scrivere di quella pietra filosofale e non avrei avuto tutti i torti a ricordare il sogno degli alchimisti di tre e quattro secoli fa che si dedicarono a scoprire il procedimento per trasformare in oro i più vili metalli. Alla base di quella ricerca più magica che scientifica c’era pur sempre il sogno d’arrivare all’essenza della verità, allo scioglimento del mistero, all’unità della conoscenza.&lt;br /&gt;La vita di Pauli è stata breve: nacque nel 1900 e morì nel ‘58. Ebbe molte vicissitudini. Attraversò lunghi periodi di depressione, cercò di superarli con l’alcol e poi con l’aiuto di terapie psicologiche. Fu a quel punto che incontrò Jung, come terapeuta e soprattutto come maestro di idee e ricerche parallele alle sue anche se condotte in un campo molto diverso. Ne fu colpito e interessato, lo scambio intellettuale tra quelle due menti dette frutti imprevisti e per certi aspetti preziosi.&lt;br /&gt;Il curatore del libro di cui ci stiamo occupando, Giuseppe Trautteur, ha premesso ai testi di Pauli una densa nota editoriale nella quale rimarca l’originalità del pensiero dello scienziato e la sua sintonia con quello di Jung e cita due brani stupefacenti che voglio citare anch’io perché danno il senso di tutto il libro.&lt;br /&gt;«L’esperienza ha mostrato che sia la luce sia la materia si comportano da un lato come particelle separate, dall’altro come onde. Questo risultato paradossale ha reso necessario rinunciare - a livello di grandezze atomiche - a una descrizione causale della natura nel consueto continuum spazio temporale, sostituendola con invisibili campi di probabilità in spazi pluridimensionali che rappresentano propriamente lo stadio raggiunto dalle nostre attuali conoscenze in materia». Commenta il curatore del volume: «Pauli? No, Jung!» e prosegue la citazione: «La divisione e la riduzione della simmetria, ecco il cuore della bestia! Del resto la divisione è un antico attributo del Diavolo. Se i due rivali divini, Cristo e il Diavolo, sapessero che sono diventati così simmetrici!». Commenta ancora Trautteur: «Jung? No, Pauli!».&lt;br /&gt;Ma per concludere con le citazioni significative, ne riporterò un’altra che traggo da una lettera indirizzata da Pauli al suo amico Markus Fierz nel dicembre del ‘47, mentre scriveva il suo saggio storico su Keplero, uno dei suoi lavori più interessanti tra quelli non strettamente concentrati sui temi della fisica nucleare.&lt;br /&gt;«Ho proseguito il mio viaggio nel XVII secolo. Il fatto che Newton abbia per così dire collocato lo spazio-tempo alla destra di Dio, e cioè nel posto vacante del Figlio che lui aveva cacciato di lì, è una cosa particolarmente stuzzicante della storia dello Spirito. C’è voluto poi uno sforzo straordinario per tirare giù nuovamente spazio e tempo dall’olimpo. E questo compito è stato reso artificiosamente ancora più gravoso dal tentativo della filosofia di Kant di sbarrare alla ragione umana l’accesso a questo olimpo. Pertanto è per me particolarmente interessante l’epoca in cui spazio e tempo non erano ancora lassù, ossia la fase immediatamente precedente a questa fatale operazione. Di qui il mio studio su Keplero».&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Di qui, appunto, il suo studio su Keplero. Keplero l’eliocentrico, Keplero il continuatore di Copernico e il "collega", se così si può dire, di Galileo. Con una differenza di fondo tra il tedesco e l’italiano: quest’ultimo non mescolò mai né coltivò in parallelo la ricerca sperimentale con inferenze di tipo religioso e anzi negò che vi potesse essere un rapporto meta-fisico tra l’astronomia e teologia. Keplero al contrario coinvolse ampiamente il suo eliocentrismo con la teologia e in particolare con il dogma della Trinità di cui fece addirittura la forza motivante dello stesso assetto cosmogonico.&lt;br /&gt;Questa mescolanza tra due universi - quello del mondo e quello del sopramondo - è la vera ragione che spinge Pauli a studiare Keplero. Lo spiega d’altra parte lui stesso fin dalle prime pagine del testo ed è da quelle pagine che si riesce a comprendere a fondo non solo il pensiero di Pauli ma, attraverso di esso, la tendenza insita nella scienza quantistica di mettersi in cerca della «quarta dimensione».&lt;br /&gt;Lì, per usare il linguaggio dello stesso Pauli, sta il cuore della bestia.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Il cuore della bestia, per dirla con parole meno immaginifiche e scientificamente più appropriate, consiste in un’ipotesi teorica formulata da Pauli con grande lucidità: l’esistenza di un ordine cosmico indipendente dal nostro arbitrio e distinto dal mondo dei fenomeni. Se questa ipotesi viene trasformata in una teoria - e questa è l’operazione compiuta da Pauli - ne deriva che tanto la mente di chi percepisce sensazioni sensoriali quanto ciò che viene percepito sono soggetti a un ordine pensato come oggettivo.&lt;br /&gt;Si pone a questo punto la domanda di quale sia il ponte tra percezioni sensoriali e concetti, tra idee e natura. La risposta è inevitabilmente quella platonica: la concordanza tra immagini interne pre-esistenti nella psiche umana e gli oggetti del mondo esterno con le loro proprietà.&lt;br /&gt;Ed ecco l’influsso junghiano, oltreché platonico, sul pensiero di Pauli: l’esistenza d’un mondo meta-fisico dominato da immagini originarie e archetipiche che svolgono la funzione di quel ponte tra percezioni sensoriali e idee, precondizione necessaria per la formazione d’una teoria scientifica della natura.&lt;br /&gt;Arrivato a queste conclusioni che vanno di gran lunga al di là di tutta l’evoluzione della scienza sperimentale, da Newton fino ad Einstein e allo stesso maestro indiscusso della fisica quantistica, Niels Bohr, Pauli deve aver avuto il soprassalto di chi troppo ha osato mettendo in discussione i canoni fondativi della scienza e dei procedimenti razionali propri del pensiero moderno.&lt;br /&gt;È lui stesso infatti ad avvertircene con una conclusione che sembra una brusca retromarcia: «Non bisogna tuttavia cadere nell’errore di attribuire questo "a priori" della conoscenza alla mente cosciente e di ricollegarlo a idee definite esprimendole in termini razionali».&lt;br /&gt;Cerchiamo di interpretare questo errata corrige. Pauli tenta qui di compiere un’operazione del tutto astratta separando il "sé" dall’io, l’inconscio dalla mente cosciente, riservando a quest’ultima il diritto-dovere di continuare a ricercare e ad esprimersi in termini razionali nonostante l’irrompere delle intuizioni simboliche e delle immagini archetipiche che emergono dalla regione inconscia e sommersa del "sé".&lt;br /&gt;È un’operazione sostenibile? Per certi aspetti sembra una rimembranza cartesiana che ricorda la netta separazione tra la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;res cogitans&lt;/span&gt; e la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;res extensa&lt;/span&gt;. Solo che in Descartes si trattava di delimitare il corpo rispetto alla mente, gli istinti del corpo rispetto alla razionalità della mente. Quella distinzione fu poi travolta dai successivi avanzamenti filosofici e scientifici. Di Cartesio rimase il vero nucleo del suo pensiero filosofico, quel «penso dunque sono» che acquisì una verità di permanente validità rinverdita due secoli dopo dall’"esserci" heideggeriano e fondativa dell’autonomia della coscienza individuale.&lt;br /&gt;La distinzione pauliana tra le immagini intuitive e innate dell’inconscio e i processi razionali e sperimentali della conoscenza scientifica rappresentano invece il tentativo di reintrodurre il platonismo nel percorso della modernità scientifica. Una regressione che l’errata corrige pauliana non sana ed anzi rende più evidente.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Qui però soccorre il pensiero di Jung, metabolizzato e perfezionato da Pauli. Sarebbe sbagliato non tenerne conto e non sottoporlo a verifica.&lt;br /&gt;L’errata corrige di cui abbiamo parlato è solo apparentemente una retromarcia di Pauli. In realtà lo scienziato della fisica quantistica parte pur sempre dai risultati ai quali è arrivata, anche per suo merito, la ricerca sui quanti, sulla spettrografia, sulla composizione dell’atomo e sulla funzione delle particelle che lo compongono.&lt;br /&gt;L’insieme di queste ricerche e di queste acquisizioni giustifica, almeno agli occhi di Pauli, l’ipotesi junghiana della sincronicità. Cioè che in campi non necessariamente pertinenti al mondo fisico si verifichino eventi significativi che il mondo fisico non può ignorare anche se non riesce a inquadrarli nei suoi canoni e nelle sue leggi. Questi eventi si muoverebbero in una dimensione propria al di fuori dello spazio-tempo, al di fuori del principio di non-contraddizione, al di fuori dei nessi di causalità, al di fuori del secondo principio della termodinamica e della tendenza all’aumento dell’entropia. Al di fuori della concezione di materia corpuscolare.&lt;br /&gt;Questo "al di fuori" avrebbe consistenza oggettiva e, preso nel suo insieme, darebbe vita ad una quarta dimensione non contro ma a fianco delle tre dimensioni dello spazio-tempo, che peraltro ne risulterebbero profondamente influenzate.&lt;br /&gt;Che dire di questa teoria che mi sono permesso di battezzare "quarta dimensione" anche se Pauli non usa mai questa definizione? Quelli che hanno fatto della razionalità un’ideologia totalizzante si affretteranno a mostrare il pollice verso nei suoi confronti adducendo la (buona?) ragione che essa non ha alcuna verifica sperimentale e quindi per la cultura scientifica deve considerarsi inesistente. Anzi distorsiva. Anzi antiscientifica e regressiva.&lt;br /&gt;A me non pare che sia questa una corretta posizione razionale. La ragione è il solo lume di cui disponiamo. Un lume tremulo e fioco che illumina davanti a noi e dietro di noi un’area infinitesima dello spazio e del tempo.&lt;br /&gt;Tutt’intorno permane il buio. Noi avanziamo, acquisiamo nuove verità che in parte distruggono e in parte conglobano verità antiche. Complessivamente lo spazio-tempo illuminato dal nostro lucignolo resta il medesimo.&lt;br /&gt;E tuttavia noi non possiamo escludere che nell’immenso buio che ci circonda non vi siano essenze che la nostra mente non riesce a intercettare. Non riesce per ora, ma forse potrà in futuro. Oppure non riuscirà mai a intercettare poiché quelle essenze si collocano su lunghezze d’onda da noi non percepibili e non decifrabili.&lt;br /&gt;La nostra mente è il prodotto immateriale d’uno strumento materiale. E’ la musica che emana da un pianoforte. Se il pianoforte si rompe la musica cessa. Se il pianoforte è scordato la musica sarà dissonante. Quindi la mente è intimamente collegata allo strumento che la produce e questo a sua volta fa parte di un universo corporeo che interagisce con esso.&lt;br /&gt;Questo è il poco o tanto che sappiamo di noi stessi, soggettivamente osservando gli altri nostri simili e ontologicamente osservando noi stessi con i limiti e le capacità che la nostra mente riflessiva possiede.&lt;br /&gt;Ciò detto, tutte le teorie sono legittime, alcune sono meritevoli di esame. Restano concezioni meta-fisiche e come tali non escono dalla zona d’ombra e di mistero.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;L’ultima parte del libro di Pauli si intitola &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La lezione di piano&lt;/span&gt; e merita un discorso a sé. Infatti non è un saggio scientifico ma un vero e proprio racconto, sia pure estremamente originale nella forma e nella sostanza. Lo definirei un racconto onirico. Ci sono tutti gli elementi di un sogno ed è lo stesso autore a dichiararlo. Ci sono diversi livelli di narrazione, diversi livelli di coscienza. Personaggi metaforici. Salti lessicali grammaticali sintattici. Soggetti simbolici e misteriosi. Echi gnostici. Compaiono, sotto opportuni ma decifrabili camuffamenti, Dio, il Figlio, il Diavolo. I colleghi scienziati dell’autore. La sua fidanzata intellettuale cui il saggio è dedicato. Una strega (?).&lt;br /&gt;Insomma, un’opera letteraria estremamente complessa e affascinante forse compiuta sotto l’effetto dell’alcol tanto è visibile l’eccitazione creativa e visionaria, lo stato quasi di trance e una forza ignota che parla attraverso l’autore che scrive. Insomma una forma di "mania".&lt;br /&gt;L’insieme di questo scritto non è riassumibile. Si può soltanto tratteggiarne la forma ed è ciò che qui ho tentato di fare.&lt;br /&gt;Conosco bene l’editore della Adelphi, Roberto Calasso, e sono certo che la decisione di pubblicare questo libro così attraente ma così difficile sia stata presa soprattutto in funzione di questa Lezione di piano. Fosse stato solo per il saggio su Keplero forse il volume non avrebbe visto la luce in edizione italiana. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La lezione di piano&lt;/span&gt; ha una forza stilistica, una densità onirica, uno spessore culturale e narrativo sorprendenti. Talmente congeniali a Calasso da far supporre un innamoramento immediato. In più è un testo enigmatico per eccellenza. In certe pagine riecheggia il Kafka della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Metamorfosi&lt;/span&gt;, in altre il Bulgakov del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Maestro e Margherita&lt;/span&gt;. E un’eco dei Rosacroce più che percepibile.&lt;br /&gt;Questo dunque fu Wolfgang Pauli e la sua mente. Perché in realtà i testi non sono che la storia della mente di Pauli raccontata dalla mente di Pauli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660737767881677?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660737767881677'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660737767881677'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_12_archive.html#115660737767881677' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660730959726820</id><published>2006-08-11T17:47:00.000+02:00</published><updated>2006-08-29T09:39:18.950+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 11.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Borgna: Il segreto della felicità? L’empatia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Roberto Carnero&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Comunicare con gli altri, aprirsi alla relazione con chi ci sta intorno, imparare a vedere le persone come soggetti da valorizzare e non come oggetti da usare»: questa è per Eugenio Borgna la ricetta della felicità. Un concetto di felicità - quello del noto psichiatra - che prevede un’apertura all’esterno, anziché una chiusura dentro se stessi, nelle proprie personali aspettative, nei propri specifici problemi. Quest’ultimo atteggiamento, invece, finirebbe con il rendere infelici, piuttosto che felici.&lt;br /&gt;Borgna commenta così il boom di pubblicazioni sull’argomento felicità: «Evidentemente questo interesse editoriale è sintomo del fatto che la nostra società è affamata di felicità. Del resto ogni esperienza umana si realizza nell’orizzonte di una felicità possibile. Se è vero che l’idea di felicità cambia a seconda dell’epoca storica e degli orizzonti di senso prevalenti, è anche vero che l’ultimo secolo è stato un tempo di notevole infelicità, poiché è stata un’epoca solcata da grandi sofferenze, da grandi dolori, individuali e collettivi. Probabilmente questa attuale ricerca della felicità rappresenta il tentativo di ridurre le spine che ci hanno tormentato e che ci tormentano, nell’illusione, o nella speranza, che essere felici sia davvero possibile».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Professor Borgna, come si fa a pensare che ci sia un modo «sicuro» per essere felici?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«La felicità è un’esperienza camaleontica, la cui concezione dipende dal senso che noi diamo alla vita. Una prima grande spaccatura è tra chi pensa che essa consista nel condividere, nel partecipare questa esperienza ad altri, magari preoccupandosi del bene delle altre persone, e chi, invece, ritiene che sia qualcosa di riferito al singolo, da consumare in solitudine, in una chiave egoistica ed egotistica».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;In base alla sua esperienza clinica, nei limiti in cui è possibile generalizzare, come viene percepita l’idea di felicità da chi vive una situazione di sofferenza psichica?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Nella sofferenza psichica, ma direi più in generale nell’esperienza di ciascuno di noi, felicità e infelicità sono condizioni che sconfinano continuamente l’una nell’altra. È difficile vivere soltanto una di queste due situazioni, per così dire al cento per cento. Anche quando una persona vive un momento di felicità, ci saranno sempre delle ombre. Quando poi queste ombre scendono più fitte, siamo in presenza, ad esempio, della depressione. Fatta salva la legittimità, e anzi il dovere, di fare il possibile per non stare male, per non vivere la depressione intesa come malattia, vorrei però dire che quelle ombre di cui parlavo non vanno esorcizzate a tutti i costi».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;In che senso?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Nel senso che l’odierna società dei consumi tende troppo spesso a contrabbandare false idee di felicità, a proporre una felicità a tutti i costi la cui ricetta consiste, semplicemente e tragicamente, nel possesso di alcuni beni materiali. Si tende invece a dimenticare di valorizzare la vita interiore, che, se vissuta in pienezza, è in grado di smascherare e di contestare gli pseudo-significati che la società del benessere assoluto vuole propugnare. Questa costante ricerca di traguardi sempre più avanzati, dal benessere economico alla rincorsa teconologica, finisce con il produrre una nevrosi strisciante che è il contrario della felicità. Anche perché se si corre dietro a questa cascata di illusioni, quando poi le illusioni si frantumano, questa crisi getta nella disperazione quelle persone che, nel frattempo, non hanno saputo immaginare una valida alternativa».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Spesso autori di questi libri sulla felicità sono esponenti di diverse religioni. Ma la religione genera felicità o infelicità?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«L’esperienza religiosa può essere esperienza vitale e progressiva oppure superficiale e regressiva. Tutto dipende dai contenuti interiori con cui la si riempie. Se si valorizzano la componenti di intersoggettività e di donazione, questo determina felicità».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Che dire delle religioni quando impongono precetti e divieti, ad esempio nel campo della sessualità? In questo caso non rischiano di rendere le persone più infelici?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Le rispondo proprio in merito all’esempio che fa lei, quello della sessualità. I rischi esistono sia nella tabuizzazione, ma anche nella negazione di ogni limite. La repressione dell’istinto sessuale può essere pericolosa, ma lo è altrettanto il dongiovannismo, l’atteggiamento di chi, come Don Giovanni, tende a vedere l’altro come oggetto da usare, vivendo il sesso non quale momento di comunicazione, ma come mera prestazione biologica, giungendo così alla sua cosificazione. Anche in questo campo, e le componenti più illuminate delle religioni lo insegnano, è importante vivere valori che sentiamo rispondenti alla nostra autenticità di persone».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Come si sente di commentare la ricerca dell’Università di Princeton per cui chi più è ricco si percepirebbe come meno felice?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«È ovvio che la ricchezza chiama altra ricchezza, chi possiede molto tende a volere di più, e questa rincorsa diventa qualcosa di nevrotico. Quando invece si conosce in prima persona la sofferenza, le difficoltà quotidiane, si è portati a comprendere meglio la sofferenza e le difficoltà altrui. E in questa capacità di empatia, a mio avviso, risiede uno dei principali motivi di felicità».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Dalle psicosi  all’analisi delle emozioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Eugenio Borgna, libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano è responsabile del Servizio di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara. Autore di numerosi saggi tra cui &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’arcipelago delle emozioni,&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le intermittenze del cuore&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Malinconia&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’attesa e la speranza&lt;/span&gt;, (tutti editi da Feltrinelli) alterna una produzione più tecnica, rivolta ai colleghi psichiatri a libri più divulgativi dove analizza emozioni e sentimenti che possono essere segni di disagio e psicosi. Borgna contesta l’interpretazione naturalistica oggi in voga delle malattie mentali, che ricerca le cause della psicosi nel malfunzionamento dei centri cerebrali e le sue cure nei farmaci e nell’elettroshock. Pur dichiarando indispensabile l’ausilio dei farmaci nel caso di psicosi, difende la necessità di porsi in relazione con il paziente e di penetrarne il mondo. Il talento di Borgna consiste appunto nella capacità di penetrare il mondo psicotico, tanto nel rapporto con i pazienti quanto sulla pagina scritta, dove con l’ausilio delle storie dei suoi malati e dei testi letterari di famosi psicotici come Antonin Artaud e Gerard de Nerval, riesce a dare voce all’urlo silenzioso di questa patologia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Nopsych.it 11.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;I compilatori dei DSM erano sui libri paga delle industrie farmaceutiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Davis Fiore &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;New Scientist&lt;/span&gt; e il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Washington Post&lt;/span&gt;, due tra le più autorevoli riviste a livello mondiale, l'hanno recentemente reso noto. (NS 29-05-06; WP 20-04-06) Dei 170 membri che collaborarono alla stesura del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, la cosiddetta "bibbia" psichiatrica, 95 di loro, più di metà, avevano legami con le industrie farmaceutiche, prima o dopo la pubblicazione. La percentuale sale al cento percento nel gruppo che lavorò ai disturbi schizofrenici, psicotici e dell'umore. Proprio i settori che secondo il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Chicago Tribune&lt;/span&gt; hanno registrato la massima vendita di psicofarmaci, con un giro d'affari che nel 2004 si attestò a oltre 30 miliardi di dollari. Più è redditizio il mercato, maggiori sono i collegamenti.&lt;br /&gt;Lo scandalo, non a caso, si è verificato in concomitanza al crescente dibattito sugli psicofarmaci, divenuti il principale trattamento psichiatrico, se non l'unico.&lt;br /&gt;Simili accuse erano già state mosse nel 2002 da Allen Jones, investigatore dell'OIG (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Pennsylvania Office of the Inspector General&lt;/span&gt;), nei confronti del "Texas Medication Algorithm Project" dell'amministrazione Bush. I finanziamenti, infatti, partivano in realtà dalla Pfizer e dalla Janssen Pharmaceuticals. Jones in seguito a queste sue dichiarazioni fu licenziato.&lt;br /&gt;Spesso gli autori dei testi psichiatrici sono anche consulenti, ricercatori o conferenzieri di multinazionali e molte malattie sarebbero inventate dopo che la cura è stata preparata. In pratica, prima si cercano i farmaci e poi si crea la malattia.&lt;br /&gt;Secondo un'inchiesta del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Guardian&lt;/span&gt; britannico, pubblicata nel marzo del 2002, gli universitari ricevono ingenti somme di denaro dalle industrie per decantare nei loro articoli scientifici le proprietà terapeutiche dei nuovi psicofarmaci. Joe Sharkey, altro investigatore nel settore dei medicinali, si spinge oltre, sostenendo che molti psichiatri sono membri, consiglieri o azionisti delle stesse industrie farmaceutiche.&lt;br /&gt;Non è facile prevedere le conseguenze a lungo termine di simili ingerenze, ma certamente hanno contribuito all'ampliamento delle definizioni delle malattie mentali, inventandone di nuove, per cui possano essere prescritti "farmaci" d'ultima generazione.&lt;br /&gt;Mildred Cho, della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Stanford Univeristy&lt;/span&gt; spiega: "L'esistenza di categorie di malattie convalida la necessità di farmaci. Le aziende farmaceutiche hanno un incentivo ad esercitare la propria influenza su coloro che formulano tali categorie". Resta comunque il fatto che ad oggi la psichiatria non ha dimostrato l'esistenza di squilibri biochimici che giustifichino l'uso di sostanze chimiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;Fonte: www.washingtonpost.com/&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Repubblica 11.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Roma, si uccide l'ex parroco di Pomezia accusato di pedofilia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Lo accusava un gruppo di ragazzi maggiorenni, per vicende del 1993&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA - Si è suicidato Marco Agostini, 43 anni, l'ex parroco di Pomezia arrestato lo scorso aprile con l'accusa di pedofilia e violenza sessuale, in un biglietto ha scritto: "Non sono un pedofilo". Il sacerdote era agli arresti domiciliari in casa della madre, in un appartamento della zona Prenestina a Roma. La donna si era assentata solo per pochi minuti, ma quando è tornata lo ha trovato impiccato con un lenzuolo fisssato a una trave del lavatoio, sul terrazzo della palazzina. Nel biglietto lasciato alla madre l'ex parroco ha scritto: ""Ti chiedo scusa mamma per quello che è successo in questi mesi ma ci tengo a dire che non sono un pedofilo". Agostini aveva già tentato il suicidio in precedenza, ingerendo delle pastiglie, ma era stato trovato in tempo e ricoverato in ospedale.&lt;br /&gt;Marco Agostini era stato arrestato nell'ambito di un'indagine su episodi avvenuti nel 1993, quando appunto era parroco a Pomezia. Era accusato di centinaia di abusi, denunciati da un gruppo di ragazzi, che avevano frequentato gli oratori diretti da Don Marco. Ad accusare l'ex parroco maggiorenni che affermavano di non aver parlato prima per paura: sostenevano infatti di essere stati plagiati e progressivamente persuasi a subire le sue attenzioni: Agostini veniva descritto come un uomo di grande carisma, con grandi capacità di coinvolgere e aggregare le persone. Quando era stato arrestato ad Assisi, dove era stato trasferito da Pomezia e si occupava di una casa-ostello per la gioventù, non poche erano state le voci che si erano levate in sua difesa.&lt;br /&gt;Insieme con Agostini, per il quale il Vaticano aveva avviato il processo di secolarizzazione non appena saputo delle accuse, erano stati coinvolti nelle indagini don Ennio, parroco di San Benedetto, e don Germano, anziano parroco della chiesa di San Michele, sempre a Pomezia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Galileo Magazine 11.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;NEUROLOGIA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Alla base dell'istinto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Tiziana Moriconi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le decisioni, anche quelle che crediamo più logiche, non derivano solo da ragionamenti sensati e attente riflessioni. L'istinto ci mette sempre lo zampino, e non è solo una questione “di pancia”: la deviazione dalla razionalità ha una spiegazione neurologica. Quando è il momento di scegliere l’amigdala, la regione del cervello deputata all'elaborazione delle emozioni, gioca un ruolo fondamentale. Così come ha dimostrato lo studio condotto da Benedetto de Martino del dipartimento di Imaging Neuroscience dell’Istituto di Neurologia dell’University College di Londra, pubblicato su Science.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo la teoria del decision-making quando il nostro cervello deve effettuare delle scelte fa ricorso a operazioni analitiche. In realtà è dimostrato che quando le informazioni a disposizione sono incomplete o troppo complesse, gli individui si basano su semplificazioni intuitive e su regole empiriche e approssimative. In particolare, le nostre scelte possono essere fortemente influenzate dal modo in cui ci vengono presentate le diverse possibilità (framing effect). Dimostrare che esiste una base fisiologica delle scelte emotive scardinerebbe la teoria del decision-making. Proprio quello che hanno contribuito a fare i ricercatori inglesi.&lt;br /&gt;L’esperimento ha coinvolto venti tra studenti e laureati in una sorta di gioco d'azzardo mentre erano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI). Ai partecipati è stato comunicato l'ammontare di soldi (50 dollari) che avrebbero potuto vincere. Quindi è stato loro chiesto di effettuare una scelta in due diversi contesti. Nel primo (schema di guadagno) dovevano scegliere di guadagnare 20 dollari a fronte dei 50 o di rischiare tutto avendo però una più alta probabilità di perdere che di vincere. Nel secondo (schema di perdita) dovevano scegliere di perdere 30 dollari dei 50 o, anche in questo caso, di giocarsi tutto con le stesse probabilità dello scenario precedente. I due schemi non differiscono nella sostanza, ma nel modo in cui sono presentati.&lt;br /&gt;Il contesto si è rivelato molto importante nell’indirizzare la scelta: i partecipanti hanno rischiato significativamente di più nello schema di perdita che nello schema di guadagno (61,6 per cento nel primo caso, 42,9 per cento nell'altro). In accordo con le previsioni dei ricercatori, quindi, i soggetti si sono mostrati meno propensi a rischiare quando veniva usata la parola “guadagno”, rispetto a quando veniva loro prospettata l'idea della perdita.&lt;br /&gt;“Grazie alle scansioni della risonanza”, spiegano gli autori dello studio, “siamo riusciti a identificare le aree del cervello che erano più attive quando i soggetti sceglievano secondo il framing effect (per esempio non rischiando nello schema di guadagno e rischiando nello schema di perdita) e abbiamo registrato una significativa attivazione bilaterale dell'amigdala.&lt;br /&gt;Un differente pattern di attivazione delle aree del cervello è stato osservato quando i soggetti prendono decisioni che vanno contro la loro tendenza generale. In questi casi abbiamo osservato un'elevata attività nella corteccia cingolata anteriore (Acc)”. Quando si sceglie di andare contro la propria intuizione, l'attività della Acc indicherebbe un'opposizione tra due sistemi neurali: un conflitto tra la tendenza a rispondere analiticamente e quella a rispondere più emotivamente.&lt;br /&gt;Considerando la variabilità individuale alla sensibilità della manipolazione, i ricercatori hanno anche calcolato un indice della razionalità personale e hanno trovato una significativa correlazione tra una minore influenzabilità e l'attività nella corteccia orbitale e medio-prefrontale (Ompfc): chi agisce più razionalmente mostra una maggiore attività in questa zona. Lesioni dell'Ompfc, infatti, causano l'incapacità di elaborare strategie comportamentali e impulsività. Si pensa che l'Ompfc integri le informazioni provenienti dall'amigdala e tenti di prevedere i risultati che avrà un certo comportamento.&lt;br /&gt;“La nostra ricerca”, concludono gli autori, “suggerisce un modello in cui le informazioni emotive si integrano nei processi decisionali. In termini evoluzionisti, questo meccanismo potrebbe conferire un vantaggio dal momento che segnali non espliciti possono rivelarsi fondamentali. Questo sembra tanto più vero nella nostra società attuale basata su simboli e dove per prendere decisioni è spesso richiesta capacità di astrazione, secondo quello stesso meccanismo che potrebbe essere tradursi in una scelta irrazionale”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/33384450-115660730959726820?l=agosto06.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660730959726820'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/33384450/posts/default/115660730959726820'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://agosto06.blogspot.com/2006_08_11_archive.html#115660730959726820' title=''/><author><name>≈</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-33384450.post-115660724171110250</id><published>2006-08-10T17:46:00.000+02:00</published><updated>2006-08-30T23:43:00.673+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a name="20060810Titolo1"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 10.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La senatrice del Prc smentisce di essere tra i “revisionisti”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Valpiana: «La 180 non si tocca e va applicata: è la migliore legge d’Europa»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Alessandro Antonelli&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più di tutti ci aveva provato Francesco Storace, durante la sua fulminea apparizione al ministero della Sanità, prima di essere risucchiato nello scandalo Laziogate e cedere l'interim a Berlusconi, fino alla capitolazione di aprile. Rimettere mano alla 180, la legge “Basaglia” che nel 1978 aveva fatto chiudere i manicomi. Tentativo stoppato in extremis dal centrosinistra, con il sostegno di tutta la società civile ad eccezione di qualche associazione di familiari di malati psichici, disperatamente (e in parte innocentemente) convolti in un giochino elettorale azzardato dal morituro governo.&lt;br /&gt;Una battaglia di civiltà, insomma, ha finora impedito che le minacce restauratrici si trasformassero in fatti. Ma la polemica si rinfocola stagionalmente. E anche quando non c’è, c’è sempre qualcuno che si incarica di riaccenderne una. Come quella di ieri, che attraverso un’audace e creativa ricostruzione da parte di un’agenzia di stampa - che putroppo ha “traviato” anche il nostro giornale (“Riformare la 180? Proposta cattocomunista”) - ha incluso tra i “revisionisti” la senatrice di Rifondazione comunista Tiziana Valpiana, componente della commissione Sanità a Palazzo Madama, affiancata alla collega Paola Binetti, del movimento Scienza e vita, in una inverosimile opera di restyling.&lt;br /&gt;Secca la smentita della Valpiana: «Al giornalista che mi ha rivolto la domanda circa la necessità di cambiare la legge Basaglia ho risposto: assolutamente no. La 180 è una delle migliori leggi del paese, una conquista di civiltà che ci invidiano in tutta Europa». Il vero vulnus casomai, ragiona la senatrice, è la sua applicazione stentata: «Oltre la sacrosanta chiusura dei manicomi, la legge è stata poco e male apllicata, non sono mai state messe a disposizione le risorse necessarie per affrontare il problema sul territorio. Noi non vogliamo che le famiglie si sentano isolate».&lt;br /&gt;Salute mentale: materia complessa e delicata, che ad ogni sussulto rischia di tracimare nel mare magnum degli equivoci e delle incomprensioni, alcuni generati in buona fede, altri, come quello di ieri, decisamente meno. Il ministro Livia Turco ha avuto il coraggio di riprendere in mano la sfida, mettendo la questione della sofferenza psichica tra i primi punti all’ordine del giorno del suo dicastero. La prospettiva è quella di un adeguamento delle strutture sanitarie per venire incontro ai disagi dei malati e delle loro famiglie, che talora si sentono abbandonate a se stesse, senza risorse e modalità di cura che rimpiazzino con efficacia il barbaro istituto delle prigioni psichiatriche. Come non essere d’accordo? Ma ciò non significa stravolgere la 180, magari per introdurre in modo surrettizio altri “contenitori istituzionali” e procedere nel solco della segregazione. Ipotesi respinta con forza da Psichiatria democratica: «E’ inconcepibile - spiega il segretario nazionale Emilio Lupo - che qualcuno predichi l’abbandono della 180 proprio mentre molti paesi europei cercano di adeguarsi ai principi ispiratori della legge Basaglia. Il problema vero è investire in una salute pubblica, facendo concorrere più attori, Stato, enti locali, terzo settore e volontariato, in un progetto in cui la famiglia del malato non sia lasciata sola, ma abbia un sostegno quotidiano. Tutto questo - conclude Lupo - va fatto con risorse adeguate che valorizziono gli operatori sanitari».&lt;br /&gt;Risorse, è vero, ma anche un modo nuovo di guardare al disagio mentale e alle sue diverse manifestazioni, come suggerisce la senatrice Valpiana, puntando maggiormente sulla prevenzione: «Non si tratta solo di cura della malattia mentale, in questi anni sono cresciuti i disturbi delle abitudini alimentari e le depressioni: si tratta di prevenire questi comportamenti attraverso la ricostituzione di una cultura sociale».&lt;br /&gt;Quanto all’oggetto del contendere, ennesimo tormentone estivo, nel programma dell’Unione non vi è alcun cenno alla volontà di stravolgere l’impianto della 180, una legge che per gli studiosi ha rivoluzionato la nostra cultura sanitaria ma soprattutto sociale, e ha restituito dignità al malato: persona e non più prigionierio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(153, 0, 0);"&gt;(l'articolo che precede fa seguito all'altro apparso sullo stesso quotidiano in data 9.8.06 - vedi sotto - e ad esso sempre su Liberazione risponde Carlo Patrignani, autore del lancio AGI ripreso da Liberazione, in data 13.8.06 - vedi oltre-)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="20060810Titolo2"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;Liberazione 10.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Psichiatria democratica: assurdo rinchiudere le “malattie”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;La riforma Basaglia semmai aspetta di essere compiuta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Luigi Attanasio e Angelo Di Gennaro&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall’articolo “Riformare la 180? - proposta catto-comunista” apparso su Liberazione il 9 agosto veniamo a sapere a dir poco con stupore che il dibattito sulla revisione della 180 è aperto, questa volta però non da una destra in periodo pre-elettorale tesa a raccogliere qualche votarello di pochi familiari purtroppo diventati strumento di sterile propaganda, ma da autorevoli esponenti della maggioranza di centro sinistra.&lt;br /&gt;A nulla è valso dunque il tentativo di stoppare il progetto della destra approvato fuori tempo massimo dalla Commissione Igiene e Sanità - ministro Storace - il quale prevedeva il ritorno ad una forma di manicomializzazione più o meno velata? Per noi, invece, la situazione è chiara già dal 1978 e lo abbiamo ribadito con forza, senza se e senza ma, in un articolo dal titolo “Il nuovo governo ricominci da Basaglia”, apparso sempre su Liberazione il 13 maggio scorso. Con la 180, legge di assistenza e cura, ma anche di civiltà e di democrazia, si è voluto manifestare lo sdegno della società civile che ha rifiutato così ogni sorta di segregazione umana in nome del diritto all’esistenza delle diversità culturali, politiche, psicologiche e sociali.&lt;br /&gt;Non vogliamo che si metta mano o si manometta la 180 per tre motivi. Il primo: il programma del governo Prodi a pag. 186 afferma che «il tentativo ricorrente di ritorno al passato e di ri-manicomializzazione della salute mentale va respinto applicando per intero la legge 180»; perché non farlo, allora, invece di occuparsi adesso di riformare la 180? Che senso ha, se non quello di essere - forse - il frutto di una manovra compromissoria di cui non se ne conosce il disegno più generale?&lt;br /&gt;Il secondo: è opportuno sapere che occuparsi di malattia mentale non è soltanto un atto “clinico”; è un modo per conoscere il mondo e la qualità delle relazioni che gli umani sviluppano tra loro; rinchiudere e nascondere tali relazioni, seppure “malate”, dentro un qualsisi tipo di manicomio vuol dire privarsi di una preziosa modalità per conoscere, impoverire e ridurre i nostri strumenti per vivere in salute. Noi di Psichiatra Democratica vogliamo continuare ad aiutare i cittadini con l’attuale assetto organizzativo, i Dipartimenti territoriali di salute mentale, migliorabili come tutto nella vita, ma non stravolgibili con l’apertura di nuovi contenitori istituzionali (strutture residenziali rigide) invece di risorse territoriali interconnesse al contesto di vita e di lavoro; vogliamo anche conoscere il mondo attraverso gli occhi delle tante persone che ci hanno accompagnato e ci accompagnano in questo lungo viaggio: utenti, familiari, amministratori, cittadini qualunque e democratici. Cancellare la 180 significa per noi invertire un percorso che ha permesso a vittime di crimini di pace, “oggetti” di violenza, di diventare protagonisti della propria cura e della propria vita.&lt;br /&gt;Il terzo: il 13 luglio - come ha ben precisato Roberto Musacchio sempre su Liberazione del 14 luglio - si è concluso con un sì a larga maggioranza alla Commissione Ambiente e Salute del Parlamento Europeo, il voto sul rapporto Bowis per la salute mentale, documento che rappresenta un passo decisivo per un futuro senza manicomi nei Paesi dell’Unione europea; il rapporto segue l’approvazione del libro verde comunitario dove la salute mentale è considerata condizione fondamentale per il benessere dei cittadini e dunque un diritto da garantire a tutti, ed è largamente ispirato all’esperienza italiana della legge Basaglia, la 180, che chiuse i manicomi. Il rapporto fa seguito anche ad un viaggio compiuto circa un anno fa al Parlamento di Strasburgo da “44 matti” - noi compresi - in cui, con Giovanni Berlinguer e Roberto Musacchio, si sensibilizzarono i parlamentari europei e lo stesso presidente Borrell al fine di approvare una raccomandazione ufficiale agli Stati membri.&lt;br /&gt;Per tutto questo diciamo no ad ogni forma di revisione della 180, ma piuttosto ne rivendichiamo la piena applicazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Luigi Attenasio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Presidente Psichiatria Democratica Lazio&lt;br /&gt;Direttore Dipartimento Salute Mentale ASL C di Roma&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Angelo Di Gennaro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Psicologo e membro del Direttivo&lt;br /&gt;di Psichiatria Democratica Lazio&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 0, 0);"&gt;l’Unità 10.8.06&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Il Tao del capitalismo e la sfida cinese&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;ORIENTE E OCCIDENTE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;Qual è il segreto psicologico dello spettacoloso balzo economico della Cina di oggi? Un saggio del sinologo François Jullien sull’«efficacia cinese» prova a rispondere evocando l’antica filosofia orientale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 102);"&gt;di Bruno Gravagnuolo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisogna prendere il Giappone sul serio, si diceva nei decenni passati. E &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Taken Japan seriously&lt;/span&gt; fu il titolo di un celebre saggio di Ronald Dore, il sociologo della London School che ci invitava alla fine degli anni 80 a capire il miracolo giapponese, capace di stendere l’economia occidentale grazie ai suoi ingredienti: qualità totale, buddismo zen e welfare asiatico. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Il Giappone è andato in crisi sotto il peso di molteplici fattori: alti costi di welfare, finanza, riorganizzazione delle economie occidentali. E tra le tigri asiatiche è balzata al primo posto la Cina, tigre non più solo asiatica ma globale. Con ritmi di sviluppo e consumi di materie prime tali da sconvolgere gli equilibri dell’economia-mondo. Certo, non passa giorno che enfatici commentatori spediti sul posto non tessano le mirabilie della Cina moderna del dopo Tien An Men. Quella che rivaleggia ormai in skyline dei grattacieli con New York, e che vomita milioni di metri cubi di fabbricati nelle antiche e nuove città. E tonnellate di prodotti a costi infimi sui mercati del pianeta. E però quel che i commentatori non raccontano, oltre ai costi umani spaventosi - dalla violenza di stato alle classi differenziali per i più bravi a scuola - è «l’immaginario segreto
